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SINISTRA E LIBERTA’

Laicità, democrazia, società ed economia eque ed aperte: con queste tre parole d’ordine si può rilanciare l’iniziativa di una sinistra caratterizzata sul ruolo centrale delle libertà nei confronti di un PD evanescente, del massimalismo, del dipietrismo, oltre che, ovviamente, della destra. Lettera aperta di Gim Cassano, Paolo Patanè e Saro Pettinato.

di Gim Cassano | 8 Marzo 2009

Manca in Italia una sinistra che sappia esser tale nel senso europeo del termine; cioè sottratta alla sclerosi che ha paralizzato le sinistre italiane. Il che corrisponde all’incapacità culturale e metodologica di tener conto e far proprie le conquiste del moderno pensiero liberaldemocratico e quelle che derivano da una concezione non totalizzante del socialismo.
E’ paradossale che proprio in Italia siano state elaborate le premesse culturali di una sinistra di tal fatta: da Piero Gobetti a Norberto Bobbio, passando per i fratelli Rosselli, De Ruggero, Guido Calogero, il gruppo degli “Amici del Mondo”, ed omettendo moltissimi, si può cogliere un filo continuo di elaborazioni culturali e politiche che non si è mai interrotto, mirando ad un approccio che sapesse collegare la concezione liberale dello Stato e dell’individuo con le esigenze di ampliamento della sfera dell’equità e della libertà dal campo giuridico a quello sociale, proprie della visione socialista. Ma, in Italia, liberaldemocrazia, socialismo democratico, liberalsocialismo, sono sempre risultati minoritari, quando non del tutto assenti in termini politici. A questo ha concorso dapprima la bipartizione della politica italiana, speculare a quella operante a livello mondiale; e successivamente, il mito dell’incontro tra post-democristiani e post-comunisti, del quale il PD è stata l’ultima manifestazione.

Oggi, ed in estrema sintesi, il Paese si trova di fronte a due fenomeni:
In primis, osserviamo il dilagare di una destra clericale, tendenzialmente autoritaria, e che si è affidata quasi per intero alla visione monocratica del cavaliere. Questa destra sta consumando la sua vendetta nei confronti dello Stato unitario e liberale, ed oramai proclama apertamente una vocazione papalina, autoritaria ed avversa ai principii della nostra Costituzione. Diritti individuali, ronde, diritto di sciopero, intercettazioni, diritto alla libertà d’informare e di essere informati, censura sul web, monopolio televisivo, poteri del Parlamento, ruolo di garanzia del Capo dello Stato, ruolo ed autonomia della Magistratura, provvedimenti autoritari e razzisti nei confronti di immigrati e financo di cittadini europei, sono tutti esempi ad un tempo dell’imbarbarimento del Paese e di un attacco alla Costituzione quale mai si è visto, e che allontanano l’Italia dalla concezione europea dei diritti e della democrazia.
Nel frattempo, questa destra, cavalcando la crisi, propone una visione dei rapporti economici che scivola verso il protezionismo ed un nuovo modello statalista e di controllo pubblico dell’economia, che passa attraverso l’uso del potere della politica per indirizzare e controllare surrettiziamente un’economia vista in termini di oligopolio: ne sono prova i casi di Alitalia, l’atteggiamento nei confronti delle banche, l’accordo nucleare con la Francia, il rinvio della “class action”, l’aver accantonato ogni ragionamento sullo smantellamento dei privilegi di caste, corporazioni, oligopoli e monopoli, ormai quasi tutti non più pubblici.

Il secondo fenomeno è dato dall’impantanarsi del progetto riformista del PD nella paralisi di un’indecisione resa necessaria dall’evitare fratture insanabili tra le concezioni laico-liberali e la prossimità alle gerarchie vaticane, tra lo statalismo ed il mercato, tra le alleanze “di nuovo conio” e la ricostruzione di un partito socialdemocratico di tipo tradizionale, tra una concezione bipartitica e maggioritaria ed una visione aperta, partecipativa ed inclusiva del sistema politico.

