
Di Ratko Mladić in questi anni è stato scritto e detto tutto o, meglio, è stato scritto e detto di tutto e il contrario di tutto. Non esiste, forse, figura più divisiva e emblematica per il vecchio continente e per la comunità internazionale in generale. Per l’Unione europea, Mladic è un criminale di guerra condannato all’ergastolo nel 2017, per la Serbia un eroe nazionale.
Il nome di Mladić è indissolubilmente legato al genocidio di Srebrenica, riconosciuto come tale dalle inequivocabili sentenze del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia e dalla Corte di giustizia internazionale. Non altrettanto, tuttavia, dal governo di Belgrado che ha sempre derubricato i tragici fatti avvenuti nel luglio del 1995 nella piccola città bosniaca, a quell’epoca “porto sicuro” che sulla carta avrebbe dovuto essere protetto dalle Nazioni unite, come uno dei tanti crimini di guerra commessi dalle varie fazioni durante il conflitto. Un evidente tentativo di Belgrado di scaricare le colpe e spalmare le responsabilità del dramma jugoslavo su tutti le parti in campo e non esclusivamente sulla Serbia, che ritiene di essere stata messa ingiustamente da sola sul banco degli imputati.
È l’accusa all’Europa che risuona più di frequente fra i nazionalisti serbi confortati dall’immancabile sostegno della Russia. Nei Balcani, l’etno-nazionalismo è ancora pane quotidiano e a Belgrado una larga parte dell’opinione pubblica si nutre soprattutto di questo. L’imponente partecipazione popolare alle esequie di Mladić, lunedì, con la benedizione del patriarca ortodosso Porfirije, ne è la più evidente testimonianza. Aleksandar Vučić, il presidente della Serbia, ha in un primo momento preannunciato gli onori di stato per il funerale di Mladić salvo, poi, in parte, ritrattare. Dopo aver lanciato il sasso ha cercato di nascondere la mano ma ormai era troppo tardi, anche perché la salma dell’ex generale era stata riportata in patria con un volo di Stato e, all’arrivo, subito avvolta in una bandiera serba e trasportata da soldati in uniforme in un ospedale militare.
Marta Kos, commissaria europea per l’Allargamento, ha cancellato la visita prevista a Belgrado in settimana. «La glorificazione che circonda la morte di Mladić è incompatibile con i valori su cui si basa il percorso dell’Ue», ha dichiarato. Tante sono state le voci di eurodeputati e politici europei che hanno chiesto la sospensione del processo di adesione della Serbia all’Unione, peraltro fermo, di fatto, dal 2021 quando sono stati aperti gli ultimi capitoli negoziali. Impossibile progettare un futuro comune se manca una visione condivisa del passato.
Vučić, che era ministro dell’Informazione ai tempi di Slobodan Milošević, continua a ripetere che l’ingresso in Europa è un obiettivo strategico del suo Paese, ma non fa nulla per dimostrarlo. A fine ottobre, probabilmente, si terranno elezioni anticipate e per la prima volta da anni l’opposizione potrebbe fare vacillare il suo potere. Il bacino dei voti nazionalisti è troppo importante da trascurare; il sovranismo è merce facile da vendere in campagna elettorale, ancora di più nella società serba dove ha messo radici profonde.
Trent’anni fa, poco dopo la fine della guerra, mi trovavo a cena in un ristorante di Banja Luka, capoluogo della Republika Srpska, con Mladen Ivanić, allora professore universitario di Economia diventato poi ministro degli Esteri della Bosnia Erzegovina, mentre perorava la causa serba provando a spiegarmi la diversità del suo gruppo etnico rispetto agli altri. Io lo incalzavo cercando di capire. «È una questione di lingua? Di religione? Di cultura? Di Dna? Cosa distingue e rende unico il popolo serbo?». Interrogativi vani che trovavano vaghe risposte imbarazzate. Io a quel tempo, con una forzatura lessicale l’avevo definita “ossessione della serbitudine”. D’altronde, la dottrina del “Mondo serbo” in voga a Belgrado fa il paio con quella del “Mondo russo” di Vladimir Putin, funzionale al neo-imperialismo di Mosca che ha portato alla guerra in Ucraina.
«La diplomazia occidentale ha deliberatamente preferito una stabilità illusoria a una vera democratizzazione, chiudendo un occhio sulla celebrazione dei criminali di guerra mentre conduceva colloqui a porte chiuse sul tema della partnership», l’accusa da Belgrado Sonja Biserko, che a metà anni Novanta è stata tra i fondatori, assieme ad Alex Langer, del Forum per la Pace e la Riconciliazione nella ex Jugoslavia. Sarà, forse, una coincidenza ma la vittoria a mani basse dell’ultra-destra in Sassonia-Anhalt di domenica scorsa mi riporta alla mente una vecchio detto che circolava qualche anno fa fra chi frequentava lo spazio della ex Jugoslavia: «Se l’Europa non riuscirà a europeizzare i Balcani saranno i Balcani a balcanizzare l’Europa». Spero davvero che non sia così.
Paolo Bergamaschi
(da Vita.it)

Bisognerebbe comprendere, cosa che l’Occidente liberale ma non democratico non fa, il punto di vista dei serbi e approfondire la Storia senza pregiudizi.