
Impossibile immaginare, a dieci anni dalla sua scomparsa, quanti, in Italia, ricordino la figura del socialdemocratico pistoiese Antonio Cariglia. Forse i più informati associano il suo nome alle sorti del PSDI di cui il politico pistoiese è stato il segretario politico fra il 1988 e il 1992 ma non molto di più.
Eppure, candidato nel 1979 alle prime elezioni europee a suffragio universale, nel suo “santino” elettorale era così presentato in un breve profilo biografico sotto una foto che lo ritraeva in compagnia di Willy Brandt: “L’On. Antonio Cariglia è nato a Vieste (Foggia) nel 1924. Laureatosi in Scienze Sociali e Politiche all’Università di Firenze, ha partecipato alla Resistenza ed ha successivamente svolto attività sindacale nella UIL dove ha ricoperto l’incarico di Segretario nazionale. Per la UIL è stato delegato italiano al BIT (Bureau International du Travail) e per alcune commissioni della CECA. Militante del movimento socialista entrò a far parte del PSDI fino dalla sua fondazione svolgendo attività a vari livelli fino ad assumere la vice segreteria del partito che mantenne anche nel periodo dell’unificazione socialista. Eletto deputato nel 1963 lo è rimasto fino alla VI legislatura. In parlamento ha ricoperto la carica di presidente della Commissione Affari Esteri ed Emigrazione e della Commissione Affari della Presidenza del Consiglio e Interni. È stato contemporaneamente presidente del Gruppo Parlamentare del PSDI. L’On. Cariglia è stato inoltre membro del Comitato Monnet, delegato italiano all’ONU e rappresentante permanente del Partito nell’Internazionale Socialista”.
Aggiungiamo che nel 1979 Cariglia verrà eletto al Parlamento europeo dove sarà anche membro della commissione politica e della delegazione per le relazioni con l’America Latina, nonché componente dell’Ufficio di presidenza del Gruppo socialista al PE.
Un curriculum di prestigio, come si può vedere, soprattutto in ambito internazionale.
Perché, allora, la memoria di Cariglia è stata completamente rimossa dalla storia, non solo del movimento socialista italiano ma anche dal panorama della storia politica del nostro paese?
A dare una risposta a questa domanda contribuisce ora quest’ampia ricerca di Simone Visciola che analizza con ricchezza d’informazioni e vigile vaglio critico la storia politica dell’esponente socialdemocratico.
Non vi è alcun dubbio sul fatto che l’elemento caratterizzante della battaglia di Cariglia sia stato, anche a causa della sua formazione intellettuale e delle sue prime esperienze politiche, l’occhio incessantemente posato sulle vicende del socialismo europeo con una attenzione che trova pochi riscontri tra i suoi coetanei.
Il riferimento costante di Cariglia nell’azione politica è stato, certamente, Giuseppe Saragat e tuttavia, non si capirebbe fino in fondo lo spirito che lo muove senza prendere in considerazione anche la lezione del giurista Giuseppe Maranini che Cariglia ha avuto come maestro, subito dopo la guerra, al Cesare Alfieri e di cui introietta l’insegnamento secondo cui «il socialismo non poteva che coniugarsi con la democrazia» (p. 34).
Sarà poi Saragat a forgiare definitivamente il carattere della riflessione di Cariglia intorno ai temi del socialismo e della libertà quando la sua lettura di Marx viene filtrata attraverso la riflessione del politico piemontese consolidandosi in una visione di “umanesimo socialista”.
Particolarmente significative sono le pagine che Visciola dedica alla scissione di Palazzo Barberini che egli giudica, sulla scorta delle considerazioni espresse nei suoi scritti da Gaetano Arfè, una vicenda non leggibile all’insegna del moderatismo ma piuttosto la ricerca di uno sbocco rivoluzionario che permettesse al PSIUP di superare il compromesso ciellenistico che ne condizionava l’azione.