Il tutto avviene mentre i maggiori partiti hanno chiuso, o per ragione costitutiva, o per prassi, ogni spazio di democrazia interna, e mentre la rappresentanza politica in Parlamento non risponde ad altro criterio che quello della sudditanza alle oligarchie od al capo di partiti la cui funzione è quella, appunto, di preservare oligarchie e capi. Nel frattempo, con la modifica della legge elettorale europea, imposta dagli interessi consolidati dei due partiti maggiori, si cerca di impedire che le forze politiche minori, e criticamente pensanti, abbiano a riaffiorare.

E la discussione avviata da gran parte dei radicali in questi giorni a Chianciano sul fatto che la degenerazione della democrazia nel regime partitocratico attuale abbia radici lontane, e che quindi vada addebitata in modo paritario a tutti, non può avere grandi sbocchi politici, in tempi nei quali occorre osservare come sia in atto l’ulteriore evoluzione verso la monocrazia.
E quindi, per usare termini cari a Marco Pannella, è da ritenere, empiricamente, che tra i buoni a nulla ed i capaci di tutto, i maggiori rischi arrivino dai secondi, non foss’altro che per la loro maggior chiarezza d’idee e per la maggior capacità di costruire scelte politiche. Questo va ricordato a Massimo Teodori ed agli autori di altri consimili appelli, quando ci si rivolge a tutto un insieme di esperienze politiche chiamate estensivamente come LD, prescindendo dalle loro esperienze e dai loro orientamenti di destra o di sinistra.

Le elezioni europee possono essere un’occasione utile e forse non ripetibile per iniziare a costruire quella sinistra laica, liberale e socialista che manca nel Paese, e che una parte insospettabilmente grande dell’Italia reale richiede. Ne è testimonianza l’indignazione di una parte forse non maggioritaria, ma sicuramente molto larga, degli italiani di fronte a tutte le questioni che il caso Englaro ha messo in luce, concentrandovi contemporaneamente questioni etiche, costituzionali, istituzionali, politiche, ed evidenziando, appunto, l’inconsistenza politica di un PD che non ha ancora saputo o potuto stabilire quale sia il proprio ruolo nella politica italiana. Cioè non ha saputo scegliere tra la collaborazione passiva al processo di degenerazione della nostra democrazia, accontentandosi di presidiare uno spazio politico che, al di là delle affermazioni di facciata, non è in grado di interpretare efficacemente e coerentemente, od invece l’invertire il percorso sinora svolto e, rinunziando a vocazioni egemoniche e proprietarie, affrontare seriamente la questione di come costruire oggi un’opposizione che possa, domani, divenire maggioranza.
L’ampio astensionismo di sinistra che ha colpito il cosiddetto progetto maggioritario del PD è la controprova empirica e numerica di quest’affermazione. Astensionismo che nasce dalla insoddisfacente ed inconcludente offerta politica che oggi viene proposta ad un’Italia che non intende “starci”.
Vi è, presente nel Paese, un’Italia che chiede di essere rappresentata, e che chiede di partecipare attivamente alla cosa pubblica: un’Italia di salde radici democratiche, laica, razionale, che non solo non ritiene incompatibili le conquiste liberali e quelle di un socialismo non totalizzante, ma le ritiene entrambe necessarie alla difesa della democrazia in questo Paese: come ha osservato Zagrebelski, non c’è democrazia senza eguaglianza. Questa Italia non ha ancora trovato rappresentanza politica. Non può trovarla nella proposta che viene dal PD, e non può trovarla nelle nostalgie massimaliste.

