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Soffrono i fornitori godono gli evasori

Le cifre sono rilevanti: 46 miliardi, su oltre 159 miliardi fatturati. Il 2,58% del Pil non è transitato dal debitore a chi ha lavorato per lui.

di Redazione Pensalibero.it | 2 Ottobre 2017

In un’economia aperta e teoricamente di mercato come la nostra, una delle mancanze più gravi, arriveremmo a dire più odiose, riguarda i ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione, fenomeno che è giunto in un recente passato a vertici finanziari insopportabili. Se ne occupò in prima battuta e nei suoi primi mesi il Governo Renzi e la dimensione è poi un po’ rientrata dai 90/100 miliardi dell’epoca.

Ma ancora, come riportato da una recente inchiesta del “Corriere della Sera”, le cifre sono rilevanti: 46 miliardi, su oltre 159 miliardi fatturati. Il 2,58% del Pil non è transitato dal debitore a chi ha lavorato per lui.

Oggi i numeri, i nomi degli Enti e talvolta anche le responsabilità personali sono per fortuna rintracciabili via internet e quanto meno è caduto quel velo di ipocrita omertà che faceva rimbalzare da un ufficio all’altro la responsabilità della questione.

In sé gravissima, ripetiamo, perché i fornitori sono in ogni caso più piccoli e indifesi rispetto all’anonima responsabilità dell’ufficio pubblico, che neppure la chiarezza della normativa europea (30 giorni derogabili a 60), è riuscita a svegliare da tanto letargo. Sappiamo molto bene che non poche aziende sono andate a gambe all’aria per questo, vittime di quello che è davvero un paradosso: un tempo si falliva per debiti, oggi per crediti. Non riscossi.

Per questo, è giusto segnalare le eccellenze e fa piacere che nell’alta classifica dei buoni pagatori ci sia un Comune bergamasco, quello di Sorisole (centrodestra), che si piazza all’ottavo posto in Italia, con 10 giorni medi di pagamento, a pari merito con altri due Comuni lombardi: Settala (Mi) e Capriolo (BS). Sorisole non è per di più tanto piccolo come il primo in classifica, il Comune di San Genesio Atesino, che ci mette ancor meno: 6 giorni. Sempre nell’alta classifica, troviamo l’Agenzia per la tutela della salute di Bergamo (30 giorni), quella di Brescia (21) e la Regione Lombardia (21), alla pari con quella del Lazio.

Ma i Comuni in Italia sono più di 8000 e le Regioni 20. Perché la gran parte di essi lascia languire i pagamenti tanto a lungo, per cui la classifica virtuosa si ferma a 500?

Quello che non è accettabile è naturalmente la sciatteria, o la furbizia, talora anche solo contabile, per far bella figura nelle apparenze e presentare bilanci brillanti nella forma.

Poi, purtroppo, ci sono ragioni sostanziali ben più gravi.  Dal 2012 è in vigore una legge che consente di utilizzare un fondo di rotazione per evitare l’immediata bancarotta di tanti Comuni e riuscire almeno a pagare gli stipendi, e i Comuni che per questo sono definiti in “predissesto” sono sempre di più. Per fortuna debbono sottoporsi ad una procedura guidata con la Corte dei Conti in veste di troika interna, ma il fenomeno rischia di dilagare. 104 Comuni sono ormai irrecuperabili e altri 163 sono sotto tutela. Nei primi 5 mesi 2017, ogni 12 giorni ce n’è stato uno che ha finito i soldi ed è entrato nella categoria sotto osservazione. Nessuno in Lombardia, il più a Nord tra gli importanti è Viareggio, il resto a Sud (30 in Sicilia).

Tra quelli in dissesto vero e proprio, da tempo entrati in un limbo in cui solo il rilievo politico rimanda la bancarotta, ci sono Napoli, ma anche Torino e soprattutto Roma, con la palla al piede ATAC (1,3 miliardi di debito) che con invidiabile ottimismo il Sindaco Raggi ha pochi giorni fa dichiarato all’inizio della ripresa: un anno, quattro assessori al bilancio e tre amministratori delegati dopo, ma senza una lira in più, autobus in avaria e passeggeri che si vergognano di timbrare il biglietto perché nessuno lo fa.

Si dirà, ed è vero, che la finanza comunale è stata strozzata da tagli e trasferimenti statali sempre più avari. E’ il contrappasso degli anni del federalismo promesso da Tremonti a parole e negato con i fatti, imitato dai suoi successori.

Ma certi strumenti dati ai Comuni per avere entrate proprie, sono rimasti nel cassetto. Ben poco, quasi nulla, è venuto dalla possibilità di scovare evasioni Irpef, Iva, Irap tenendosi addirittura tutto l’importo scoperto. Norma, quest’ultima, del Governo Monti, andato a raddoppiare il 50% consentito dal decreto Calderoli-Tremonti di pochi mesi prima. E dire che la retorica proclama che chi è più vicino al territorio sa bene chi evade.

Sarà pur vero che questo della caccia all’evasore non è il mestiere dei Comuni (un tempo lo era), e comunque hanno strumenti come i criteri ISEE e i rilievi quotidiani di vigili e assessorati, ma che, su 88 miliardi di evasione nazionale recuperata, solo 13,3 milioni (0,01%) siano stati scovati dai Comuni, lascia quanto meno interdetti. Secondo uno studio UIL, solo 571 Comuni si sono accorti di avere quest’arma a disposizione, ma c’è Capo Rizzuto (Calabria) che ha recuperato solo 7 euro, e per equità geografica, Erba (Lombardia) ne ha recuperati solo 50. A Roma, il Commissario Tronca ne ha trovati 50 mila e il Sindaco Raggi altri 50 mila. Roma virtuosa, altro che ladrona.

Strano paese il nostro, in cui chi fornisce lavoro soffre e chi evade sfugge all’occhio dell’assessore vicino di casa.

 

Beppe Facchetti

Pubblicato in : SituazioneTag: amministrazione, anni, calabria, calderoli, conti, corte dei conti, dichiarato, disposizione, euro, evasione, federalismo, governo, governo monti, italia, iva, lavoro, lira, lombardia, mercato, merito, monti, napoli, regione lombardia, renzi, roma

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