Gli ultimi impietosi dati della situazione economica italiana affermano che stiamo arrancando più degli altri Paesi europei.

Il Presidente della Repubblica parlando al convegno per onorare la memoria del suo consigliere giuridico D’Ambrosio, si è tolto qualche sassolino dalle scarpe. Come molti ricorderanno, D’Ambrosio è deceduto sotto il peso del sospetto (infondato) di avere fatto pressioni indebite sulla magistratura palermitana che indagava sull’ex ministro Mancino nella surreale inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato – Mafia.
Naturalmente Napolitano, per stile personale e per antico vizio della nostra classe politica ha usato il bilancino ed ha distribuito colpi tra il cerchio e la botte. Ma essendo egli, per Costituzione, il capo supremo dell’ordine giudiziario, il suo riconoscimento delle non poche responsabilità delle nostre toghe può essere considerato definitivo. Ed il problema, appare chiaro, non è delle leggi ma di chi le applica. Basti pensare alla riforma del processo penale del 1989. Fu presentata, giustamente, come una rivoluzione, con l’ambizioso e civile obbiettivo di creare condizioni di parità fra pubblica accusa e difesa. A un quarto di secolo di distanza tutti possono vedere come è finita. E non è problema di leggi, ma di come esse vengono applicate. Valga d’esempio l’abuso della carcerazione preventiva, trasformatasi in odiosa forma di tortura per estorcere confessioni e chiamate di correo o addirittura in anticipo della pena.
E la politica? Semplicemente si è ritirata. Non ha saputo o voluto affrontare il problema o non lo ha affrontato nella giusta maniera. A sinistra è prevalso e prevale l’opportunismo. I favori concessi ai tempi nefasti di Tangentopoli sono stati restituiti alla magistratura con interessi a tasso di usura, tanto che la sinistra italiana è l’unica, al mondo, che abbia fatto delle manette (per gli altri) e della mancanza di garantismo la propria bandiera.
A destra, meglio da parte dei seguaci di Berlusconi, il tema delle garanzie e della deformazione della funzione giurisdizionale, viene spessissimo declinato correttamente. E questo rende ancora più gravi la responsabilità di non avere risolto il problema nei numerosi anni di governo del Paese.
Purtroppo la latitanza e/o la inadeguatezza della politica non si manifesta solo nei confronti della magistratura. Gli ultimi impietosi dati della situazione economica italiana affermano che stiamo arrancando più degli altri Paesi europei. Monti non è stato il Messia che avrebbe dovuto essere secondo la propaganda per gonzi ammannita dal fronte unito della nostra stampa padronale (altro che indipendente!). E Letta, purtroppo, sembra incamminato lungo la stessa via.
C’è un dato che unisce le due esperienze ed è la abdicazione della politica dal suo ruolo di governo. Nel caso di Monti sotto forma di auto commissariamento; nel caso di Letta sotto forma di tregua volontaria nella naturale dialettica fra partiti diversi.
Non è il caso di dilungarsi sulle responsabilità (che ci sono, da parte di Napolitano e di molti altri). Ciò che conta, e di cui dovremmo definitivamente prendere atto, è che la politica (intesa come insieme dei partiti nei pur diversi ruoli del momento) non può delegare ad altri i propri compiti come ha fatto negli ultimi venti anni (alla finanza, ai sindacati, alla magistratura, al Vaticano, al Capo dello Stato).
Senza la politica l’Italia va a ramengo. E non saranno gli improbabili arruffapopolo del momento, i Grillo, i Di Pietro, gli Ingroia, a salvarla.

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