Una sinistra intesa nel senso europeo del termine, che abbia al proprio centro le libertà, può adempiere a questa necessità, che sinora è rimasta senza risposta. Ad alcune condizioni:
Che la sua battaglia non si limiti alla contestazione della soglia di sbarramento al 4%: agli italiani non interessa nulla del fatto che la soglia “tagli” i piccoli. Anzi, vedono il tutto con un certo favore. Se può esserci un qualche motivo per votare un’aggregazione di questo tipo, questo non va cercato nel fatto che un certo numero di piccole formazioni si metta insieme per aggirare lo sbarramento. Va invece cercato altrove.
Che questa non si qualifichi in termini univocamente identitari di appartenenza politica e culturale; penso che agli italiani, a quella parte della società che ancora ragiona con la propria testa, non interessi sapere cosa “sei”, ma cosa “vuoi”.
Quindi, che questa abbia qualcosa da dire, e che non si tratti solo di un fatto tecnico. All’elettorato democratico, laico, tendenzialmente progressista, si presenta già un PD che ha poco da dire, in quanto paralizzato su tutto dalle diversità di posizioni interne, senza che si senta il bisogno di aggiungervi una formazione minore altrettanto inconcludente sul piano della proposta.
Che sia ed appaia come una proposta aperta, con volti nuovi e metodi nuovi ed aperti; che non si limiti ad essere espressione di formazioni politiche più o meno organizzate, ma esprima anche i diversi approcci e le diverse concezioni politico-culturali, ed una somma di esperienze di impegno rivolte alle battaglie per le libertà, la laicità, i diritti, l’ambiente, la democrazia.
Ne segue che la logica non può che esser politica, prescindendo dal fatto che in questo caso si tratta di elezioni europee e non per il Parlamento Nazionale; in altre parole, occorrerà spiegare agli elettori che questa non è la risposta alla soglia per le europee, ma la risposta al vuoto creatosi a sinistra con le politiche e con l’incapacità del PD di condurre un’opposizione. Non può esservi altro target elettorale che quello di recuperare sull’unico spazio libero oggi esistente: l’astensionismo di sinistra e gli elettori delusi dal PD.

Ma ciò non basta: occorre identificare questa lista attorno a poche e semplici parole d’ordine che abbiano un percepibile significato politico, e che diano alla gente cui si chiede il voto la certezza che questo gli viene chiesto “per” e non “contro”; e soprattutto, per un progetto futuro che non si limiti al consentire a qualcuno di stare a galla, e neanche al prefigurare la riedizione dell’ennesimo partito di una sinistra tradizionalista.
Queste parole d’ordine vanno individuate nelle tre cose che oggi maggiormente mancano in questo Paese: aicità, democrazia, società ed economia eque ed aperte.

A ben vedere, in queste tre parole d’ordine si trova tutto quel che può caratterizzare l’iniziativa di una sinistra caratterizzata sul ruolo centrale delle libertà nei confronti di un PD evanescente, del massimalismo, del dipietrismo, oltre che, ovviamente, della destra. Non si tratta, come vorrebbero alcuni, di prefigurare un nuovo partito; si tratta invece di prefigurare una sinistra “nuova”, aperta, federativa, non costruita su identità ed appartenenze prefabbricate.

