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Siria-Libia, un valzer a Vienna

Nessuna opzione sarà davvero realizzabile fintanto che gli attori che siederanno al tavolo continueranno a mostrare la faccia presentabile in sede diplomatica, ma ad agire in ordine sparso una volta sul terreno.

di Michela Mercuri | 14 Maggio 2016

Mentre nella “Palmira liberata”, tra i resti della furia iconoclasta del califfato, l’orchestra del teatro Mariinski di San Pietroburgo suonava “la che musica dà vita”, nel campo profughi siriano di Kamouna, nella provincia settentrionale di Idlib, aleggiavano venti di morte, dopo un raid aereo che ha causato quasi 30 vittime tra i civili.

Immagine paradossale, ma che racchiude tutta la contraddittorietà di ciò che sta accadendo negli ultimi anni nel quadrante levantino e nordafricano. ̊Con questo pesante fardello sulle spalle i leader del Gruppo di sostegno internazionale alla Siria si recheranno a Vienna il 17 maggio per discutere, di nuovo, del futuro del paese, mentre un altro incontro sulla Libia è stato fissato per il giorno precedente. Così si cercherà di esperire l’ennesimo tentativo di trovare difficili soluzioni a situazioni oramai degenerate.

Libia, strani giochi di alleanze internazionali
In Libia, nonostante il recente insediamento del governo di concordia nazionale voluto e creato dall’Onu, continua a regnare il caos.

Mentre il premier Fayez al Serraj dal confino tripolino di Abu Sita si ostina, inascoltato, a lanciare appelli all’unità nel Paese, dall’est libico il generale Khalifa Haftar, armato e sostenuto da Egitto ed Emirati, avanza verso Sirte con l’obiettivo dichiarato di abbattere l’autoproclamatosi “Stato islamico” ma, in realtà, con la malcelata intenzione di assurgere al ruolo di attore indispensabile nella partita libica.

A fare da sfondo la frammentazione del paese, affatto risolta dall’arrivo di Serraj, ma anzi esacerbata dalla spaccatura in atto che rischia di risolversi in uno scontro fratricida tra est ed ovest, in cui il Califfato appare sempre più un mero epifenomeno.

Il quadro si fa ancora più a tinte fosche osservando gli strani giochi di alleanze degli attori internazionali. A iniziare dalla Francia che con un equilibrismo a dir poco funambolico, o se si preferisce appellandosi alla realpolitik, con una mano in sede Onu sostiene il governo unitario, mentre con l’altra continua a sostenere Tobruk, anche affiancando le milizie del generale con corpi di intelligence ancora presenti. Il tutto assieme a personale inglese e non solo, nella base di Benina.

Siria, tregua di facciata
Non va certamente meglio nella martoriata Siria. Qui nonostante la tregua entrata in vigore lo scorso 27 febbraio, la guerra tra le forze del regime e le variegate fazioni di ribelli continua pressoché indisturbata.

D’altra parte quegli stessi attori seduti al tavolo delle trattative, Stati Uniti e Russia in primis, se da un lato lanciano appelli per il rispetto del cessate il fuoco, prospettando una road map politica per la risoluzione del conflitto, una volta abbandonato il tavolo negoziale continuano a sostenere i due fronti opposti della guerra siriana.

In compagnia di altri attori regionali – Iran e Turchia solo per fare dei nomi – stanno tracciando, de facto, una partizione del Paese in zone di influenza.

Incognite
Davanti a questo scenario non è semplice far luce sui possibili risultati di questi vertici. Le informazioni che giungono sulle intenzioni delle diplomazie internazionali sono scarse. Un silenzio presumibilmente dovuto più ad assenza di idee e di linee politiche unitarie che ad una circostanziale “cautela diplomatica”.

I nodi da sciogliere restano però numerosi. In primo luogo, nel quadrante libico sarà necessario capire “cosa fare” di Haftar che appare sempre più una presenza obbligata.

L’ipotesi di una sua possibile inclusione nella partita sembra oramai realistica, ma nulla potrà essere fatto senza il riconoscimento, da parte del generale, del governo di unità nazionale e per questo sarà indispensabile una forte pressione sul presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, deus ex machina che muove i fili di Tobruk. Solo da questi presupposti sarà possibile procedere alla creazione di una guardia presidenziale libica, altro tema nell’agenda viennese.

Le incognite sul tavolo siriano sono ancora più complesse e ruotano intorno alla spinosa questione del ruolo dei curdi nel tavolo delle trattative, ipotesi sostenuta soprattutto dalla Russia ma osteggiata, per ovvi motivi, dalla Turchia e che rischia di creare una frattura insanabile a discapito di ogni soluzione politica.

Cosa aspettarsi dunque da Vienna? Seppure nella diversità delle due situazioni alcune ipotesi possono essere avanzate. In primo luogo qualunque soluzione diplomatica e politica senza una benché minima e preliminare pacificazione dei contesti operativi rischia di essere l’ennesimo buco nell’acqua.

In secondo luogo, e cosa forse più importante, nessuna opzione sarà davvero realizzabile fintanto che gli attori che siederanno al tavolo negoziale continueranno a mostrare la faccia presentabile in sede diplomatica, ma ad agire in ordine sparso nel perseguimento dei singoli interessi nazionali una volta sul terreno.

