Una volta serviva un distintivo o una coccarda per capire o cercare di scoprire da che parte politica o sociale stava una persona. Adesso ci pensano le cravatte. Se la metti rosa pastello dicono che sei finiano, se è viola potrebbe essere vicino al movimento di Di Pietro, se è blu a pois ovviamente berlusconiana. E’ lo sport che va di moda a Roma in queste settimane. Dimmi che cravatta metti e ti dirò con chi stai? Forse. Nella storia l’abbigliamento ha sempre segnato una sorta di carta d’identità dell’individuo, a volte fin troppo marcata. Per le donne ma anche per gli uomini. C’erano gli anni, soprattutto quelli Settanta, con i vestiti molto aderenti e pantaloni fascianti in vita, come portava Mino Reitano, mentre cantava Gente di fiumara. Poi c’erano i vestiti dei cosiddetti “cappelloni” che andavano di giacconi, pantaloni a zampa d’elefante e magari a tracolla una borsa con le frange. Che tempi! Volare in moto e correre verso libertà di vita tutta da inventare e conquistare. E’ vecchia come il mondo la disputa sull’abito che fa il monaco oppure no, ma è anche vero che non sempre vale la regola dell’apparenza. Anzi come “I Soliti Ignoti”, programma televisivo che va per la maggiore in queste settimane, e che a volte batte la corrazzata concorrente Striscia, le identità possono essere coperte dalle apparenze. Alla domanda che sembra banale di Fabrizio Frizzi:”Scusi è lei che vende le sciarpe allo stadio?”, oppure: “E’ lei la persona che ha una impresa di auto spurgo”? si accoda un’Italia che cerca di capire da alcuni indizi di immagine, di mani, di occhi di vestiti, e a volte di aiuti con le definizioni, chi à davvero una persona e cosa fa. Lì l’abbigliamento può aiutare come no, e a volte in televisione gli indizi per una risposta sono poi il presupposto per il suo contrario. Resta il fatto che è difficile vedere un deputato che entra a Montecitorio con un felpa arancione e che non è facile vedere un contadino che si accinge ad andare a fare la semina vestito in giacca e cravatta e camicia bianca. Di solito dunque ad una occupazione corrisponde una forma d’abito. Oggi c’è di più. E’ il gioco politico delle cravatte. Una volta la cravatta era scura o chiara, a pois o a tinta unita, a fantasia, con disegni o con ricami e doveva servire a seconda delle necessità: scura per le cerimonie, fantasia per i giovani, colorate per manifestazioni leggere o spettacoli. Adesso una cravatta è anche un segnale politico. Ha cominciato la Lega Nord con il verde, accompagnata solitamente da un fazzolettino nel taschino mezzo a bordo leggero. Ma con le ultime vicende politiche è successo a un mio collega di Rimini di essersi preso del finiano solo perché mettere regolarmente cravatte pastello sul rosa o altro colore che mette solitamente il presidente della Camera. Così va il mondo. Anche io ho alcune cravatte verdi e un giorno mi son messo una di queste prima di un incontro con i sindacati per una delle consuete riunioni aziendali. Durante l’incontro ho notato imbarazzo di alcuni rappresentanti e mi hanno poi confermato che “insomma quella cravatta sembrava una dichiarazione di appartenenza”. Chi mi conosce sa che a volte posso presentarmi con una felpa rossa Disney o con un vestito nero e cravatta nera tanto sono lontano dagli schemi “abito”-“etichetta”. Ma tant’è. Mi diceva un altro collega romano che proprio a proposito di cravatte ora devono stare attenti a mettere certe cravatte se in quel giorno devono vedere Berlusconi, Bersani, D’Alema, Fini o Casini. Che vita. Lo schema sarebbe questo. Cravatta pastello tinta unita rosa o beige sei finiano. Cravatta blu a pois sei berlusconiano, cravatta rossa sei ovviamente di sinistra e ultra Pd, cravatta viola (movimento dei viola) o fucsia sei vicino a Di Pietro. Se una volta l’abito poteva fare il monaco adesso sicuramente la cravatta può fare … casino.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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