La semplificazione politica all’americana, invocata allo scioglimento anticipato delle camere, appare sempre più un’immagine di speranza, che non corrisponde ai fatti.
Già dalle prime battute di campagna elettorale, si scopre che il sistema della rappresentanza politica in Italia è intrinsecamente connaturato con il sistema proporzionale, che per tanti anni ha mandato avanti, tra alti e bassi, la democrazia in un Paese assai complicato come il nostro. Mostrando di facciata una fragilità di governance, ma garantendo nei fatti una tenuta politica più solida, al di sotto o al di sopra di questa o quella crisi di governo.
L’Italia politica insomma appare naturalmente proporzionale. E lo dimostrano i matrimoni e i divorzi di questi giorni, gli apparentamenti e gli addii di queste settimane. Cos’è infatti la corsa ad entrare o ad uscire dalla lista “unica” se non una votazione/valutazione proporzionale extra urne? Ci sono voluti 14 anni per scoprire che il sistema bipolare era un mostro inefficace per la nostra politica e sono bastati 14 giorni per scoprire che il bipartitismo è un’utopia. E chi vuole crederci, a tutti i costi, non vede che i due supposti partiti di riferimento rischiano di diventare mostri essi stessi, per la reintroduzione delle contraddizioni di linee e di posizioni che erano tipiche delle vecchie coalizioni. Finzione per finzione (finzione alla seconda, direbbe il comico di Zelig) sarebbe meglio dichiararselo una volta per tutte. Non è vero che abbiamo gli occhi blu, sono solo lenti a contatto colorate, non è vero che abbiamo i capelli, è solo una bella parrucca che ci confonde le idee. Non è nemmeno questione di ricrescita o di trapianto. Qui è proprio tutto pelato. Tradotto qui si vuole mascherare da bipartito un proporzionale che è nei fatti. Solo così si spiega la sia pur tardiva decisione di Pier Ferdinando Casini di lasciare Berlusconi e Fini e correre da solo col suo marchio/simbolo e con la sua tradizione popolare democristiana. Casini è l’unico dei vecchi leader che ha capito due cose: che c’è fame di centro, ma molta fame di centro e che c’è fame di proporzionale, sia pure adeguato ai tempi. Il tutto a confronto con uno scenario delle due formazioni maggiori, cioè Parito del popolo delle libertà e Partito democratico, che scontano già i peccati originali delle coalizioni da cui in parte derivano e da cui difetti non riescono ad affrancarsi, peraltro in così breve tempo. Di Pietro e Bonino sono davvero parenti del Pd di Veltroni? E, per par condicio, Storace e Mussolini, Mastella e Lombardo sono davvero parenti del Popolo delle libertà di Berlusoni e Fini? Bella semplificazione. Paradossalemte dunque la vera semplificazione politica italiana non sta nel ridurre i partiti a due o tre o quattro, che sarebbero in -re ipsa- mostri data la nostra tradizione, ma nel recupero di un proporzionale moderno ed intelligente, che lega i partiti a gruppi di interessi, nel senso più nobile del concetto, cioè ai loro valori storici coniugati alla risposta dei problemi reali. I rifiuti che sono ancora tutti lì e De Gennaro che sembra a un passo dall’ennesimo fallimento, le tasse, l’occupazione, il lavoro, il debito pubblico e i prezzi che salgono, la scuola, l’energia, l’inquinamento, la sicurezza. Macigni. E’ la politica bellezza. Il resto appare tattica, propaganda, un inseguimento piuttosto imbelle del sondaggista di turno. Sarebbe ora di restituire anche alle parole della politica i loro significati che non possono essere inquinati dal “ma anche”. I socialisti, i democratici, i comunisti, i repubblicani, i liberali, i radicali, i cristiani, i libertari, i verdi, e le loro varie composizioni dai social democratici ai democristiani, dai comunisti verdi ai liberal socialisti debbono significare qualcosa di valori e tradizioni, al di là di una alleanza di nomi e di parole, a volte stridente. Avanti così altrimenti potremmo anche inventarci i liberal-comunisti, o i repubblican-radicali e avremmo completato il cerchio. O il circo.
Fabrizio Binacchi

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