I mesi dell’emergenza Coronavirus ci hanno procurato e ci procurano tuttora lacrime per i lutti, preoccupazioni sociali, allarmi economici e ansie da futuro in mascherina. Tutti si chiedono: ma come faremo a tenere la mascherina col caldo e in spiaggia? Vero. Un futuro che si può immaginare ma che non è stato provato da nessuno, se non nella fantasia dei film.
Poi ci sono le sorprese di stagione. L’emergenza e la necessaria clausura di noi tutti per molte settimane ci hanno ripulito l’aria e le acque, hanno fatto svanire il traffico caotico, e hanno fatto tornare gli animali, che non sapevamo esistessero, vicino alle nostre case alle nostre città: capre e sciacalli, cervi e caprioli, cinghiali e lepri. Quindi ecco una sorpresa ecologica.
Pensavamo di essere unici al mondo ed invece eccoli qui alle nostre porte a dimostrarci che è bastato che facessimo un po’ di silenzio, e non ci spostassimo come matti ad ogni ora, per far uscire un resto-del-mondo-animale che probabilmente a nostra volta in passato abbiamo confinato otre modo e senza naturale valida giustificazione. Sono soprese gli animali inconsueti che arrivano attorno alle nostre case e alle porte dei nostri paesi ma sono anche messaggi della natura. Orami lo dicono in tanti: scienziati e filosofi, meteorologi e teologi.
Sembrano dire gli animali che si affacciano: ci spiace per voi umani che vi siete presi il virus vi auguriamo che tutto finisca presto e bene, ma facciamo che per il futuro ci mettiamo d’accordo sugli spazi e sul mondo. Sembrano dire: non prendetevi tutto voi. Ci siamo anche noi: sciacalli e cerbiatti, lepri e cinghiali, lupi e capre. Sono soprese che è bello vedere in televisione e sui siti della rete, ci sono video che sono diventati anche virali. Però dire “virali” fa sempre un po’ paura.
Non devono rimanere solo sorprese devono diventare dei moniti, degli insegnamenti delle immagini e dei fatti che devono farci cambiare attitudine, pensiero, azione.
L’altra sorpresa di stagione è quella industriale. Molte moltissime imprese che facevano di tutto e tutt’altro, dai vestiti agli amari, dalle pompe idrauliche ai freni, dai tubi per auto ai tessuti per casa, si sono riconvertite a fare le cose che servono più che mai in questa stagione di fase post-acuta ma ancora da cautela: mascherine, detergenti, sostanze sanificanti, valvole per produrre aria. Sostanze e oggetti vitali in questi mesi.
Chi faceva amari e distillati ha cominciato a fare prodotti alcoolici per le pulizie profonde e la sanificazione, chi faceva vestiti e tessuti produce mascherine e protezioni naso bocca, chi faceva occhiali adesso fa visori e protezioni occhi, chi faceva pompe per macchine adesso fa le pompe per la respirazione della macchina umana. Riconvertiamo i sistemi di produzione e convertiamo anche i nostri modi di vivere e di consumare. Non ci farà male il pensiero flessibile, ci farà bene un approccio sempre elastico alle nuove necessità e alle improvvise mutazioni. Nei comportamenti personali e collettivi o sociali.
La stagione dell’emergenza ci ha fatto scoprire che siamo in fondo un popolo che alle prese con le necessità impellenti possiamo diventare anche tecnologici più o meno basici, più o meno addestrati. Adesso siamo tutti o quasi capaci di fare videochiamate, di farci gli auguri in video e cucinare una pasta o un dolce in video-collegamento con la mamma, la zia e pezzi di famiglia sparsi qui e là nelle case della stessa città o di altre regioni. Artigiani e professionisti, operai ed artisti, studenti e professori tutti su piattaforme a parlare, dialogare, interrogare, scambiare files, confrontare compiti vedere elaborati ma con un problema: l’Italia non è tutta uguale, ci sono aree del Paese in cui la connessione è debole e quindi lo scambio è lento o quasi impossibile, poi ci sono fasce di popolazione e porzioni generazionali che non hanno smart, che non hanno cellulari avanzati, che non hanno strumenti per dirsi digitali o in rete.
Zone e popolazioni che non possono rimanere indietro, che non possono essere perse. In fondo questa non è una gran sorpresa: sapevamo da un pezzo che l’Italia non è tutta digitale allo stesso modo e che in aree disseminate -tra nord e sud tra est e ovest- la rete è una chimera o quasi. Se vogliamo fare un salto, non solo di qualità ma un semplice salto di normalità, dobbiamo fare in modo che ci i possa connettere in provincia di Rovigo come nel cuore della tecnologia milanese, alle porte di Tropea come non dico al Mit ma in una buona area di ricezione e trasmissione. Sennò la sorpresa sarà stata inutile.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento