
Sono diversi anni che Grigory Sokolov frequenta con regolarità il Teatro del Maggio e tutte le volte riesce a coinvolgere ed entusiasmare il pubblico con la sua straordinaria profondità interpretativa, la sua estrema cura di ogni singolo dettaglio nel fraseggio e la sua massima precisione tecnica; al punto tale che, a giudizio di chi scrive, il grande artista russo, in una ipotetica classifica mondiale dei pianisti viventi, potrebbe occupare saldamente la cima. Ma al di là di questa considerazione, non vi è dubbio che nella recente esibizione in una Sala Mehta gremita, frutto di una felice coproduzione tra la Fondazione del Teatro del Maggio e gli Amici della Musica di Firenze, Sokolov abbia dimostrato che lui e il pianoforte costituiscono un corpo unico, un qualcosa di misteriosamente inscindibile: la sua voce si esprime attraverso i suoni prodotti da quegli 88 tasti premuti con varia intensità, soppesandoli con rigore, rispetto e amore, nei confronti dei compositori dei brani che li hanno creati.
Nel concerto in questione Sokolov nella prima parte è partito da lontano, cimentandosi con una serie di pezzi del virginalista inglese William Byrd, vissuto fra ‘500 e ‘600. In questo interessante percorso, il pianista russo ha saputo immergersi pienamente nella dimensione espressiva del compositore barocco, sottolineandone l’originalità e, in alcuni casi, la modernità del linguaggio musicale; basti pensare, in particolare, alle due Pavan T487 e T503, che Sokolov ha scolpito con una magnificenza sonora, quasi fatta di luci e ombre, in un’atmosfera plurisensoriale e di una bellezza ineguagliabile.
Non meno coinvolgente e, anzi, per certi aspetti di maggiore impegno da un punto di vista tecnico e interpretativo, la seconda parte del concerto, che si snodava in una felice scelta di raccolte brahmsiane, quella giovanile – di un compositore, cioè, poco più che ventenne – delle Quattro ballate op. 10 e quella delle due Rapsodie op. 79, che si collocano invece nel periodo della maturità del musicista tedesco. Un autore, Brahms, indubbiamente ideale per Sokolov, in quanto espressione di un’inquietudine che alterna rarefazione sonora e monumentalità fonica, nonché intimismo espressivo e accesa passionalità; nelle Quattro ballate, in particolare nella Quarta in si maggiore, il lirismo viene delineato attraverso un nebuloso lamento, che sembra umano nelle mani del pianista russo, mentre nelle Rapsodie il clima si fa più drammatico e le contrapposizioni, pur presenti nelle Ballate, qui divengono ancor più accentuate e i pianissimi sono assai dolci, ma pastosi, mentre i forti sono avvolgenti e con tinte orchestrali; e tutta questa magnificenza sonora è incastonata in una struttura architettonicamente salda e robusta.
Il pubblico, alla fine letteralmente in delirio di fronte ad un’artista dotato, fra l’altro, di un’autorevolezza magnetica, viene generosamente investito da un’ondata di fuori programma, il consueto ‘terzo tempo’ di Sokolov, questa volta composto da cinque pezzi di Chopin (quattro Mazurke e uno Studio) e un Preludio di Skrjabin.
Luca Summer

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