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SE LA POLITICA E’ UN REALITY

Diciamolo chiaramente, la Serracchiani sta allo spazio politico che occupa esattamente come un giovane del Grande Fratello sta ad un ruolo cinematografico. Solo successo senza merito. Di Alessandro Lozzi

di Alessandro Lozzi | 30 Luglio 2009

Da più parti si osserva, giustamente, che il congresso del PD riveste un ruolo importante non solo per i democratici ma per tutti gli italiani. Come italiani interessati siamo quindi legittimati ad esprimere la nostra preoccupata opinione. Non tanto e non solo sulle candidature alla segreteria, che paiono essere l’unico argomento catalizzante di interesse, quanto piuttosto sul quadro generale di riferimento da cui dette candidature emergono.

Cominciamo dai candidati principali: per quanto si impegnino a camuffare la propria provenienza è impossibile non vedere in Franceschini e in Bersani il rispettivo marchio d’origine.

Come definire l’ipocrita indisponibilità alla ricandidatura che Franceschini, reiterata sino all’ultimo momento dell’ultimo giorno, se non un perfetto comportamento democristiano? E come non sentire in ogni espressione di Bersani, certo politico intelligente e preparato, il linguaggio tipico dell’apparato politico-sindacal-cooperativo che ha forgiato intere generazioni di assessori toscoromagnoli? E non induca in errore il fatto che personaggi ex dc come ad esempio Bindi o Letta parteggino per Bersani, ed ex pci come Fassino e Veltroni parteggino per Franceschini. Non è frutto di una amalgama fra le due componenti, che per espressa dichiarazione di D’alema non è mai riuscita, quanto il riflesso di odii e rivalità personali che hanno caratterizzato il passato recente e remoto.

Purtroppo anche la candidatura di Marino, che inizialmente aveva fatto sperare chi sogna una sorta di Obama italiano per portare la sinistra italiana fuori dalla palude degli eredi di Peppone e don Camillo, con l’infausta uscita sullo stupratore di Roma, ha mostrato tutti i suoi limiti soggetivi e oggettivi.

Ma ciò che più caratterizza questo congresso, paradossalmente, non sono le candidature che ci sono, quanto quelle che mancano. Il male oscuro del PD, ma anche (direbbe Veltroni) della politica italiana tutta, non ha il volto di Franceschini, Bersani e nemmeno di Marino. Questo male ha l’ancipite espressione di Debora Serracchiani e Beppe Grillo.

Si ha un bel criticare le veline di Berlusconi se poi si consente che assurga ad esponente politico nazionale una signorina che deve il proprio succcesso alla fortuna di essere stata veicolata su Youtube al momento giusto. Diciamolo chiaramente, la Serracchiani sta allo spazio politico che occupa esattamente come un giovane del Grande Fratello sta ad un ruolo cinematografico. Solo successo senza merito.

Ancor più emblematica del vuoto della politica è la questione della candidatura di Beppe Grillo. E non tanto (anche se basterebbe) per il fatto che molti trovano legittimo e normale che si possa candidare a segretario di un partito chi di quel partito non fa parte; e nemmeno che addirittura possa farlo chi di questo partito è pubblico e dichiarato avversario. Ciò che dovrebbe (in un paese normale) fare specie è che gli spettacoli comici e i comizi politici di Beppe Grillo hanno gli stessi testi. Non c’è differenza tra quello che dice come comico e quello che dice come politico. Di più, non c’è differenza tra comico e politico. Ecco perché la politica in Italia non ha più il rispetto che merita, perché è diventata una buffonata, anzi, una tragicommedia.

Oggi la politica ha una funzione ancillare verso ogni potere. Verso quello economico-finanziario, da cui subisce il comando e il fascino corruttivo, verso quello giudiziario, da cui subisce l’intimidazione e l’interdizione, e verso quello mediatico da cui subisce l’imposizione del virtuale.

Nei momenti più difficili della cristianità si osservava: “la Chiesa è povera e i frati sono ricchi”. Oggi possiamo dire che all’ottimo stipendio e alla buona pensione di ciascun parlamentare corrisponde una sostanziale inutilità politica. Ma la ricchezza della politica non tornerà se non si metterà mano alla costituzionalità dei partiti quali strumento dell’aggregazione e della produzione politica. Con i conseguenti doveri di democraticità interna ed i conseguenti diritti degli iscritti e dei militanti a non essere pretermessi.

Finchè nel PD, non nell’universo berlusconiano che si dice sia fatto di silicone e majorettes, la politica è uguale ad uno spettacolo comico e si diventa parlamentari per meriti acquisiti via broadcasting, Franceschini, Bersani, Marino o chiunque altro saranno solo sbiaditi personaggi di un noioso reality.

E allora viva la Serracchiani che è più giovane e fresca, e viva Grillo che fa ridere di più.

Alessandro Lozzi

droz@dada.it

Pubblicato in : Primo piano

Info Alessandro Lozzi

Alessandro Lozzi è un commercialista collaboratore ed editorialista di ADUC e Pensalibero.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Anonimo

    30 Luglio 2009 alle 18:42

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