Una giornata di riflessione e di proposte sui temi scottanti della previdenza e del Welfare rappresenta un’occasione da non perdere.
Affrontare il problema del futuro della previdenza e del Welfare obbliga, piaccia o no, a discutere del futuro dell’Italia e degli italiani.
Un futuro incerto e, proprio per questo, da non lasciare nelle mani di maghi imbroglioni, che hanno trasformato la matematica in opinione, la statistica in scienza da utilizzare soltanto per sostenere le loro ragioni, la politica nell’arte di sopravvivere, arrangiarsi e arricchirsi.
Governanti e politici, che, per intendersi, pensano e operano contro i pensionati e le pensioni, e ritengono che lo stato sociale possa essere sostituito da una politica di presunta sussidiarietà, che scarica sul volontariato e sul terzo settore compiti e obblighi pubblici, confondendo volutamente diritti e solidarietà con la carità e che, per nobilitare il tutto, lanciano la teoria del “dono” come fa il ministro Sacconi, che altro non significa che dire ai cittadini bisognosi e ai volontari di vedersela tra loro.
In momenti così difficili, occorre parlare di futuro senza separare l’oggi dal domani.
Ogni riferimento al futuro deve obbligatoriamente individuare le aree di possibile intervento, cercando di evitare la politica dei “due” tempi, che finisce sempre per facilitare l’adozione di provvedimenti “tampone”, giustificati dal clima di emergenza.
Una prima area riguarda le pensioni in essere, cioè la condizione materiale e umana di oltre 15 milioni di pensionati, che da anni sono schiacciati nel tritacarne delle disattenzioni o di interventi ostili, come quelli tremontiani.
In 10 anni, il valore reale delle pensioni è diminuito di oltre il 25% e, purtroppo, l’erosione continua. La scure dei tagli ha fatto strage di diritti elementari.
Niente fondi per la non autosufficienza, meno servizi per la persona e per la casa, aumento dei prezzi e delle tariffe, minore tutela della salute e nuovi ticket sono stati deliberati senza il minimo confronto tra le parti sociali. L’uso dissennato delle addizionali produce, inoltre, come unico effetto rilevante, quello di tartassare ancor più milioni di pensionati.
Una seconda area di intervento riguarda quel complesso settore di prestazioni e costi, da sempre oggetto di confusione, perché previdenza e assistenza sono sempre rimaste confuse.
Governo e ministri alimentano ad arte tale confusione, spostando con disinvoltura le cifre da un capitolo di spesa all’altro, con il risultato di rendere incerti molti diritti e di negare risposte adeguate per bisogni indiscutibili.
Su questi temi, non basta discutere e approfondire analisi e conoscenze, è indispensabile avanzare proposte concrete e anche urgenti, con particolare riferimento alla condizione delle famiglie, degli anziani e degli invalidi.
La terza area di problemi riguarda il futuro, a cominciare da quelli più scottanti, per i quali a Bologna sarebbe necessario e utile avanzare delle prime proposte concrete.
Il problema dell’età pensionabile va affrontato tenendo conto di un mercato del lavoro flessibile, che entrerebbe in stridente contraddizione con norme rigide sull’età pensionabile.
Va riconsiderata tutta la questione relativa all’età pensionabile delle donne e di tutti i lavoratori, che si trovano nella morsa di politiche tese ad allontanare l’età della pensione, mentre il mercato del lavoro sempre di più espelle chi supera una certa età.
Come si può ignorare, infatti, che molte aziende hanno ormai adottato programmi informatici, per selezionare candidati da assumere, che scartano a priori domande provenienti da chi abbia superato i 40-45 anni.
L’altra questione riguarda i giovani. Chi, oggi, ha meno di 40 anni e, spesso, alle spalle anni di disoccupazione, precariato, lavori atipici, davanti a sé vede un avvenire previdenziale terribile: se va bene, potrà contare su una pensione inferiore all’assegno sociale.
Se fosse necessario chiedere qualche sacrificio ai pensionati e ai lavoratori cosiddetti garantiti, dovremmo farlo per garantire una pensione dignitosa ai giovani.
Va, infine, affrontata la questione dei cosiddetti “costi della politica”, argomento sul quale si fa molta confusione.
Non c’è dubbio alcuno che, tra i costi della politica, vada annoverato anche il costo delle pensioni e dei vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali. Il privilegio delle pensioni plurime, tuttavia, non è dei soli politici. Esiste un’area di mezzo, dove a volte agisce la politica, altre volte no, che include molte migliaia di persone, che sono collocate sui gradini più alti della burocrazia civile e militare, statale e locale, e che passano da un incarico all’altro in modo spesso incontrollabile e intollerabile; sfruttando al meglio il temporaneo incarico, questi signori si garantiscono privilegi previdenziali formalmente legittimi e socialmente inaccettabili.
Tra gli operatori dell’informazione e gli esperti di previdenza è cresciuto il numero di coloro che sottolineano l’esistenza del fenomeno delle tante “caste”; sono ancora pochi, tuttavia, coloro che, ad oggi, dimostrano determinazione nel condividere la necessità di risolvere il problema alla radice.
Troppi fingono di non capire che il problema non è tassare, momentaneamente, di più chi usufruisce di questi privilegi: un privilegio, pur ridotto, rimane un privilegio.
A Bologna, presenteremo una proposta semplice, non demagogica, realizzabile solo a condizione che sia sostenuta da una chiara e decisa volontà politica. Si tratta di una proposta che, se correttamente attuata, taglierebbe ogni possibilità di perpetuare trattamenti privilegiati.
Con la proposta del codice previdenziale personale, noi tentiamo di esaltare il principio dell’armonizzazione basata sul contributivo, in base al quale diritti e doveri sono eguali per tutti. Ogni cittadino, lavoratore dipendente, autonomo, professionista, avrà una sola pensione, fatta salva l’eventuale pensione di reversibilità.
Noi non ci rassegniamo all’idea che, al primo profilarsi di un’emergenza economica, riesploda la polemica sui privilegi pensionistici, che rimangono poi immutati nei secoli!
Non siamo tra quelli che, anche in questi giorni, dissertano sulle pensioni d’oro e propongono una logica secondo la quale 2.500 Euro da pensione sono la “ricchezza” e 5-7-10 mila euro da altre attività rappresentano il “dovuto”.
Incominciamo, a partire da Bologna, a verificare consensi ed obiezioni, con la convinzione che occorre far presto.
Nuove scadenze elettorali si avvicinano ed è giusto che chi deciderà di candidarsi, tra i vantaggi attesi in caso di elezione non includa più eventuali privilegi pensionistici.
Silvano Miniati
*Network Sinistra riformista

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