
Un vecchio detto popolare recita che l’acqua corre e il sangue tira. Nel momento del bisogno i camerati si uniscono: vannacciani e meloniani votano insieme.
“A noi!”gridavano i fascisti per esprimere appartenenza, mobilitazione e sfida.
L’altro ieri quel motto dannunziano, poi adottato dal fascismo, non è risuonato nell’aula di Montecitorio, ma lo stesso richiamo identitario sembra aver attraversato i deputati di Fratelli d’Italia e di Futuro Nazionale, improvvisamente ritrovatisi dalla stessa parte.
Come ci racconta bene il Manifesto, l’altro ieri Fratelli d’Italia, rimasto senza l’appoggio compatto di Lega e Forza Italia, ha scelto di votare con Futuro nazionale, il gruppo di Roberto Vannacci.
Non è un incidente, ma un segnale preciso rivolto dai meloniani al loro alleati della maggioranza.
L’emendamento che prevedeva preferenze secche, con i nomi scritti sulla scheda. Governo e maggioranza lo avevano inizialmente respinto. Poi FdI ha cambiato linea e ha votato sì insieme agli otto vannacciani e a Noi moderati. Risultato: 139 favorevoli e 233 contrari. Il principale partito della coalizione si è ritrovato isolato e battuto.
Ma per FdI è stata la risposta al tradimento di ieri l’altro quando nel voto segreto deputati di lega e Forza Italia avevano bocciato l’emendamento voluto da Meloni stessa.
Il messaggio, quasi un avvertimento è chiarissimo: se Lega e Forza Italia non sono più affidabili, Meloni può cercare altri compagni di strada. Vannacci lo ha capito al volo, ha invitato la premier a «mostrare gli attributi» e ha bollato gli alleati come badogliani. Linguaggio fasciatissimo da caserma e nostalgia nera, perfettamente adatti al nuovo clima.
Ovviamente in FDI nessuno ammetterebbe un cambio di alleanze. Ma l’ipotesi non è più impronunciabile.
FdI guarda all’Europa: l’ascesa dell’AfD in Germania, la forza dei lepeniani in Francia, lo spostamento generale della destra verso posizioni sempre più radicali. Se quelle forze dovessero sfondare, anche l’abbraccio con Vannacci diventerebbe più presentabile.
Le preferenze sono solo un pretesto per un chiarimento interno alla maggioranza.
Il sospetto è che una parte dei franchi tiratori venga da Forza Italia, forse dall’area vicina a Marina Berlusconi, insofferente verso Tajani e sempre meno convinta della destra meloniana.
Anche la Lega, logorata dal calo dei consensi, teme di essere schiacciata tra FdI e Vannacci.
Per questo il voto comune dei camerati è più di una provocazione. Serve a intimidire gli alleati, ma anche a preparare un possibile futuro. Vannacci potrebbe diventare il contrappeso utile per neutralizzare Lega e Forza Italia, o persino il sostituto di una parte della coalizione.
Il prossimo terreno sarà il Senato, dove il voto è palese e le preferenze potrebbero tornare. Sarebbe una dichiarazione di guerra. Forza Italia ha già fatto sapere che non le voterebbe nemmeno alla luce del sole.
Il problema non è più la legge elettorale. È capire chi comanda davvero e quanto a lungo Lega e Forza Italia accetteranno di essere trattate come comparse.
La destra italiana entra nella fase in cui ciascuno prepara il dopo.
La maggioranza vacilla e le vecchie alleanze contano poco, vanno in crisi.
I camerati, invece, si riconoscono e i legami profondi, familiari, costruiti intorno alla fiamma missina, finiscono per prevalere.
Enrico Rossi

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