Quello che maggiormente rammentiamo di Antonio Di Pietro è la sua forte tempra di riformatore. Un riflesso condizionato: lo vediamo in TV e subito capiamo che si sta dando da fare per modificare qualcosa. Magari ci prova e non gli riesce: da qui la sua concitazione nei movimenti e nelle frasi. Tonino non si rassegna che tutto non possa riuscirgli bene come agli inizi della sua carriera pubblica. A proposito della quale non può essergli disconosciuto di aver riformato il diritto e la procedura penale per mandare fuori giri gli ingranaggi delle patrie galere. E nemmeno di aver introdotto le maggiori innovazioni lessicali, grammaticali e sintattiche, in questo e nel precedente secolo. Ora però che si è dedicato alla riforma della storiografia, rivelando agli italiani che “siamo agli albori di una dittatura dolce, come nel periodo immediatamente precedente al Ventennio fascista”, abbiamo capito che in Lui il riformatore resta comunque in secondo piano rispetto al segugio che è sempre stato. Come farebbe, altrimenti, a scoprirli tutti lui i giornalisti che gli lasciano sparare simili cazzate, riportandole senza battere ciglio?
SEGUGI E CAZZATE
Quello che maggiormente rammentiamo di Antonio Di Pietro è la sua forte tempra di riformatore. Un riflesso condizionato: lo vediamo in TV e subito capiamo che si sta dando da fare per modificare qualcosa. Magari ci prova e non gli riesce: da qui la sua concitazione nei movimenti e nelle frasi. Tonino non si rassegna che tutto non possa riuscirgli bene come agli inizi della sua carriera pubblica. A proposito della quale non può essergli disconosciuto di aver riformato il diritto e la procedura penale per mandare fuori giri gli ingranaggi delle patrie galere. E nemmeno di aver introdotto le maggiori innovazioni lessicali, grammaticali e sintattiche, in questo e nel precedente secolo. Ora però che si è dedicato alla riforma della storiografia, rivelando agli italiani che “siamo agli albori di una dittatura dolce, come nel periodo immediatamente precedente al Ventennio fascista”, abbiamo capito che in Lui il riformatore resta comunque in secondo piano rispetto al segugio che è sempre stato. Come farebbe, altrimenti, a scoprirli tutti lui i giornalisti che gli lasciano sparare simili cazzate, riportandole senza battere ciglio?

Non riesco a capire l’interesse, anche il più infantile, che spinge taluni a prendere in considerazione le amletiche esternazioni del parlamentare Di Pietro. Egli, a mio avviso, non ha la passione per il calcio, o per la lirica, non gli interessa conoscere Gandhi, Tolstoi, Manzoni, Pascoli, Salvemini, perché non potrebbe accusarli d’alcun reato perseguibile penalmente. Di Pietro, beato lui, sogna la marcia su Roma e un pranzo al Campidoglio a base di selvaggina da lui cacciata. Sognare è un suo diritto. Sobillare la folla no!
Domenico Civitano Biteto (BA)
Parlando di richiami storici ,l’unico veramente serio e preoccupante ( ma per tutti ,sia ben chiaro ) è quello che cita il personaggio Roberspierre .E lo spirito del bravo Maximilien sembra proprio quello che anima il nostro Antonio . La ” dittatura dolce ” ed il ventennio fascista sembrano da Di Pietro esorcizzati solo per per poterci ” metter cappello” sopra.
Il tipo è quello . Il quale del resto ,a proposito di dittatura dolce , non si è scomposto più di quel tanto davanti all’abolizione delle preferenze sulle liste elettorali. Diremo di più: nessun linguista ,o storico, o scienziato politico ,nè men che meno gli attivisti , si è sentito eccepire che il termine “elezione” questo significato aveva….”scelta ” ,o selezione!!
Sarà questa la ” dittatura dolce” , molto onorevole (sic!) Antonio Di Pietro ( ed estimatori )?
Il “magnaccia” apostrofato al premier da Di Pietro fa il paio con il “dito medio” della Santanchè ostentato al fotografo, o l’accusa della stessa al neo-presidente della Camera di avere “le palle di velluto”, con le corna del premier nella foto ricordo con gli altri premier, o la preferenza del premier scandinavo al barbuto ex sindaco di Venezia per sua moglie e la sua “candidatura” ipotetica a convolare a nozze con la procace fanciulla, che ha fatto carriera, “se solo non fosse stato sposato”. Fa il paio con chi parla di “culattoni”, di “impronte dei piedi”, e “dei bambini”, con il “senatur” che faceva il gesto dell’ombrello alla Boniver e con altro.
