
Nella società attuale tutta imperniata sui media, c’è uno spettro che aleggia su Confindustria, quasi un aquilone svolazzante, il cui filo è tenuto per mano dal giovane neo presidente del Consiglio. E’ lo spettro dell’irrilevanza, il più distruttivo di tutti, dopo che, negli anni, il palcoscenico pubblico è sembrato la riserva di caccia solo per chi le spara più grosse. Non a caso, oggi, un quarto della scena la occupa Grillo, una fetta più o meno simile il barboncino Dudù, e tutto il resto – potenzialmente – l’ex Sindaco di Firenze. Briciole residuali per gli ormai ex anticonformisti della Lega ed ex rivoluzionari alla Vendola.
Eppure Squinzi ha fatto recentemente una di quelle affermazioni che un tempo sarebbero state sconvolgenti, quando ha minacciato di portare la sua impresa in Svizzera o ovunque nel mondo, purchè fuori dall’Italia.
Un’affermazione che qualunque industriale si è fatto passare per la mente, negli ultimi anni, ma che è espressamente vietata al Presidente della categoria. Roba da Probiviri, in qualunque organizzazione.
Ebbene, nessuno ha fatto una piega, anzi il passo successivo è stato il beffardo “ce ne faremo una ragione” con cui Renzi ha accolto i mugugni su provvedimenti del suo Governo, con in più l’imbarazzante equivalenza tra Squinzi e la Camusso. Una compagnia reciprocamente sgradita: trattati come due polli di Renzo, quello con la o finale.
Un bel guaio per un presidente confindustriale antiretorico, affidato a spin doctor di estrazione berlusconiana, che avrebbero dovuto dargli smalto e lustrini, ma da tempo ormai costretti a far valere come un pregio lo scarso carisma del leader: “un industriale vero, uno come tanti, non un personaggio tv”.
Come se non bastasse, ci si è messo – nel week end scorso – anche Ignazio Visco, un altro capo un pò grigio, che ha però buttato – due volte in 48 ore – tutto il prestigio di Bankitalia come una croce addosso alle imprese, esortate a investire di più, a smetterla di lamentarsi. E anche qui, tanto per gradire, critica da condividere con Susanna Camusso, perchè anche il sindacato capisca che occorre essere più costruttivi.
Insomma, di nuovo un posto dietro la lavagna per Giorgio&Susanna, senza per questo che la risposta siano stati scioperi e serrate.
I sociologi parlano ormai senza speranza di fine della “società di mezzo”, quella fatta dalla rappresentanza del lavoro e dell’impresa, oltretutto figlia antica, osserva Aldo Bonomi, di istinti alla mutualità, alla cooperazione, alla solidarietà, che vengono storicamente prima di Confindustria e Sindacati operai.
I politologi notano che la nuova politica di Renzi porta avanti scientificamente quello che Berlusconi aveva solo intuito: il dialogo diretto con il popolo, saltando sia i corpi intermedi organizzati che le istituzioni. Renzi spiega in queste ore con foga che spazzar via Province, Senato, CNEL è indice di efficienza ed efficacia (la democrazia, si sa, è fatica, è tela di Penelope, ma oggi c’è fretta, c’è bisogno della prevalenza del fare, e qui sta l’insidia, perché il fatto che si è discusso per decenni non è di per sé una buona ragione per chiudere il discorso).
Politologi e sociologi, con l’aggiunta di qualche competenza degli storici, diranno che tutto questo è populismo, con tutto ciò che contiene di bello (l’ascolto attentissimo dei sentimenti popolari, fino a farli propri) e di brutto (la prevalenza dell’immediato, sul passato ma anche sul futuro), ma è pur vero che non c’è più tempo da perdere.
Tornando a Squinzi, c’è da sperare per lui che lo spettro dell’irrilevanza non si materializzi fino in fondo, prima ancora che abbia effetto il paziente lavoro di Carlo Pesenti per la riforma dell’organizzazione, che non è stata solo una spending review, ma anche un tentativo di riordinare il Bottegone dell’Eur, l’ultimo rimasto nella Roma delle grandi burocrazie.

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