Italia del dopoguerra: solida nella realtà, debole nell’immagine
Cent’anni fa l’Italia visse traumi di gran lunga più gravi degli attuali. Li affrontò e superò. Nulla era ancora perduto. Il 10 settembre 1919 venne firmato a Saint-Germain il trattato di pace fra Roma e l’Austria, relitto dell’impero asburgico. L’Italia ottenne gran parte di quanto le era stato promesso con l’accordo di adesione all’Intesa (26 aprile 1915): il confine al Brennero, Trieste, l’Istria e molto altro. Vista dagli Stati Uniti d’America, Londra e Parigi, la sua era una posizione fortissima, mentre l’Europa centro-orientale era nel caos, tra rivoluzione in Russia, disgregazione della Germania, sconquasso socio-politico in Ungheria, disfacimento dell’impero turco e una Jugoslavia in grande affanno. Il recentissimo accorpamento di serbi, croati e sloveni in uno Stato unico, palesemente artificioso, impensieriva chi ne conosceva le secolari divisioni etniche e religiose, le efferate lotte tra dinastie rivali e la fragilità della monarchia, sorretta dalla Francia, che però, come ha scritto François Fejto, puntava alla “repubblicanizzazione dell’Europa” e utilizzava la Jugoslavia in funzione anti-italiana.
In quello scenario l’Italia aveva urgenza di passare rapidamente dall’economia di guerra a quella di pace per riprendere il cammino dell’unificazione effettiva del Paese dopo cinque anni di militarizzazione forzata e di enorme indebitamento, sia con l’estero sia con i “prestiti nazionali” (al 5%) a sostegno della vittoria: un affare lucroso per gli investitori, pessimo per le finanze dello Stato, come in un eccellente saggio ha scritto il gen. c.a. della Guardia di Finanza, Luciano Luciani. Il trattato di pace non riconobbe all’Italia il possesso di Fiume. All’estero (e non solo) molti erano convinti che non ne avesse bisogno effettivo. Ma sin dal 30 ottobre 1918, tre giorni prima dell’armistizio, la sua annessione a Roma fu chiesta dal presidente del Consiglio nazionale fiumano, Antonio Grossich, e dal sindaco Antonio Vio. Membro della loggia massonica “Sirius”, poco dopo Vio venne ricevuto a Roma dalla loggia “Rienzi” e ottenne l’appoggio esplicito del Grande Oriente d’Italia, ribadito dal gran maestro Ernesto Nathan il 25 aprile 1919 in un rovente “appello agli italiani” contro il presidente degli USA, Woodrow Wilson, contrario all’assegnazione della città liburnica all’Italia. Secondo Wilson nelle aree mistilingue il confine doveva essere deciso dalla popolazione residente tramite plebiscito: criterio enunciato dalla massoneria francese sin dal congresso del 28-30 giugno 1917, presenti i delegati del Grande Oriente d’Italia, Ettore Ferrari, Ernesto Nathan e Giuseppe Meoni, ma disastroso per Roma perché gli italofoni erano in minoranza.
Dalla “Marcia di Ronchi”….
La notte del 12 settembre Gabriele d’Annunzio guidò un corteo di 27 camion da Ronchi a Fiume: arditi, granatieri, volontari. Preparata di lunga mano, l’impresa ebbe molti e discordi padri: nazionalisti massonofagi da un canto (Giovanni Host Venturi, Giovanni Giuriati), massoni dall’altro. Come era accaduto con l’“interventismo” nel 1914-1915, si aggiunsero sindacalisti (Alceste De Ambris), affaristi e una moltitudine di apprendisti della rivoluzione, molti di persona, altri prudentemente da lontano. Tra questi vi fu Benito Mussolini, che dalle colonne di “Il popolo d’Italia” promosse una sottoscrizione pro-Fiume, i cui proventi, però, solo in parte vennero dirottati alla “città martire”.
A sostegno dell’impresa dannunziana scesero le logge del Piemonte e della Liguria. Alcuni loro affiliati (come il quarantenne ebreo torinese Giacomo Treves, membro della Madre loggia “Ausonia”) sin dal dicembre 1918 avevano fondato la “Guglielmo Oberdan” a Trieste per preparare il terreno. La situazione rischiò di precipitare. Il presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, e la maggior parte dei politici e di militari di grado supremo, come Luigi Cadorna, rimasero sconcertati dalla mancata resistenza del generale Vittorio Emanuele Pittaluga all’irruzione di d’Annunzio, che indossava la divisa di tenente colonnello dei Lancieri di Novara. Anziché “fermarlo”lo “scortò” in città e consentì l’afflusso del suo vociante seguito. Traballò uno dei cardini dello Stato d’Italia: la disciplina delle Forze Armate. Anche Giolitti deplorò la “sedizione”. Quanto avveniva dinnanzi agli occhi del mondo era inammissibile perché nel corso della Grande Guerra ogni minima infrazione del codice militare era stata punita con pene severissime, inclusa la fucilazione.