Molto interessanti e del tutto inediti sono i riferimenti all’attività sindacale di Cariglia con la UIL di cui diventa il segretario per la città di Pistoia e di cui più avanti sarà responsabile per gli affari internazionali. In questa veste, nel 1953, si reca negli USA, per un periodo di formazione che rappresenta anche la sua prima esperienza al di fuori dell’Italia. Nello stesso anno viene cooptato nel Bureau International du Travail dove prende confidenza con la prima, pionieristica fase, del processo d’integrazione europea.
È dopo l’esperienza sindacale che Saragat chiama il giovane pistoiese accanto a sé nella direzione nazionale del PSDI dove sarà l’ombra del futuro presidente della Repubblica quando questi, nel 1957, viene rieletto alla segreteria.
In questi anni emerge la convinzione in Cariglia che sia necessario operare per la formula del centrosinistra, cercando al contempo, di neutralizzare l’influenza di coloro che tra i socialisti lavorano per avvicinare il PSI al PCI. Questi anni sono dedicati intensamente da Cariglia al lavoro di partito, per farlo crescere e rafforzarlo.
Nel 1963 viene eletto alla Camera dei Deputati in cui porta la sua esperienza internazionale. L’obiettivo diventa ora l’unificazione socialista e la sua costante opera di informazione e collegamento con le reti che riuniscono i partiti socialisti europei risulta fondamentale per preparare la strada all’operazione.
Anche in questa nuova fase il suo l’operato risulta decisivo; è lui il plenipotenziario incaricato da Saragat di tenere i rapporti col segretario del PSI Francesco De Martino. L’unificazione alla fine si farà ma ad un prezzo che la renderà presto inservibile ai fini di un riorientamento del sistema politico italiano.
L’autore dedica poi pagine illuminanti al fallimento dell’unificazione nelle quali la posizione di Cariglia viene analizzata puntigliosamente indicando quale fosse la lettura che ne dava l’esponente socialdemocratico; egli reclama chiarezza sul tema della libertà e del rapporto con i comunisti pur non chiudendo completamente la porta all’interlocuzione; si mantiene viva in lui come nel suo maestro Saragat la speranza che il PCI possa abbracciare gli ideali della democrazia e della libertà.
Altro fronte su cui ritiene necessario sgombrare il campo dagli equivoci è la collocazione internazionale del nuovo soggetto politico: adesione incondizionata all’europeismo e all’atlantismo sono da Cariglia ribaditi quali presupposti essenziali alla sopravvivenza del PSU quale soggetto autonomo.
Dopo lo scioglimento della “bicicletta”, Cariglia è eletto vicesegretario della nuova formazione socialdemocratica. Visciola cita un discorso del luglio 1969 in cui il politico pistoiese propone il nuovo partito come un argine allo scivolamento della maggioranza di governo verso aperture rivolte al partito comunista.
Per tutti gli anni Settanta un saldo convincimento di Cariglia è quello relativo alla ricerca di una stabilità delle istituzioni capace di accompagnare il processo riformatore della società italiana.
Nel momento in cui Saragat si appresta a rientrare nel partito dopo essere asceso al Quirinale, Cariglia si ritaglia un ruolo che l’autore del libro descrive come di “termometro del PSDI”. In questa veste lo troviamo spesso a ricucire e mediare fra le rissose correnti del partito e i loro maggiorenti proprio nel momento in cui cominciano ad affacciarsi i primi sintomi di quella degenerazione clientelare che farà del PSDI l’unica formazione politica della prima Repubblica ad annoverare tre segretari inquisiti e condannati dalla magistratura (Mario Tanassi, Pietro Longo e Franco Nicolazzi).
Un intero capitolo del libro, il quarto, è dedicato a “La visione internazionale: un’idea d’Europa” in cui sono affrontati con l’attenzione che meritano i rapporti internazionali intessuti da Cariglia nell’arco della sua attività politica.
