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Sogno o son desto?

di Davide Giacalone | 25 Novembre 2013

Il Governo viene sconfessato da parti della maggioranza che lo sorreggevano. La missione Letta-Saccomanni è fallita

lettaalfanoNel cinema i cazzotti sono finti. Nell’opera dei pupi le mazzate sono vere, ma su pezzi di legno e latta. La scissione del centro destra è vera, o si tratta di una messa in scena? E’ vera, ma sa tanto di messa in scena. Basta incontrare i fanti delle due fazioni, in pubblico o in privato, per misurare l’astio e il disprezzo che riversano su quelli che ieri chiamavano “amici”. Ma poi ragioni di politica, guardi la scena italiana e t’accorgi che di vero c’è solo lo sconforto delle persone serie.
Partiamo dai partitanti, per arrivare a chi (s)governa. Se si andasse a votare domani mattina, quindi con questa legge elettorale, il centro destra sarebbe messo male assai, perché diviso. Ma dal Quirinale in giù si ripete che mai e poi mai si andrà a votare con questa legge. Quindi non si vota né domani né dopodomani. Perché, allora, l’inventore della formula che anima e regge la seconda Repubblica, ovvero il Berlusconi Silvio che s’incamminò verso il “tutti assieme pur di vincere, e poi si vede”, ora pone il suo sigillo sull’esatto opposto?
Mettiamo in fila alcuni fatti: a. se un pezzo del centro destra esce dal governo, senza farlo cadere, mette nei guai il centro sinistra e segnatamente Matteo Renzi, il cui consenso diventa determinante per reggere in piedi una baracca detestata; b. tanto è vero che non hanno fatto a tempo a spaccarsi che il ministro Cancellieri s’è ritrovata sola, abbandonata anche da Mario Monti (che la sostenne nella corsa al Quirinale, contribuendo in modo determinante ad annullare la gara e consegnare la coppa a chi già lo abitava); c. il governo diventa, così, l’espressione di due minoranze; d. se al Senato viene meno la maggioranza finisce nei guai anche Beppe Grillo, perché gli si spacca il gruppo e taluni scoprono la vocazione per la stabilità; e. le prossime elezioni, europee, sono con sistema proporzionale e se ci si presenta divisi si prende una somma di voti superiore al presentarsi uniti (complice anche lo scalfarismo, che pur di mostrarsi combattente accredita la destra vera, seria, europea, etc. favorendole qualche votarello); f. se poi ti ritrovi con i voti del padre, dei figli e dei figli di madre ignota che sommati superano quelli della sinistra, cominci a misurare l’utilità della scissione.
Ergo: la scissione è fessa per la parte vera, ma furba per la falsa. Alla fine, se non si vota subito, l’agnello sacrificale ha un forte accento fiorentino. Oibò, ma tutto questo minaccia la stabilità di cui l’Italia ha tanto bisogno? Facciamola finita: il governo Letta ha fallito. I rilievi mossi dalla Commissione europea, circa la legge di stabilità, sono fondati. Lo abbiamo detto in tutti i modi che quella legge era inadeguata. Siamo gli ultimi a poterci meravigliare per il severo giudizio. Ma resto basito, eccome, per l’umiliante schiaffo assestato all’Italia. L’idea che la nostra legge di bilancio sia restituita al mittente, accomunandoci a Spagna, Malta, Lussemburgo e Finlandia quali bocciati, è intollerabile. L’Italia è la seconda potenza industriale europea, la terza potenza economica. Siamo i fondatori della Comunità europea. Abbiamo interesse a essere e rimanere parte dell’integrazione europea, ma deve essere chiaro a tutti che senza l’Italia l’Unione neanche esiste. Solo l’irrilevanza politica di un governo incapace può avere consentito quel degradante giudizio.
L’unica vera missione di Letta e Saccomanni consisteva nel mettere a punto non tanto e non solo una legge di bilancio, ma prima di tutto le relazioni politiche e istituzionali necessarie per concordare e vedere approvare le scelte (dolorose) che si andavano compiendo. In questo c’è una radicale differenza, rispetto al governo di Monti: anche lui si piegò ai diktat altrui, ma almeno non fu sconfessato dagli stessi che lo avevano indirizzato. L’unica missione loro affidata, la ragione per cui restava in piedi un governo che faceva riferimento solo al Quirinale, è fallita. La conseguenza, ora, consiste in una ulteriore perdita di sovranità del nostro Parlamento. In questa condizione la stabilità neanche c’è più. C’è solo il desiderio di trascinare avanti quello che è un conclamato fallimento (condito con le parole patetiche di un ministro dell’economia traumatizzato).
Il tutto in un’Italia che ha numeri importanti da far valere, forza da far pesare e storia da non cancellare. Ma è nelle mani di chi non sa usare i numeri, non ha orgoglio della forza e sconosce la storia. Ci hanno lessato l’anima per mesi, raccontandoci che la ripresa sarebbe iniziata prima della fine dell’anno, e manco si sono accorti che è finito. Ci hanno massacrato le pupille con la luce in fondo al tunnel. Io resto un ottimista, perché credo di conoscere i punti forti dell’Italia, ma siamo saturi di questo melassoso ottimismo dell’incompetenza, generato da una sola cosa: loro si sono sistemati.

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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