…al Consiglio della Corona (25 settembre)
Di giorno in giorno la crisi si aggravò, anche perché numerosi militari, sia in congedo temporaneo sia in servizio, continuarono ad affluire a Fiume malgrado l’interdizione ordinata ma blandamente attuata da Pietro Badoglio e contro la direttiva di Nitti di imbrigliare “il delittuoso movimento che tende a sovvertire ogni nostra opera”.
Il 22 settembre Vittorio Emanuele III, sempre rispettoso del Parlamento, assunse un’iniziativa unica nella storia d’Italia. Convocò al Quirinale un “Consiglio della Corona” per le 10 del 25 seguente: il tempo strettamente necessario per informarne i componenti e consentirne l’arrivo a Roma con i mezzi dell’epoca, mentre molti servizi pubblici erano in disordine per disfunzioni e scioperi. Il Consiglio della Corona non era previsto dallo Statuto. Però il Re ritenne necessario andare oltre il governo in carica e consultare ufficialmente le personalità più rappresentative delle Istituzioni. Non volle ripetere quanto era accaduto nella settimana del “radioso maggio” 1915 quando il governo presieduto da Antonio Salandra il 13 si dimise perché dichiaratamente privo di consenso parlamentare, salvo ripresentarsi tre giorni dopo per chiedere e ottenere i pieni poteri. La Camera era la stessa di allora: succuba, screditata e comunque alla vigilia dell’ormai tardivo scioglimento e rinnovo sulla base della legge elettorale pubblicata il 15 agosto, la “maledetta proporzionale”. Mentre la casa andava a fuoco, non si potevano attendere i comodi di politicanti e mestatori. Vittorio Emanuele III chiamò a Consiglio i presidenti delle Camere, gli ex presidenti del governo, i rappresentanti dei partiti politici in Parlamento ed i vertici dell’Esercito e della Marina “per conferire su la situazione”.
Tra i pochi resoconti della seduta (dalle 10 alle 12 e dalle 16 alla conclusione ) spicca quello di Luigi Federzoni, che non vi ritornò nel Diario inedito scritto nel 1943-1944, da poco pubblicato (Ed. Pontecorboli). Bisognava pronunciarsi sulla sorte di Fiume. Il Re aprì la seduta e la diresse “con volto sereno”. Nitti propose annessione e elezione della Camera per averne poi il parere. Paolo Boselli (1838-1932), ex presidente del Consiglio, il modenese conte Adeodato Bonasi (1838-1920) e Giuseppe Marcora (1841-1927), presidenti dei due rami del Parlamento, propugnarono l’annessione. Giolitti, che per arrivare in tempo usò un vagone notturno da Torino a Roma, eluse la questione fiumana, deplorò la disgregazione dello Stato e sollecitò le elezioni. Gli si opposero i due ex presidenti Luigi Luzzatti e Antonio Salandra, secondo i quali non bisognava consultare i cittadini mentre il paese era travagliato da passioni e discordie. In realtà più passavano i giorni, peggio andava. Il caos (scioperomania, conflitti armati tra fazioni anche eterodirette dall’estero, guerra civile a bassa intensità) durò altri tre anni, sino all’insediamento del governo di unione costituzionale presieduto da Mussolini dal 31 ottobre 1922. In quel momento, nel settembre 1919, era ancora possibile tornare all’ordine senza traumi. I due ebbero il sostegno di Vittorio Emanuele Orlando, che diceva l’opposto di Giolitti per partito preso. Lo stesso fecero Salvatore Barzilai e Leonida Bissolati alla ripresa pomeridiana. Fu infine la volta dei ministri militari, il sassarese Giovanni Sechi, il gallaratese Alberico Albricci. L’ammiraglio Paolo Thaon di Revel (membro del Supremo Consiglio della Gran Loggia d’Italia) invitò a risalire alla radice del “deplorato episodio”. Per ultimo Armando Diaz sferrò un duro attacco contro l’antimilitarismo serpeggiante nel Paese per opera delle sinistre e di clericali ancora fermi al rifiuto del Risorgimento, spacciato come complotto massonico. L’antimilitarismo, osservò il futuro duca della Vittoria, si traduceva in vero e proprio anti-patriottismo. Quanto era avvenuto a Ronchi e a Fiume era conseguenza dello sgretolamento morale dell’Esercito: un processo che andava subito fermato se si voleva salvare l’Italia puntando sulla solidità delle Forze Armate.
