Fino al prossimo 8 febbraio il Complesso del Vittoriano ospita una mostra delle opere di questo artista ‘romano’, nel senso di fascistissimo, che pure non dovette mai confondere le ragioni dell’arte con quelle dell’ideologia.
Mario Sironi (1885-1961) mi pare un esempio non comune di artista – ancora, ed anzi di più, oggi – non a partire da ciò che ha fatto ma anzitutto dall’uomo che (desumo) è stato, pieno di pulsione creativa e di sofferenza (evidentemente le due cose spesso vanno a braccetto), un ‘credente’ che non ha mollato la propria fede nei momenti difficili.
Fino al prossimo 8 febbraio il Complesso del Vittoriano ospita una mostra delle opere di questo artista ‘romano’, nel senso di fascistissimo, che pure non dovette mai confondere le ragioni dell’arte con quelle dell’ideologia, l’espressione artistica con la propaganda; forse per questo, non sempre, non necessariamente la sua arte suscitò gli apprezzamenti dei potenti di turno. Questo è/sarebbe un primo grande merito, di cui non tutti gli artisti possono fregiarsi, soprattutto (ma non solo) quando la loro vicenda artistica ed esistenziale si lega ad un regime perlomeno autoritario. Dunque un’adesione profonda, forse perché vissuta con l’anima dell’artista più che con passione politica, al punto che la fine del fascismo dovette coincidere con il crollo di un mondo, con la perdita della fiducia nella capacità stessa dell’uomo di plasmare il proprio destino. E, probabilmente, una scelta limpida e degna di rispetto (peraltro mai avendo approvato le leggi razziali), se è vero che meritò la considerazione del partigiano Gianni Rodari, che gli salvò la vita una volta che fu catturato. In più il suo mai rinnegato ideale negli anni del dopo-guerra gli costò una dolorosa solitudine, perché tutto ha un prezzo, soprattutto per chi decide di non cambiare le carte in tavola.
C’è un secondo ed anche più ampio merito, che ha a che fare con quel suo essere magister artium – come scrive Elena Pontiggia, curatrice della mostra – artista a tutto tondo e cioè pittore, sì, ma anche scultore, architetto, decoratore, scenografo, come forse un uomo di altri tempi. Vorrei inoltre considerare che l’esperienza artistica di Sironi ha potuto spaziare e crescere tra varie scuole e sensibilità. Da giovane si lascia catturare dalla grandezza/bellezza monumentale di Roma, poi scopre la modernità di Parigi, quindi le brutture e l’operosità di Milano, dove si trasferisce dal 1919. La città moderna, con i paesaggi urbani, le architetture degli edifici, sarà motivo ricorrente nella sua opera. Gli esordi di Sironi frugano nell’arte classica, una sensibilità, una predilezione classica (o classicista) attraversano d’altronde le fasi simbolista, futurista, espressionista e metafisica della sua esperienza.
L’autoritratto trasmette una concezione dolorosa, travagliata dell’esistenza, il volto è un manifesto della sua arte: ‘leggendolo’ si capisce perché la leggerezza non è mai, in alcun modo, cifra/essenza della sua ispirazione. I personaggi delle tele sono figure scultoree, dai contorni forti – talora si potrebbero dire esasperati – parlano di volumi più che di linee; sono materia ingombrante ma non per questo difettano di spirito, solenni, universali come appaiono nella loro ieraticità, spesso esprimono una solitudine che non ha rimedio. Uomini, protagonisti anonimi e silenziosi che nella fase più matura dell’arte sironiana diventano oppressi, votati alla sconfitta – un po’ come l’artista – perché, come spiega efficacemente la curatrice, la libertà dell’uomo riguarda le scelte morali “ma non può nulla contro lo spirito del tempo”.
MARIO SIRONI
1885-1961
Complesso del Vittoriano
4 ottobre 2014 – 8 febbraio 2015
1925, olio su tela, cm 98×82
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
1909-1910, olio su cartone, cm 37×44
Collezione privata



Lascia un commento