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Siamo un paese a pezzi affetto da “presentismo” e da miopia congenita

Se non reagiamo (con maturità) il conto sarà salatissimo.

di Enrico Cisnetto | 25 Novembre 2019

I nodi stanno venendo al pettine, tutti e tutti assieme. L’effetto è quello di una valanga, che via via ingrandisce l’ampiezza del fronte e la portata. E così il declino italiano, che finora è stato inesorabile ma lento e a macchia di leopardo, si trasforma in decadenza strutturale e irreversibile fino al punto da assumere i contorni del disastro. Forse nel percepito collettivo c’è il rumore sinistro di questa valanga che ci viene addosso, di cui si cominciano a vedere i segni, così come il silenzio assordante del vuoto delle contromisure. Ma non c’è ancora la piena coscienza delle conseguenze devastanti che complessivamente si stanno producendo. Eppure, le ferite sono tali che per rimarginarle ci vorranno generazioni, ammesso che qualcuno cominci a mettere mano ai rimedi.

 

Da un lato c’è il paese che viene giù a pezzi. La cronaca ci offre a ritmo sempre più incalzante gli esempi di un territorio, urbano e non, che per effetto della deresponsabilizzazione pubblica e della negligenza privata, delle mancate manutenzioni e dell’ottuso rifiuto di ogni ammodernamento infrastrutturale, è oggetto di devastazione. È un fenomeno che prende molte forme, dal dissesto idrogeologico all’incuria dei centri urbani grandi e piccoli. Ma è soprattutto l’immobilità reattiva che colpisce (e ferisce). Roma, per esempio, è ormai segnata da quelle croci untorie che sono i transennamenti perimetrati dalle griglie di plastica arancioni o dalle strisce bianche e rosse. Qualunque cosa succeda, da un albero caduto ad una buca stradale profonda (quelle minori, si fa per dire, sono ormai arredamento civico permanente), tutto viene delimitato per poi essere lasciato così com’è per anni. Anche le stesse reazioni alle grandi calamità naturali, che pure sul momento vengono accolte e seguite con grande apprezzamento per lo spirito di sacrificio e l’abnegazione di chi le effettua, poco dopo lasciano il passo alla lentezza burocratica e al disinteresse, visto l’oblio che lo spegnimento dei riflettori mediatici – pronti a riaccendersi altrove in un susseguirsi sempre più veloce di emergenze che rimangono tali per giorni o al massimo settimane – produce. Per non parlare delle scelte che richiederebbero lungimiranza. Qualcuno sa che fine abbiano fatto tutte le proposte di assicurazione obbligatoria per i rischi catastrofali che nel corso degli anni sono state avanzate ogni qualvolta un terremoto o l’esondazione di un fiume ha prodotto danni, umani e materiali, ingenti? Sono ancora tutte lì, pronte ad essere rievocate alla disgrazia successiva. Così lo Stato ha speso centinaia di miliardi per mettere pezze anziché per fare prevenzione: dal terremoto del Belice del 1968 a oggi, solo i terremoti sono costati circa 150 miliardi, mentre alluvioni, frane e altri tipi di dissesti idrogeologici, negli ultimi dieci anni hanno gravato sul bilancio pubblico per 33 miliardi. Mentre un’assicurazione obbligatoria per le case, contro tutti i rischi catastrofali, costerebbe ai proprietari in media 1 euro al metro quadro, permettendo ai contribuenti un risparmio di 3,3 miliardi l’anno.

 

Prendete la storia del Mose, ritornata sotto i riflettori per via del drammatico allagamento di Venezia procurata da quell’acqua alta che avrebbe dovuto e potuto essere fermata. La sua progettazione risale a quasi quarant’anni fa, e la sua realizzazione è iniziata all’inizio di questo secolo. Quando nel novembre 2014 il consorzio di imprese (CVN) chiamate a costruire un’opera che da tutto il mondo sono corsi a vedere, studiare e cercare di copiare, è stato commissariato per mano dell’Anac (un unicum nei paesi civili, che non si sono mai sognati di aggiungere alla magistratura un autorità anticorruzione) guidato da Raffaele Cantone, ma per volontà dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, cui Cantone è stato sensibile finché è rimasto a palazzo Chigi, le paratoie mobili dislocate alle bocche di porto della laguna veneziana erano pronte all’85% e nel giro di 18 mesi sarebbero state completate e rese funzionanti. In questi cinque anni l’opera lasciata in mano a tre commissari chi ideologicamente contrari al Mose chi incompetenti, da un lato è rimasta incompleta, dall’altro si è deteriorata. Tanto che di fronte all’alta marea dei giorni scorsi è rimasta sott’acqua. E questo perché Renzi aveva pensato di fronteggiare il calo del consenso procurato al Pd dallo scandalo Mose – che non aveva neppure sfiorato i vertici del CVN – mostrando i muscoli del commissariamento (peraltro inutilmente dal punto di vista elettorale). Il tutto alla modica cifra di 6 miliardi, che diventano 8 se si considerano anche le altre opere per la salvaguardia della laguna dalle maree.

