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Stato di diritto a rischio

Pochi ne parlano, ma è giunta già alla seconda lettura una riforma costituzionale che ha in sé una lucida visione di demolizione della democrazia rappresentativa. Sfruttando il sentimento antiparlamentare che in Italia è molto popolare.

di Beppe Facchetti | 22 Luglio 2019

E’ passato quasi inosservato il fatto che la nuova presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso al Parlamento Europeo, abbia citato con toni forti la difesa dello stato di diritto: “la dea Giustizia è cieca: difenderà lo stato di diritto ovunque venga attaccato”.

Ma come? Nell’Europa della “filosofia greca e della legge romana” (citiamo sempre la Presidente), nella terra di Locke e Montesquieu, è proprio necessario sottolineare qualcosa che dovrebbe essere scontato e pacifico per tutti?

Purtroppo è necessario, ed è significativo che a richiederlo siano stati i gruppi parlamentari socialista e liberale, con quello democristiano i più antichi dell’assemblea di Strasburgo. Sono fortunatamente la maggioranza europea, perché l’assalto sovranista è rimasto sotto le Alpi e al di là del Danubio, ed è trattenuto da una specie di cordone sanitario, ma è ben chiaro che l’assurdo ossimoro della democrazia illiberale è un grave pericolo per l’Europa, gigante economico, oggetto del desiderio della nuova geopolitica mondiale, ma nano politico quando si divide al grido di “prima casa mia, poi tutti gli altri”.

Il guaio è che l’appello è rivolto in particolare verso noi italiani, unici ad avere una maggioranza, legittima ma eletta in contrapposizione, che molto concretamente tende a minare le basi di questioni assolutamente da non sottovalutare, come ad esempio il fatto che la parte più importante dei dibattiti sulla migrazione (il resto essendo un’agenda rovesciata delle priorità vere) riguarda proprio il principio basilare del diritto del mare (anch’esso citato dalla von Leyen).

Pochi ne parlano, ma è giunta già alla seconda lettura una riforma costituzionale che ha in sé una lucida visione di demolizione della democrazia rappresentativa. Sfruttando il sentimento antiparlamentare che in Italia è molto popolare, e quindi sventolando la riduzione dei seggi (cosa almeno discutibile, perché la rappresentanza, in un Paese degli 8 mila comuni e dei mille partiti, è prima un bene che un male), in realtà tende ad una specie di democrazia diretta alla Casaleggio. Al Parlamento resterebbe una funzione residuale se volesse modificare le proposte cosiddette popolari, perchè il referendum confermativo verterebbe su queste ultime. E le materie sarebbero delicatissime, toccando il penale in chiave non certo garantista, il fiscale, i diritti delle minoranze, e persino la difesa, la sicurezza e la legge elettorale.

Tutti fattori fondanti della democrazia, da sostituire con il sogno di Rousseau della “volontà generale”, che fa diventare pensiero di tutti il cosiddetto senso comune citato da Manzoni a proposito degli untori. Da qui, la possibilità di fare leggi retroattive, come sta già avvenendo per il penale all’insegna dell’incivile termine “spazzacorrotti”, o definendo d’oro pensioni da offrire cosi al ludibrio popolare.

Il dichiarato intento di negare l’autonomia dei parlamentari obbligandoli al mandato ricevuto è il traguardo finale, ma sarebbe inutile se il Parlamento stesso diventasse inutile.

C’è insomma una deriva che va quanto meno denunciata. Non sono cose formali il fatto che la Costituzione preveda l’”obbligo” per un Ministro di presentarsi in Parlamento se richiesto, che si discutano stancamente decreti importanti perché tanto interverrà alla fine il voto di fiducia, che si chiedano per qualunque cosa Commissioni d’inchiesta e non è folclore ma motivo di riflessione che ben 43 parti sociali si affollino nei saloni di un Ministero per ascoltare un Ministro che non è quello del lavoro.

Lo stato di diritto è lo stato che contiene le spinte prevaricanti del potere esecutivo, e mette in campo per questo pesi e contrappesi. Il diritto penale senza procedura penale, ad esempio, è un rischio per la libertà personale.

Senza accorgersi di queste presunte sottigliezze, si finisce in un’epoca come l’attuale, per di più segnata da tecnologie di massa, che tende a scambiare la sicurezza con la libertà.

I ragazzi di piazza Tien a men (ancora oggi sconosciuti e senza un monumento a ricordarli) combattevano perché il pane non fosse più importante della verità.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: commissione, costituzione, democrazia, dichiarato, discorso, italia, lavoro, legge elettorale, mare, massa, parlamento, pensioni, referendum, strasburgo, voto di fiducia

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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