La stampa riporta che il presidente della Regione siciliana, Dr. Cuffaro,avrebbe un ufficio stampa personale di 23 (dicesi ventitre) giornalisti addetti alla sua “cara” (in senso economico) persona. Quando Luigi Einaudi fu eletto Presidente della Repubblica Italiana l’11 maggio 1948 non aveva nessun addetto stampa: temeva infatti che la funzione sviluppasse l’organo.
Credo che questa contrapposizione illustri meglio di un’intera biblioteca la differenza tra chi ha fatto l’Italia e chi se la sta mangiando.
E vorrei chiedere al Ministro dell’Economia, che nel suo tetro moralismo ha cercato di spiegare agli italiani che le tasse sono “bellissime”, se è bellissimo od anche solo bello che il muratore, il sarto, il piastrellista, l’odontotecnico e via dicendo, lavorino duramente e paghino le tasse per permettere al presidente Cuffaro di mantenere un ufficio stampa personale da fare invidia al presidente francese Sarkozy, che pure è tendenzialmente spendaccione, al cancelliere – massaia Angela Merkel, al potente Putin.
Più realistico del nostro ministro fu l’estensore di uno dei più antichi testi che parlano di tasse, che risale a circa 3000 anni a.C. e che è conservato all’Istituto sumerologico dell’Università di Filadelfia. Il testo dice: tu potrai amare un re, potrai amare una regina, ma l’uomo che devi temere è l’agente delle tasse. Dunque le tasse non sono né bellissime, né belle; sono una necessità per far funzionare i servizi comuni. Ma sono sempre state ragione di tensioni, di tentativi di sopraffazione da parte dei ceti dominanti, di reazione da parte dei sudditi, di ribellioni, di autentiche rivoluzioni, da quelle testimoniate nella Bibbia (la fuga dall’Egitto è sostanzialmente fuga dall’oppressione fiscale) alla ribellione fiscale che ha segnato l’emancipazione delle colonie americane dall’Inghilterra, alla recente rivolta fiscale californiana degli anni ’70 dalla quale inizia un profondo processo di revisione ed alleggerimento di gran parte dei sistemi fiscali del mondo, esclusa l’Italia.
Per tentare di attenuare questa tensione e di costruire un sistema fiscale che se non “bellissimo” fosse più condiviso, i grandi economisti e i pensatori politici si sono sforzati di disegnare i criteri che dovrebbe caratterizzare una accettabile imposizione. Ad esempio, secondo Adam Smith, il padre della moderna scienza economica, l’imposta dovrebbe avere le seguenti caratteristiche: essere proporzionata alle capacità di reddito dei cittadini, cioè rispettare il principio di eguaglianza; essere certa e non arbitraria; essere riscossa nel tempo o nel modo in cui è più comodo pagarla per il contribuente; essere tale da ridurre il costo di esazione e da non scoraggiare l’industriosità del popolo.
La scuola italiana di scienza delle finanze ha dato un validissimo contributo a questo filone di pensiero. Ed è dall’elaborazione del pensiero della scuola italiana che nascono i brevi ma densissimi articoli che stabiliscono le fondamenta della materia fiscale nella nostra Costituzione, soprattutto gli articoli 23 e 53. La base del grave disagio fiscale italiano non sta nel fatto che gli italiani (“bamboccioni” cresciuti) non hanno ancora capito che le tasse sono “bellissime” (ignoranza alla quale sta ora cercando di rimediare con le sue stravaganti esternazioni il Ministro dell’Economia), ma nel fatto che il nostro sistema fiscale reale è totalmente fuori dalla Costituzione italiana ed è in contrasto con tutti i principi di corretta imposizione, elaborati, nei secoli, dalla migliore dottrina.
Secondo l’art. 53 il sistema fiscale dovrebbe essere improntato a criteri di progressività, mentre nell’applicazione reale è platealmente regressivo. Sempre secondo l’art. 53 dovrebbe servire a pagare i servizi pubblici (“tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche”) mentre, in gran parte, serve a pagare i comodi di lor signori (non sono certo servizio pubblico i 23 addetti stampa personali del presidente Cuffaro), a pagare sovvenzioni e trasferimenti di reddito tra persone e ceti sociali, ad aiutare gli uni a scapito degli altri, a finanziare furti e inefficienza, a finanziare fameliche clientele familiste (come documentato da ineccepibili studiosi di sinistra). Ancora, secondo l’art.53 dovrebbe rispettare il principio di eguaglianza di Smith, cioè essere in relazione alla capacità contributiva, mentre è sempre più arbitrario e slegato dalla capacità contributiva. Secondo l’art. 23 dovrebbe essere regolata solo dalla legge mentre in pratica è sempre più applicata con sistemi amministrativi.
Secondo Adam Smith l’imposta dovrebbe essere: equa, certa, facile da riscuotere, economica, mentre le nostre imposte sono sommamente ingiuste, non chiare, onerose da incassare, non economiche.
Secondo un sommo maestro come Einaudi le imposte dovrebbero essere applicate solo o sul reddito (reale ed effettivo) o sul consumo. Mai, dice Einaudi, dovrebbero essere applicate sui fattori della produzione. E la nostra imposta più odiosa, l’IRAP, è un’imposta sui fattori della produzione che colpisce ciecamente, anche quando reddito non c’è. E colpisce più duramente le imprese più deboli, quelle che puntano più sull’apporto delle persone che sul capitale, le imprese di nuova costituzione, quelle che rappresentano atti di imprenditorialità coraggiosa più che atti di investimento di capitale, le imprese di servizi, tutti tipi di imprese dominanti nelle aree più deboli come il Mezzogiorno. E la nuova manovra finanziaria, pur rimanendo, fortunatamente lontana dal delirio dello scorso anno, peggiora la situazione. Perché, come ha detto il governatore Draghi “non sfrutta il favorevole andamento delle entrate per accelerare la riduzione del debito” e “non restituisce ai contribuenti una quota significativa degli aumenti del gettito”.
E, aggiungo io, perché nell’applicazione concreta aggrava pesantemente l’onere sulle imprese minori e capitalisticamente più deboli, soprattutto con la norma che limita la detraibilità degli interessi passivi solo in una certa proporzione al capitale. Saranno così colpite tutte le imprese a bassa intensità di capitale e favorite quelle dal capitale più elevato (effetto regressivo ed antiimprenditoriale). Questo deriva da un’autentica credenza dell’On. Visco che pensa che tutti i piccoli imprenditori italiani siano dei capitalisti che tesaurizzano il capitale fuori dall’impresa. Norme di questo tipo dovrebbero servire a convincerli a “cacciare” il capitale ed a metterlo in azienda e Visco non sa che la grandissima parte delle piccole imprese italiane nasce senza capitale ma con il debito che finanzia una voglia di fare, di intraprendere, che sono un atto di coraggio non un atto capitalistico. Una voglia di fare che leggi di questo tipo e la filosofia sottostante finirà prima o poi, per spegnere. Essendo tali da “scoraggiare l’industriosità del popolo”.
Marco Vitale

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