Ritenendo sufficientemente chiare le prime due, è necessario soffermarsi un attimo sull’ultima delle tre parole d’ordine, anche perché pesantemente di attualità, in considerazione di tutto quanto sta avvenendo oggi nel mondo.
Occorre aver ben chiaro che in Italia, segni importanti di difficoltà economica erano già evidenti prima del prorompere della crisi; che la nostra società, ormai da tempo, è la più iniqua e la più immobile dell’Occidente industrializzato, e che questi caratteri si sono accentuati nel corso degli ultimi anni; che abbiamo un imponente sistema di welfare che però lascia del tutto indifesi larghi settori del mondo del lavoro; che, citando ancora Zagrebelski, una democrazia che non tenda all’equità non è tale.
Che, soprattutto, condizione forse non sufficiente, ma certo necessaria, per avviare a soluzione la crisi è quella di ripristinare fiducia e coesione sociale: il che richiede politiche non astratte di intervento pubblico, di redistribuzione, e altrettanto non astratte politiche tese ad aumentare la mobilità sociale in questo Paese. Ed occorre non dimenticare come l’origine della crisi non sta nell’eccesso di mercato, come sostengono oggi i nuovi antimercatisti della destra, ma nel fatto che un mercato non governato e senza regole, lasciato in mano di chi nei fatti lo controllava, ha condotto al non funzionamento del mercato. Che è una costruzione giuridica fondata su regole, norme, e sulla capacità di farle rispettare. Ad essere sconfitta, è la perversa visione di un liberismo assunto ad ideologia, non liberale, che ha impedito quanto i liberali democratici hanno al centro delle loro concezioni sociali ed economiche: l’apertura della società e del mercato, che richiedono appunto, regole, norme, politica.
Ed oggi, una sinistra moderna deve porsi il problema delle regole, dei diritti e dei doveri, del merito e dell’efficienza, della lotta alle corporazioni ed ai monopoli, dell’affermazione del mercato come sistema di regole e non di norme tanto declamatorie quanto aggirabili.
Per decenni gli Stati Uniti hanno finanziato col debito pubblico la propria politica di potenza, con l’espansione del debito privato gli squilibri tra retribuzioni e consumi e tra reddito delle famiglie e profitti, con le attese speculative e la finanziarizzazione gli squilibri tra produzione ed intermediazione, al di fuori di ogni buona regola di controllo di un mercato che si faceva sempre più distante dall’economia, finendo col distruggerlo.
Ed oggi, politiche keynesiane indirizzate a correggere questi squilibri, “mirate”, non assistenziali, aperte al mercato, indirizzate a promuovere nuove attività, appaiono l’unica strada percorribile, di là e di qua dell’Oceano.
Ma in Italia, vi sono, in aggiunta, altre questioni: vi è un debito pubblico imponente, il cui servizio assorbe oltre il 5% del PIL; risorse ingenti vengono divorate dall’inefficienza; la destra che ci governa ha dilapidato e dilapida risorse importanti in avventure come quella di Alitalia, nell’ICI, nel patto con la Libia e, ieri, in quello nucleare con la Francia. E soprattutto, va ricordato, sulla scia di Ernesto Rossi, come da noi non vi sia eccesso, ma vi sia invece difetto di mercato: privatizzare è cosa ben diversa dal liberalizzare.
Basta confrontare una bolletta del telefono, dell’Enel od un estratto-conto bancario italiano con il corrispondente in qualsiasi Paese d’Europa, o quanto è stato fatto per Alitalia con quanto si è fatto altrove. Il peso del funzionamento oligopolistico di estesi settori dell’economia è insopportabile per famiglie ed aziende, specie per le più deboli dell’una e dell’altra categoria, e la qualità del servizio reso è di gran lunga la peggiore in Europa. E le tendenze oggi in atto appaiono di tipo dirigistico e non orientate a favorire apertura e mobilità. In fin dei conti, non è inutile ricordare come l’intervento diretto dello stato nell’economia italiana non sia un’invenzione della sinistra, ma del fascismo.
Coloro che oggi si sono frettolosamente convertiti a statalismo e protezionismo striscianti dovrebbero ricordarsi di quando assumevano a modello l’America reaganiana o la Gran Bretagna thatcheriana, mentre finanziavano col debito evasione fiscale e protezioni. La sinistra deve stare attenta a non vedere nella rapida conversione del conservatorismo sociale al dirigismo la propria vittoria: quelle che si profilano sono una società ed un’economia più chiuse, e non più aperte.
La sinistra moderna, europea, laica, liberale, socialista, che manca in Italia non può non affrontare senza pregiudizi questi fatti: se essa non può non porsi l’equità come fine, il non porsi la questione dell’apertura e della mobilità di una società fondata sul merito significherebbe venir meno al proprio ruolo storico.
Riuscire ad avviare una costruzione di tal genere avrebbe un significato politico e culturale dirompente.
Per la prima volta dall’immediato dopoguerra, si riaprirebbe in Italia in termini politici la costruzione di una sinistra laicamente orientata ed aperta, non chiusa in termini ideologici, nella quale possano trovare utile collocazione esperienze socialiste, liberali, ambientaliste.

Gim Cassano, Paolo Patanè, Saro Pettinato

Pubblicato in : Primo piano

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