Avrà Di Pietro imparato ad “intellegere” con i nuovi umori popolari, stanchi della solita sinistra noiosa, intellettuale, radical-chic, buonista, o vi è una semplice sintonia politico-culturale, certo populista e spiccia, che per ora si esprime su diverse sponde?
Ai posteri l’ardua sentenza!
Come tutti quelli votati a fomentare la “destraccia” Di Pietro vive anche di marxismi d’accatto annaffiati d’intransigenza un po’ giacobina un po’ da bar sport. Doriot partì dal comunismo e finì nel fascismo, Di Pietro è partito dal giustizialismo e veleggia verso una palingenesi senza approdo, poichè per tristissima fortuna siamo talmente imbevuti dal mercato che ai Grandi Correttori non resta che grattarsi. M.S.
In realtà Tuttocchiali ha “sfruculiato” l’illustre ex PM sulla asserita esistenza, in Italia, di una dittatura, ancorchè “dolce”, già prima del Ventennio. Qualcuno è in grado di confortare il troppo indaffarato leader dell’IDV riguardo il nuovo corso storiografico di cui si è fatto iniziatore?
Obiettivamente non si può far finta di ignorare il trambusto elettorale, per chi credeva nel bipartitismo (PD) e per gli infinocchiati che sono stati risucchiati nel “voto utile pro domo PD-PDL”. Non penseremo di traghettare i 22 milioni fuori da PD-PDL sul treno del vincitore, che ha ricevuto 13 milioni e mezzo di voti su 47 milioni e mezzo di elettori.
Chapeau al premier che da solo ne vale 12 milioni, ma non essendo accertata l’immortalità dello stesso, la nostra giovane democrazia ha bisogno di forgiarsi non mettendo il bavaglio alle voci fuori dal coro. Vassalli, valvassori, scendiletto e portaborse di 3°, 4° e 5° livello hanno diritto di muoversi come credono verificando individualmente motivi di crescita o di estinzione politica.
Noi stiamo a guardare e speriamo che il governo governi, a prescindere dall’inutile sintonia dei 12 milioni che fanno riferimento al PD.
Il filo dell'”intellegere” non conduce agli umori di Palazzo Chigi?
FA
A furia di passare la vita a leggere libri di storia che sono fiction e fiction che sono libri di storia, si dimentica che un’epoca è morta per sempre con i suoi tic e i suoi riconoscimenti. Certo che la democrazia può sempre crollare, ma non sarà per “l’aula sorda e grigia”, non sarà per il “bivacco di manipoli” o una nuova legge Acerbo. La storia riserva sorprese scenografiche, per questo è molto, molto difficile essere dalla parte giusta e i vecchi copioni tracannati il 1 marzo a Firenze non servono a nulla. La sinistra sta affogando proprio nell’incapacità di riconoscere nuovi scenari e nuovi soggetti, nuovi vettori emotivi e conoscitivi, accontentandosi invece di far indossare meccanicamente costumi vecchi a situazione nuove. Ecco il diploma, la laurea e il concorso in magistratura penosi di Di Pietro e di milioni di italiani. L’italica furfanteria non la combatterà Di Pietro ma una scuola, un’università e una magistratura che ritrovino il filo dell'”intellegere”. M.S.
Di diplomi, lauree, e cavalierati più o meno discutibili ce n’è a bizzeffe in Italia.
Ci piacerebbe uscire dalla sindrome del ’92 con eleganza e tralasciando sulle questioni stilistiche, che in certi momenti lasciano il tempo che trovano, materia per cabarettisti e caratteristi (lo stile Prodi, lo stile Bondi, lo stile Tremonti, lo stile Di Pietro son difficili da dimenticare).
Stando ai fatti, dall’ottica dei 22 milioni fuori la diarchia PD-PDL, Di Pietro sta dalla parte giusta. Chi è più realista del re vorrebbe forse tagliare l’unica voce rimasta nell’opposizione?
Di vigilia del fascismo, legge Acerbo, opposizione extraparlamentare, aula sorda e grigia ed altro ne han parlato tanti tra liberali, laici e socialisti, il 1°marzo a Firenze, prima e dopo. Tutte cazzate?
Di Pietro è semplicementee uno che strappando diploma e laurea penosi, e poi un penoso concorso per la magistratura credette di diventare il grande giustiziere. La sua preparazione è da romanzo popolare, il suo livore pure, quando ci si annoia se lo si incontra in qualche canale diventa un passatempo. Non sarebbe nemmeno antipatico se non avesso la mania d’apparire implacabile. M.S.