Si avvicina la data fatidica. Vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. E io c’ero. Lì al Tg1 ad annunciarla. Per primo, agli italiani almeno. Non perché ero bravo ma perché ero fortunato. Facevo a Unomattina, i primi Tg della giornata, piuttosto probabile essere i primi a dare le notizie. Come la caduta del regime rumeno o come l’abbattimento di Bellini e Cucciolone o come , con Lamberto Sposini quella notte, l’inizio di desert storm. Vabbè. Vedendo e sentendo tutte le testimonianze e ricorrenze celebrate mi sento anche io un po’ nella storia. Almeno per un’ora. E pensare che in quell’autunno 1989 andavamo avanti da settimane quasi annoiati a dare notizie e filmati sugli scontri di Danzica, di Lipsia, di varie città della ex Germania dell’Est. E poi senza quasi accorgerci di quei mesi di battaglie e scontri, ci siamo trovati davanti al fatto nuovo della visita di Gorbaciov a Berlino Est da Honecker e la sua non difesa del regime. Lì avevamo quasi capito che il muro stava per cadere. Sensazioni d’autunno 1989, sensazioni d’autunno 2009. I miei capi decisero di mandare inviati, la mitica Lilli Gruber e il bravissimo Paolo Borella. Furono loro a raccontarci in anteprima che tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre del 1989 quel pezzo di divisione mondiale che era il muro di Berlino non era più un muro, ma una facciata, una maschera.
Sensazioni di autunno corrente. Sensazione di autunno della storia. Si perché in quei giorni e in quelle settimane non sentivamo, noi giornalisti in prima o seconda linea, di vivere una primavera ma un autunno, un autunno di scelte, un autunno di conseguenze, un autunno di cambiamenti, che in realtà prodravano ad una primavera di politica e di nuova Europa. Ah, chiedo scusa per il termine prodravano, prodromico, portare a, preparare a, mi piace. Anche se non è ancora italiano. Ma proprio in quei giorni vivevamo tra ciò che era e ciò che non era più, e ciò che sarebbe diventato. D’altronde anche la ex Germania dell’Est non era ancora Germania. Fa una certa impressione a noi, che raccontavamo allora delle giornate fatidiche che portavano ora dopo ora alla caduta di mattoni di un muro, che non solo divideva due pezzi di città e due nazioni ma addirittura divideva il mondo occidentale da quello orientale, leggere l’ultima intervista di Gorbaciov in cui il leader della perestrojka e della glasnost ammette che l’Europa contava sui suoi carri armati. Erano quelli proprio giorni d’autunno. Le popolazioni di Polonia, Germania Est e Romania e Ungheria protestavano e chiedevano libertà e quasi tutta l’Europa si aspettava che l’Urss avrebbe risposto come anni prima a Budapest o a Praga, mandando i carri armati, come in passato, come nella storia. E invece Gorbaciov andò a Berlino a dire: cari governanti comunisti siete voi fuori della storia, ha ragione il popolo. Le guardie del muro di Berlino il cheek Point Charlie, le divisioni da sacchetti di sabbia e da spie dell’Est erano diventati improvvisamente e repentinamente inutili, un niente. Noi in occidente capimmo un po’ dopo, come sempre o quasi. Ma loro a Berlino est o a Lipsia erano già da giorni avanti, erano già da giorni a good bye Lenin.. Noi no, noi eravamo ancora agli schemi. Noi rigidi, noi commentatori di assiomi. Il mondo andava avanti nonostante i nostri schemi est ovest, nord sud. Così quella mattina del 9 novembre l’inviato Paolo Borella registrava quel telefonico che entrerà nella storia, il più lungo servizio telefonico ammesso dalla tv : 2 minuti e mezzo, un’eternità televisiva, per raccontare che i giovani dell’est piantavano il naso sulle vetrine dell’ovest, che i bambini si leccavano i baffi davanti alle pasticcerie di Berlino Ovest, che gli adulti si fiondavano nelle edicole a vedere giornali e riviste che da loro negli anni dell’est non si sarebbero mai sognati. E le Trabant erano un ricordo. Si era per loro l’inizio di Good bye Lenin, come da film, ma per noi era sicuramente la conferma del good bye definitivo dei nostri schematismi rigidi.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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