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Senza Grillo e nonostante scandali e dilettantismi conclamati i 5 Stelle saranno comunque primi ma (per fortuna) sono destinati a spaccarsi e diventare altro

di Enrico Cisnetto | 19 Febbraio 2018

Dopo aver esaminato, la settimana scorsa, i pro (pochi) e i contro (molti) di un voto dato al centro-destra, e in attesa di fare altrettanto, tra sette giorni, con il Pd e il centro-sinistra, stavolta analizziamo logica e possibili conseguenze di una scelta a favore del movimento 5stelle.

Intanto, partiamo da un assunto. Fin qui il voto ai grillini è stato dato quasi esclusivamente come espressione non di una scelta a loro favore, bensì contro gli altri partiti, sull’onda del “vaffa” evocato con efficacia comiziale da Beppe Grillo. Insomma, un’alternativa all’astensione, sia quella classicamente qualunquista, sia quella più consapevole di rifiuto in blocco di un sistema politico consunto e incapace di dare risposte concrete e convincenti. Più c’era disaffezione verso la politica, più i consensi aumentavano. Fino a fare dei 5stelle il partito più votato – sempre dopo il partito dell’astensione di massa – e trasformare il bipolarismo della Seconda Repubblica in un tripolarismo decisamente consolidato. Stavolta sarà la stessa cosa, o potrebbe essere cambiata la motivazione di questa preferenza? E in che misura è destinato ad incidere il giudizio su quanto i grillini hanno fatto nel frattempo, nel parlamento e alla guida di alcune grandi città? La nostra sensazione è che, pur essendosi modificato l’approccio esistenziale del movimento – fino al punto da causare l’evidente distacco di Grillo – e pur essendo la cronaca ricca di vicende potenzialmente capaci di recare nocumento, dai flop di Raggi e Appendino fino alla “rimborsopoli” di queste ore, nulla di sostanziale sia cambiato. Grosso modo, il voto ai 5stelle rimane un’alternativa al restare a casa o a mettere bianca la scheda nell’urna. Peccato, però, che negli ultimi mesi colui che è stato scelto come leader – con procedura discutibile, ma qui poco importa – abbia imposto al movimento un cambiamento epocale. Luigi Di Maio, infatti, ha scelto di tentare la trasformazione dei 5stelle da movimento protestatario e anti-sistema, e come tale incline a restare forza di opposizione o comunque disposta ad andare al governo esclusivamente da sola, a soggetto di proposta, così ragionevole e motivato ad andare al governo da essere disponibile a fare alleanze. Fino al punto da mettere da parte le proposte più intransigenti, come il superamento dell’euro via referendum (peraltro costituzionalmente impraticabile) e da ammorbidire i toni maggiormente populisti del linguaggio.

Un cambiamento, questo, che Grillo capisce e per certi versi approva, consapevole com’è del fatto che la stagione del “vaffa” era irrimediabilmente destinata ad esaurirsi, ma di cui non vuole essere protagonista, anche perché non crede che dentro il movimento ci sia una classe dirigente all’altezza di un passaggio così impegnativo, che richiede una cultura politica e di governo che non si può improvvisare, tanto più venendo da quella genesi. Il suo è cinico fatalismo: sa che in un modo – continuare a sbandierare il vessillo dell’anti-politica – o nell’altro – cambiar pelle e diventare un partito vero – i 5stelle così come si sono venuti configurando fin qui sono destinati a morire, e preferisce che il boia sia qualcun altro. Se questo è quanto gli frulla per la testa – e abbiamo ragione di credere che non stiamo sbagliando diagnosi – non gli può certo dar torto. Il bivio è quello descritto, ed è vero sia che la strada della continuità è senza scampo cieca, o quantomeno fine a sé stessa, e sia che quella della discontinuità imboccata da Di Maio porta inevitabilmente alla fine del movimento e alla nascita di qualcosa di profondamente diverso, con un’alta probabilità che questo significhi rotture e frammentazioni.