La sua attenzione a questi problemi risale all’esperienza di studio alla facoltà fiorentina di Scienze Politiche e Sociali Cesare Alfieri. La possibilità di coniugare impegno europeista e militanza socialista si concretizza nella sua frequentazione del Bureau de Liaison dei partiti socialisti della Comunità europea. Nulla, tuttavia, è più lontano dal suo pensiero che un socialismo europeo neutralista; al contrario egli è profondamente convinto che la lotta per un’Europa politicamente unita non possa andare disgiunta da un rapporto altrettanto solido con gli Stati Uniti e, in ogni caso, questo rapporto avrebbe dovuto poggiare su una equal partnership tra i due soggetti. Cariglia si fa anche portatore della richiesta di un’azione coordinata di tutti i socialisti europei tesa a superare i singoli schieramenti nazionali.
Il PSDI è ormai in balia del correntismo più sfrenato e degli appetiti di potere dei vari cacicchi quando Cariglia, nel 1988, viene chiamato a salvare una barca che sembra in procinto di affondare o di essere fagocitata dal PSI di Craxi. Così, quest’uomo, che aveva da poco superato i sessant’anni, con un importante credito internazionale e che aveva rifiutato fino ad allora ogni incarico governativo per dedicarsi unicamente alla causa della socialdemocrazia in Italia, si trova a guidare il partito.
Il neosegretario cerca di fare pulizia nelle file del PSDI e, nello stesso tempo, prova a stabilire rapporti amichevoli con il partito socialista che, al contrario, rivela tentazioni egemoniche e fin quasi liquidatorie dell’esperienza socialdemocratica.
Al momento della caduta dell’Unione sovietica e dell’utopia comunista, Cariglia apre un fronte polemico con i socialisti accusati di prendere tempo piuttosto che di porre le basi per un governo di alternativa. Il politico pistoiese cerca di mandare alla base segnali di rinnovamento e, al contempo, si impegna «in un estenuante lavoro volto alla formazione di un rassemblement delle forze socialiste democratiche e laiche».
Nei confronti di Achille Occhetto, Cariglia attua la strategia del dialogo richiamandolo a un atteggiamento di confronto con le altre realtà della sinistra italiana. È questo il momento in cui il segretario del PSDI sollecita un cambiamento nel PCI invitando Occhetto ad assecondare il corso della Storia.
Gli ultimi due anni della segreteria di Cariglia lo vedono impegnato nel sostegno al progetto di un’alleanza laica e socialista e nel favorire l’ingresso del PCI di Occhetto tra i membri dell’Internazionale socialista (dopo che già aveva appoggiato, negli anni Sessanta, l’entrata del PSI di Nenni nella stessa organizzazione).
Nelle more delle elezioni politiche del 1992, il PSDI assume il ruolo di “diga contro il caos” di fronte alla frammentazione dell’offerta politica e alla crisi di sistema che va avvitandosi su se stessa. Il partito di Cariglia non raggiunge il 3%. Il giorno dopo Cariglia rassegna le proprie dimissioni, Tangentopoli è ormai alle porte.
Quali considerazioni possiamo trarre dall’esperienza politica di Antonio Cariglia? Il politico pistoiese attribuiva la mancata ascesa al governo in Italia della socialdemocrazia a due fattori: l’alleanza del PSI nel 1948 con un partito comunista di dimensioni di gran lunga maggiori e, in seguito, una “democrazia bloccata” che ha impedito di rendere operante il sistema dell’alternanza. Non c’è dubbio sul fatto che il riformismo ha scontato errori di valutazione e diffidenze consolidate che gli hanno impedito di radicarsi in Italia e proporre le sue ricette per il governo del paese, il bel libro di Visciola ne è una prova.
Andrea Becherucci
da «Rivista Storica del Socialismo», Nuova serie, anno VI, numero 1, maggio 2021, pp. 185-187

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