Il 26 settembre il Quirinale sintetizzò che “nessuno degli intervenuti all’alto consesso propugnò la tesi dell’annessione di Fiume; nessuno mosse critiche all’azione del Governo; nessuno accennò alla opportunità di una crisi ministeriale”. Secondo Federzoni, il comunicato non rispose esattamente all’andamento della discussione, ma ne colse l’essenza: in effetti nessuno aveva detto in modo chiaro come affrontare l’emergenza e le sue devastanti conseguenze. Il Consiglio lasciò che a sbrogliare la matassa fossero il Re, il governo, i militari al comando del “cordone sanitario” che separava Fiume dall’Italia e una serie di poteri più meno occulti e influenti, incluse Comunità massoniche italiane e straniere. Molti fra i politici presenti dettero prova patente di fuga dalla responsabilità. Fu il caso di Filippo Turati, il più autorevole rappresentante del partito socialista italiano. Invitato, non si presentò. Si schermì dietro un paravento nominalistico: il Consiglio della Corona non era previsto dallo Statuto; bisognava andare subito al voto ed evitare che “le elezioni non si facciano contro di noi”. Pensava al partito e ai seggi. Fu l’ennesimo suicidio del socialismo riformista, sempre con un piede nei “ludi cartacei” (come i riti elettorali furono bollati dal socialmassimalista e poi fascista Mussolini) e uno nella “rivoluzione”, ma mai disposto a farsi carico del governo, come da quasi vent’anni gli chiedeva Giolitti.
A quel punto la parola passò ad altri soggetti. Nitti si preoccupò di vincere le elezioni. Privo di un partito di riferimento andò allo sbaraglio. Fiume rimase un “teatro”, qual era nel senso più alto: ognuno vi scrisse e recitò una parte. D’Annunzio vi celebrava quotidianamente i riti cari a Legionari che in qualche modo andavano intrattenuti in attesa che Roma si pronunciasse. Sennonché la sorte della città non dipendeva solo dal governo italiano né dai venturieri che vi si affacciavano ritenendo che fosse un laboratorio politico universale, mentre era una cangiante sacra rappresentazione fondata su parole alate, come poi si vide con l’insediamento della Reggenza e la promulgazione della Carta del Carnaro. Poeta ma non privo del “buonsenso di provinciale abruzzese” (parole di Federzoni) ai massoni d’Annunzio chiese lana per i soldati, armi, denari e di propiziare la corrispondenza tra i legionari e le lontane famiglie (a volte un po’ scombinate).
La “Sirius” e la “Italia Nuova” dall’egemonia alla persecuzione
Un ruolo di spicco nella vicenda fiumana svolsero logge del Grande Oriente d’Italia (GOI) e della Gran Loggia d’Italia (GLI), le due Comunità liberomuratòrie all’epoca preminenti: il GOI con la “Alpi Giulie” e la “Gugliemo Oberdan” di Trieste e la “Sirius” di Fiume (GOI), la GLI con la “XXX ottobre” di Fiume, la “XX Settembre” e la “Trieste Redenta”, che affiliò anche il colonnello Cesare Pettorelli Lalatta. Il ruolo della “Oberdan” è stato più volte ricordato sulla base delle Carte del suo maggiorente, Giacomo Treves. Meno note (anche per la rarefazione dei documenti) è quello delle officine della Gran Loggia.
Nel centenario della Marcia di Ronchi meritano un ricordo la “Sirius”, l’unica loggia “nativa” di Fiume, e la sua gemmazione, “Italia Nuova”. Come già detto il suo venerabile, Vio, sin al 30 ottobre 1918 chiese l’annessione di Fiume all’Italia. Con procedura non propriamente fraterna allontanò dalle colonne i fratelli ungheresi e di altre lingue e incontrò ripetutamente i confratelli di Trieste in vista della “marcia di Ronchi”. Nei quindici mesi “dannunziani” fece da interfaccia fra il Comandante e la cittadinanza, tra le urgenze della popolazione e il governo di Roma, sollecitato tramite la rete delle logge. Un mese dopo il Consiglio della Corona, il gran maestro del GOI, Domizio Torrigiani, andò a Trieste per vedere, capire e decidere. Alcuni seguaci del Vate stavano progettando una “marcia su Roma”. Ne sarebbe nata l’insorgenza dei socialisti e l’intervento delle Forze Armate per rimettere ordine nel Paese. La democrazia parlamentare sarebbe finita in soffitta. Il gran maestro dissociò nettamente il GOI da ogni azzardo. Toccò a Vio reggere le briglie di molti aggrovigliati intrichi di una città lanciata a folle velocità fuori binari. Dopo il trattato italo-jugoslavo di Rapallo-Santa Margherita voluto da Giolitti per la quinta volta al governo (maggio 1919-giugno 1921) e l’espulsione di d’Annunzio da Fiume, anche per i massoni fiumani iniziò una lunga traversata del deserto. Erano i depositari di fedeltà all’Italia e il passo rituale. Ne accennò una volta Giolitti, riferendosi a certe processioni indiane: due passi avanti e uno all’indietro. Il vero progresso richiede e lungimiranza e pazienza.