Vi chiederete se pensiamo che tutto questo si verifichi già nelle urne, il 4 marzo. La risposta è no. Presumibilmente, la percezione di accadimenti che cambieranno il destino dei grillini impedirà ai 5stelle di superare la soglia del 30%, forse anche di arrivarci, lasciandoli nel limbo di una posizione forte – primo partito singolo – ma isolata. Tuttavia, non li penalizzerà fino al punto da essere travolti dal risultato in sé. E neppure i casi sempre più numerosi che paiono minare la loro diversità, tanto presunta quanto ostentata, peseranno in modo significativo sul risultato finale.

Questione diversa è domandarsi se e fino a che punto sia credibile la moderazione imposta da Di Maio. A dar retta a Bill Emmott, ex direttore di Economist, lo è così tanto da reggere il paragone con Macron. Ora, se il saggista inglese che ha la pretesa (infondata) di capire le dinamiche della politica italiana, ha ragione quando afferma che Renzi somiglia a Sarkozy, che partito da uomo della “rupture” si è bruciato in breve tempo, non altrettanto ci azzecca nell’altro accostamento franco-italiano. È infatti un filo azzardato sostenere che i 5 Stelle ricordino En Marche dell’inquilino dell’Eliseo per il solo fatto che entrambi prendono voti sia da destra che da sinistra, dai giovani e dai vecchi, al nord e al sud e sono composti per lo più da classe media. Certo, è positivo che gli ormai ex urlatori del “vaffa” abbiano abbandonato, seppure un po’ furtivamente, l’idea del ritorno alla lira, e sembrino oggi “costruttivi” sull’Europa e sul ruolo che in essa deve svolgere l’Italia. Ma questo non può far passare in secondo piano, e ha fatto bene Franco Debenedetti a ricordarlo, che comunque i 5stelle vogliono abolire la Fornero, sforare il 3% senza avere alcun disegno keynesiano di crescita ma solo istituendo il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, aumentare anziché diminuire il debito pubblico, porre Bankitalia sotto il controllo del Tesoro, abolire l’obbligatorietà dei vaccini, e così via. Osservazione cui andrebbe aggiunta quella sulla povertà politica e intellettuale della classe dirigente (sic) grillina e dei personaggi “esterni” che finora sono stati imbarcati, così come quella sul dilettantismo mostrato da coloro che sono fin qui sono stati chiamati a fare gli amministratori. Insomma, Macron è nato riformista ed europeista, Di Maio e i suoi hanno in fretta e furia indossato la maschera, e neppure tanto somigliante.

Detto questo, noi non solo non siamo per la demonizzazione dei 5stelle, ma neppure per la loro emarginazione post voto. Pensiamo che il processo di trasformazione in atto sia comunque positivo, non perché lo riteniamo credibile, ma perché farà esplodere contraddizioni e produrrà strappi e fratture. Auspicabili, nella misura in cui un paese come il nostro, come qualunque altro europeo, non può permettersi di avere una forza populista al 30%, e che magari è pronta ad allearsi con i sovranisti dichiarati (Salvini e Meloni) che si avvicinano al 20%.

In conclusione, se siete arrabbiati e pensate che il 4 marzo sia l’occasione giusta per sfogarvi, meglio l’astensione che il voto ai 5stelle. Dopo, però, evitiamo che i loro seggi si sommino con quelli di Lega e Fratelli d’Italia, e per questo facciamo di tutto per tenerli nel gioco delle alleanze post elettorali che sarà inevitabile se le urne non laureeranno alcun vincitore.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: 5 stelle, beppe grillo, bipolarismo, classe dirigente, cultura politica, debito pubblico, diversità, espressione, giovani, governo, lega, lira, massa, meloni, movimento, nato, opposizione, parlamento, pd, percezione, personaggi, politica italiana, populista, processo, referendum

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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