 

Ma il “partito del No”, le debolezze della politica al cospetto allo strapotere delle Procure e la deriva populista del non spendere in manutenzioni perché non paga elettoralmente, ha fatto anche molti altri danni, le cui conseguenze si stanno manifestando tutte assieme. Pensiamo alle infrastrutture di trasporto – Tav tra ciò che sarebbe da realizzare, le Ferrovie tra ciò che non si manutiene e non si modernizza nonostante gli straordinari risultati degli investimenti del passato (la rete ad alta velocità, che sta penalizzando i passeggeri dei Frecciarossa) – o a quelle energetiche (Tap) e di telecomunicazioni (siamo indietro con il 5G). Ma ci riferiamo anche alle infrastrutture di trattamento dei rifiuti, la cui mancanza lascia città come Napoli e Roma nel caos più assoluto.

La “slavina Italia” è però fatta anche e soprattutto della progressiva desertificazione industriale del paese. Il caso dell’acciaio dell’Ilva è sicuramente il più clamoroso e gravido di conseguenze – non solo per la città di Taranto, che perde posti di lavoro e resta senza risanamento ambientale, ma per l’intera industria manifatturiera nazionale – oltre che quello che più platealmente mostra l’incompetenza della nomenclatura politica al comando. Ma le molte crisi aziendali aperte e lasciate marcire ci dicono che l’Italia è, come ha scritto Mario Deaglio sulla Stampa, “nella morsa del declino industriale” per colpa della miopia e dell’irrisolutezza della classe dirigente. Si pensi ai programmi di rilancio che da anni ci vengono annunciati per l’Alitalia, con l’enfasi necessaria a giustificare livelli di spesa pubblica dedicata al suo sostentamento (si calcola 9 miliardi), senza peraltro mai rimuovere le ragioni di inefficienza che rendono il nostro vettore non competitivo e quindi incapace di reggere i costi.

 

Tutto questo si riflette non solo sul pil – la cui crescita è da un quarto di secolo minore di mediamente un punto all’anno (19 miliardi in valore assoluto, 400 miliardi in un quarto di secolo) – ma anche sull’umore collettivo degli italiani, sempre più convinti che il destino italico sia segnato e di conseguenza rassegnati ad accontentarsi di quello che passa il convento. Siamo cioè un paese non solo privo di capacità di analisi e di progettualità, ma anche incapace di reagire alle avversità, immerso com’è nella più assoluta immobilità. Ci scuotono le emergenze, peraltro sempre più frequenti, ma essendo portati a privilegiare il presente – terreno su cui si organizza lo scambio tra elettori ed eletti – e per di più a litigare sul passato – terreno su cui si giocano i rapporti di forza nella politica – nessuno le affronta guardando al futuro. La modernità e l’innovazione non sono valori condivisi.

 

Insomma, il “presentismo”, tanto più se accompagnato da un imperante dilettantismo, ci impedisce ogni forma di programmazione e ci rende maledettamente miopi. Lo sono prima di tutto i partiti e il personale politico. Lo è la pubblica amministrazione e in generale ogni forma di burocrazia, anche quelle private. Lo è quella parte del capitalismo che si rifiuta di fare i conti con i paradigmi della globalizzazione, che vive attaccata al bocchettone della spesa pubblica, che si accontenta di vivacchiare. Lo sono le rappresentanze – dai sindacati alle confederazioni dei datori di lavoro – che si nutrono di cultura corporativa e non conoscono l’abc dell’interesse generale. Ma, occorre dirlo, un po’ miopi lo siamo anche noi tutti, che preferiamo soggiacere al gioco delle illusioni, anche se inevitabilmente e con sempre maggiore velocità si tramutano in disillusioni, che optiamo più per la sfiducia e il rancore che per la reazione costruttiva. Solo che ora siamo di fronte all’accumularsi di danni incalcolabili. Il conto del cattivo governo o, peggio, del non governo dei problemi ci si sta presentando tutto in un colpo e in una misura che non può lasciarci indifferenti. L’ignavia o lo sfogo della rabbia non servono, anzi aggravano le cose. Occorre alzare lo sguardo e reagire con maturità. Altrimenti il prezzo che saremo chiamati a pagare, noi e soprattutto i nostri figli, sarà drammaticamente alto. Troppo.

 

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: amministrazione, anni, bilancio pubblico, capitalismo, classe dirigente, consenso, conti, costi, crisi, danni, euro, futuro, globalizzazione, governo, lavoro, magistratura, matteo renzi, mondo, napoli, nomenclatura, palazzo chigi, pd, populista, posti di lavoro, presidente del consiglio

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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