Chiusa tragicamente la lunga contraddittoria stagione dannunziana, alcuni “fratelli” della “Sirius” dettero vita a una nuova loggia dal titolo programmatico: “Italia Nuova”, animata dall’ingegnere Guido Lado, venerabile, Ariosto Mini, Salvatore Bellasich e altri molti, in collegamento con le tante officine della Venezia Giulia (“Santa Gorizia”, “Nazario Sauro” di Capodistria, “La Concordia” di Abbazia e la “Nazario Sauro” di Pola). Un “rapporto” del settembre 1922 dice però che ormai le logge erano nel mirino. La “Sirius” era considerata “la più infida e pericolosa. Pronta di unirsi anche al diavolo” per conservare la sua autorità. Poi anche Fiume arrivò al bivio senza alternative: fascismo o massoneria. La “Italia Nuova” pose allo studio uno statuto per la città, sull’esempio di San Marino, ma dovette prendere atto che era un modello improponibile perché era lo Stato italiano a mantenervi una guarnigione di carabinieri e a saldare i debiti della Repubblica del Titano con un contributo annuo di sei milioni. Un caso unico e irripetibile.
All’inizio del 1924, presenti di persona o tramite messaggi numerose officine (“La Vedetta” di Udine, la “Italia Nuova” di Torino con il fratello Forte), la loggia liburnica festeggiò l’annessione di Fiume all’Italia, “pietra miliare del Risorgimento italiano”, consacrata dal sacrificio di cinquecentomila giovani caduti nella Grande Guerra: pegno perpetuo. In giugno però le due logge avvolsero i labari, distrussero carte e attesero la tempesta. Alcuni si procurarono una sorta di “liberatoria” a futura memoria. Era imminente la legge 26 novembre 1925, n. 2029 sull’appartenenza dei pubblici impiegati alle associazioni, che impose ai dipendenti (militari inclusi) di dichiarare di quali sodalizi fossero membri. Allora si comprese meglio che un Ordine segreto non deve avere registri, né contabilità, né sedi, né alcuna forma esteriore. Esso è. Opera nel riserbo.
Il Ministero dell’Interno incalzò il prefetto a comunicare i nomi dei massoni notori e a esercitare la massima sorveglianza: ordini ribaditi il 20 novembre 1925 perché gli constava che l’Associazione dei commercianti era completamente controllata dal Grande Oriente. Il 6 ottobre 1930 il comandante della 61^ legione “Carnaro” della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, Leo Franca, informò prefetto, questore, comando generale dei Carabinieri, ecc. ecc. che sei persone (seguivano i nomi) erano stati visti uscire dal ristorante riservato del Caffè “Budai”, con tanto di signore al braccio: “Probabilmente doveva trattarsi di qualche cenacolo massonico. I suddetti, con alti amici, molto noti, sogliono riunirsi in lieti simposi, frequentemente…” .
Chissà che cosa ne avrebbero detto i Legionari di d’Annunzio? Non era per quel tipo di regime poliziesco che la notte del 12 settembre 1919 erano partiti da Ronchi per assicurare alla Patria la “Perla d’Italia”. Anni dopo, grazie alla connivenza dell’Ungheria dell’ammiraglio Horthy, che nel 1920 aveva sciolto la Gran Loggia simbolica d’Ungheria e ne aveva sequestrato le carte, “chi di dovere” riuscì ad avere nelle grinfie gli elenchi degli affiliati alla “Sirius” sin dalla sua remotissima fondazione. La caccia al massone riprese alacremente. L’astro più fulgido della Costellazione del Cane Maggiore, sacro a Iside, per molto tempo cessò di irradiare sull’“aiola che ci fa tanto feroci”. (*)
Aldo A. Mola
(*) Dal 5 al 7 settembre si svolge a Gardone (BS) il Convegno internazionale di studi “Fiume, 1919-2019. Un centenario europeo tra identità. Memorie e prospettive di ricerca”, ideato e organizzato da Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani. Informazioni in: fiume@vittoriale.it

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