
Diamo fiato alle trombe, diceva il grande Mike Bongiorno rivolto a Piero Turchetti. Ed è quello che sta succedendo in questi giorni con i rivoluzionari da salotto che incitano le piazze nel solito ed antico vezzo italico. Anche da queste pagine, me lo consentirà il Direttore, ci sono taluni che inneggiano alle rivolte di piazza come panacea degli italici mali.
Da storico mi permetterò, se è ancora consentito, non di correggere ma di fare alcune osservazioni solo di carattere empirico: per prima cosa capisco lo scontento verso il governo Meloni e lo condivido, ma solo ora se ne accorgono gli insorgenti come se i quattro anni precedenti fossero stati buoni? L’italica tragedia è che l’alternativa è pari, in termini di populismo ed incompetenza, alla cura attuale. La Schlein e Conte sono alla stregua di analogo populismo verniciato apparentemente di un diverso colore ma la sostanza è la stessa. Conte recupererà i circa 250 miliardi di debito pubblico appioppatoci sul groppone con provvedimenti tipo reddito di cittadinanza e superbonus? In un Paese normale sarebbe stato chiamato a risponderne penalmente e patrimonialmente. Forse siamo prossimi a cadere dalla padella alla brace. Storicamente vorrei ricordare che questa seconda repubblica è figlia della “rivoluzione” contro la prima per cui: avete voluto la bici? Ed ora pedalate con questi!
Seconda considerazione: le spese militari. Vorrei ricordare ai pacifisti de’ noantri che dal 1943 ad oggi abbiamo sottoscritto, con governi di tutti i colori da Badoglio a Meloni passando per Prodi, D’Alema e Berlusconi, numerosi trattati internazionali che siamo costretti a rispettare altrimenti la difesa ce la saremmo dovuta garantire da soli dal 1943 in avanti. Il tanto declamato articolo 11 della Costituzione italiana è stato letto ed acclamato solo in parte infatti recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. La Repubblica rifiuta quindi la guerra di aggressione e la forza come metodo per risolvere i conflitti tra gli Stati, pur consentendo la difesa legittima in caso di attacco collegata agli articoli 52 e 78. Inoltre, l’art. 52 riporta. La difesa della Patria è definita un «sacro dovere del cittadino».
Come ci si difende se non ci si arma? Impossibile! Inoltre, come ricordavo nel mio precedente articolo, nelle diplomazie di tutto il mondo, piaccia o non piaccia, siamo ricordati come i soliti “voltagabbana” che firmano accordi e poi, in corso d’opera, li ribaltano e questo dal lontano 1870.
Terzo aspetto le giuste rivendicazioni per il welfare italico partendo dalla sanità chiedo: dove erano i rivoltosi quando il primo governo post prima Repubblica, Giuliano Amato, varò la trasformazione degli ospedali in aziende? Su questo stesso tema, dopo Amato, si accanì Rosi Bindi con governi di colore solo apparentemente diverso. Chi si sbizzarrì inventando l’intramoenia ospedaliera? Chi inventò i LEA cioè i Livelli Essenziali Assistenza? Chi fu che fra il 2000-2010 attraverso vari decreti (come il D.lgs. 68/2011 sul federalismo fiscale sanitario), che introdusse meccanismi di controllo dei conti, ticket aggiuntivi e piani di rientro per le Regioni con disavanzo sanitario? Mi fermo qui per non occupare molto spazio.
Passando al sistema pensionistico: sui fondi versati da imprese e dipendenti ci sono diversi milionidi pensioni sociali mentre sono solo prestazioni assistenziali che nulla hanno a che fare coi soldi dei citati versatori e che riguardano soggetti con sussidi economici e tutele sociali concessi dallo Stato a persone che si trovano in condizioni di disagio economico, invalidità o bisogno sociale e chi le ottiene non ha mai versato un solo giorno di contributi e che incidono per circa 25 miliardi di euro che insieme a tutte le erogazioni dell’Inps per erogare l’italico universo delle prestazioni assistenziali ha raggiunto la cifra record di 180,54 miliardi di euro l’anno. Se lo Stato e gli italioti ritengono che per loro, giustamente, andrebbero erogate allora toccherebbe toglierle dai conti Inps e scaricarli sulla fiscalità generale perché non si può pensare di fare del bene coi soldi dei lavoratori e delle imprese. Senza dimenticare il tortuoso
italico mondo del fisco qualcuno sa quanti sono i bonus fiscali? La risposta è agghiacciante in quanto nemmeno l’amministrazione dello Stato lo sa. Infatti, questa è la definizione ufficiale del MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze): “sono circa 573 agevolazioni fiscali attive (il numero varia leggermente a seconda dei conteggi ufficiali e delle riforme annuali, essendo state in passato anche oltre 600 o vicine alle 800 voci considerando i micro-sussidi)” è, a dir poco, agghiacciante! E, per il solo 2026, ha raggiunto la cifra record di 130 miliardi di euro.
Pur considerando legittime le proteste dei pescatori e gli agricoltori che, fino ad oggi, hanno beneficiato per la Pesca: Esenzione totale dal pagamento delle accise sul carburante per il naviglio peschereccio impiegato nella pesca professionale marittima. A cui vanno aggiunti il 100 % dell’importo del credito richiesto per gli investimenti effettuati nel settore della pesca e acquacoltura oltre al Credito d’Imposta ZES Unica: Valido per gli investimenti in beni strumentali (strutture, macchinari) effettuati anche dal 1° gennaio al 15 novembre 2025 per le imprese del Mezzogiorno, comprese quelle dei settori agricoltura, pesca e acquacoltura. A cui vanno aggiunti il 58,7839% dell’importo del credito richiesto per gli investimenti effettuati nel settore della produzione primaria di prodotti agricoli e nel settore forestale da microimprese, piccole e medie imprese (rideterminata dalla Legge n. 199/2025, articolo 1, comma 460). Inoltre, per l’agricoltura e la pesca erano stati adottati anche altri sconti nel passato, cioè fino ad oggi e cioè: Credito d’imposta fino al 20% della spesa sostenuta (al netto dell’IVA) per l’acquisto di gasolio e benzina impiegati nei mezzi agricoli e per il riscaldamento delle serre. Per quanto riguarda l’export degli armamenti, dati ufficiali in bilancio, l’Italia detiene una quota del 5,0% del mercato globale per un valore pari a solo 9 miliardi di euro rispetto ai 655 miliardi di euro dell’export italiano complessivo. I principali Paesi in cui le esportiamo sono Qatar, Kuwait ed Egitto e, a debita distanza, Indonesia, Francia e Nigeria. Solo alla fine appare Israele che sui 9 miliardi ne assorbe solamente circa 23 milioni. L’intero settore da grandi gruppi della difesa come Leonardo, IVECO, RWM e MBDA.
Ricordo quanto avevo riportato nell’ultimo articolo usando le parole scritte dal filosofo svizzero nel lontano 1871: “La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’eguaglianza che dispensa l’ignorante dall’istruirsi, l’imbecille dal giudicarsi, il bambino dall’essere uomo e il delinquente dal correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza cioè la fatica individuale culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento.”
Raffaele Romano

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