La storia libica e siriana degli ultimi anni ci dimostra, senza mezzi termini, che non c’è più spazio per la politica del minimo denominatore.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, concordia, dichiarato, diversità, francia, futuro, governo, iran, libia, regime, siria, soluzione, sostegno, stati uniti, unità nazionale

Info Michela Mercuri

C’è un modello italiano che ha fino ad ora scongiurato il fenomeno delle banlieue intrise di odio come a Parigi, o le Molenbeek della separatezza islamista come a Bruxelles. Si chiama immigrazione diffusa, un fenomeno che ha evitato che gli stranieri si concentrassero in enclave, spargendosi piuttosto sul territorio.

Gli stranieri tra i mille campanili d’Italia
Nel censimento del 2001 l’Italia contava poco più di 1,3 milioni di stranieri regolarmente residenti entro i suoi confini. Tutt’altra cosa rispetto agli oltre 5 milioni di oggi. Gli stranieri approdati in Italia non si sono addensati pesantemente attorno a tappe e mete definite, prefissate e al tempo stesso limitate, ma piuttosto dispersi tra le tante, le mille mete possibili, tra i mille campanili d’Italia.

Una prima indicazione in questo senso si ricava dal numero di stranieri per 100 abitanti residenti nelle grandi ripartizioni geografiche italiane.

In tutto il Centro-Nord, ovvero in 40 dei quasi 61 milioni di abitanti che conta l’Italia, il numero degli stranieri nella popolazione è compreso tra 10,6 stranieri per 100 abitanti al Centro e poco più di 10,7 nel Nord-Est.

Nelle regioni del Centro-Nord si oscilla tra valori minimi attorno a 9 stranieri residenti ogni 100 abitanti di Liguria, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (le regioni più periferiche) e massimi di 12,1 dell’Emilia-Romagna e 11,5 della Lombardia.

Brescia, meta preferita dagli stranieri
L’immigrazione – è risaputo – si concentra particolarmente nelle grandi città. Sono 45 le città italiane con più di 100 mila abitanti: rappresentano il 23,4 per cento della popolazione italiana e ospitano il 32,1 per cento degli stranieri residenti in Italia.

Deve far riflettere che nelle grandi città con quasi un quarto della popolazione italiana non ci sia neppure un terzo degli immigrati residenti. Ancor più se si pensa che l’anima della graduatoria delle città con la più alta percentuale di stranieri sono proprio le città di 100-200 mila abitanti.

Al primo posto troviamo infatti Brescia col 18,6% di stranieri residenti, al terzo posto Prato (17,9%). Dopo Milano (18,6%), al secondo posto, per trovare una città di almeno 300 mila abitanti occorre scendere fino all’11° posizione, occupata da Torino (15,4%), seguita da Firenze (15,2%) e Bologna (15%).

Tra la 4° e la 10° posizione troviamo Piacenza, Reggio-Emilia, Vicenza, Bergamo, Padova, Parma e Modena. Dopo il terzetto composto da Torino, Firenze e Bologna, abbiamo ancora altre città della provincia italiana del Centro-Nord. Roma è soltanto 18°, addirittura 27° Genova.

La caratteristica diffusiva del modo italiano di incorporare l’immigrazione si conferma passando alle medio-piccole città italiane di 50-100 mila abitanti.

Nella tavola 1 si sono prese in considerazione solo le città del Centro-Nord, dove gli indicatori dell’immigrazione sono più alti. E si vede come passando dalle città grandi e medio grandi a città più piccole di 50-100 mila abitanti si registra soltanto una debole contrazione della percentuale degli stranieri residenti.

Meno rischio di enclave e ghetti
Analizzare la distribuzione degli stranieri all’interno delle città di Milano, Torino e Roma aiuta a fare comprende perché l’Italia è meno esposta al fenomeno della ghettizzazione.

La scelta di queste tre sole città è praticamente obbligata in quanto, per aversi una forte problematicità/pericolosità sociale legata all’addensamento eccessivo dell’immigrazione, occorre che (1) il tasso di residenti stranieri sia almeno relativamente elevato e (2) le città particolarmente grandi.

A Roma la massima percentuale di immigrati si ha nel centro storico, e si tratta di immigrati dai paesi ricchi occidentali. Il 20 per cento di immigrati non si riscontra, invece, in alcun altro municipio romano.

A Milano la percentuale di stranieri supera il 20% nella zona 2 (28,1%) e nella zona 9 (23,2%), mentre a Torino la percentuale del 20% è superata nella circoscrizione 6 (23,2%) e nella circoscrizione 7 (21,4%). A Milano con la sola, peraltro blanda, eccezione degli stranieri filippini della zona 2, nessuna nazionalità vanta un numero di residenti che supera il 5% della popolazione delle zone.

A Torino è mediamente più forte la provenienza africana, che nella circoscrizione 6 arriva nel suo complesso all’8-9% della popolazione, ma dove la componente principale, quella che viene dal Marocco, è pari al 5% degli abitanti della zona.

In sostanza, l’analisi delle nazionalità degli stranieri nelle aree a maggior rischio delle grandi città italiane a più alta concentrazione di stranieri conferma che il carattere diffusivo dell’immigrazione in Italia spinge anche nel senso di differenziare le nazionalità degli stranieri internamente a queste aree, evitando quell’effetto enclave, e di estraniazione dal contesto urbano, che cela i maggiori rischi di pericolosità dell’immigrazione nelle aree urbane.

Sono proprio gli assetti economico-produttivi dell’Italia, la struttura e la localizzazione delle sue attività, aziende, imprese, vocazioni imprenditoriali a funzionare da elemento equilibratore di un’immigrazione che non si agglutina ma piuttosto si scioglie sul territorio, tra comuni e città, in qualche modo stemperandosi e meglio prestandosi all’integrazione.

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