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Se il ritorno alla “crescita zero” e il nascente “partito del sì” fanno saltare la manovra economica e con essa gli equilibri di governo

Salvini deve decidere da che parte stare

di Enrico Cisnetto | 5 Novembre 2018

Si può governare, o meglio stare al governo, avendo contro l’intero sistema economico e produttivo? Perché è garantito: prima o poi la corda che collega esecutivo e paese si spezza. E di solito più prima che poi. È questa la riflessione che ci è venuta alla mente ascoltando le parole, dure come pietre, che Giuseppe Guzzetti, al suo commiato da presidente dell’Acri, ha usato per descrivere la situazione italiana, definita “una deriva che mina alle radici la nostra democrazia” perché “un veleno, l’odio che spacca il paese, sta insinuandosi nella nostra vita quotidiana e colpisce i gangli più delicati del sistema democratico”. Con l’esortazione rivolta alla coscienza della classe dirigente perché si risvegli e detti “comportamenti e atti che fermino questa deriva”. Ammonimento subito raccolto dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che pur con un linguaggio più tecnico e controllato e in nome della difesa del risparmio, non ha mancato di denunciare come il pericolo dello spread e della mancata crescita incomba sulle nostre teste, e di quanto sia pericoloso il conflitto con le istituzioni europee e illusorio affrontare i problemi e le sfide di oggi, che hanno dimensioni globali, nell’ambito degli stretti confini degli stati nazionali. Tradotto, Guzzetti e Visco ci hanno detto che il populismo e il sovranismo che sono al governo non solo non risolvono i problemi che affliggono un paese spaccato, ma con un’economia che è tornata alla “crescita zero”, li aggravano e ne producono di nuovi. Fino a mettere in pericolo la stessa democrazia.

Ci sembra già di sentire la replica: parole forti in bocca a poteri forti che ora sentono minacciate le loro rendite di posizione. Può darsi. Ma è lecito dire altrettanto delle migliaia di operatori economici – industriali, artigiani, commercianti, professionisti – che da Ovest a Est del ricco e operoso Nord e Centro Italia stanno facendo esplodere i loro sentimenti di rabbia e preoccupazione? Dopo l’assemblea di Assolombarda, di cui vi abbiamo dato conto catalogandola come uno degli avvenimenti su cui più e meglio può poggiare la speranza di un risveglio dell’italica borghesia produttiva, molto si è mosso e si muove in Confindustria e nelle altre associazioni datoriali. A Torino si è partiti con un blitz degli imprenditori a Palazzo Civico, per poi allargare la protesta ai colleghi di Milano e Genova e ora si sta organizzando la mobilitazione a favore della Tav e del Terzo Valico, fino ad arrivare ad una grande manifestazione di quello che si profila come il “fronte del Sì” alle grandi opere infrastrutturali di cui c’è assoluto bisogno. E non solo per andare incontro alle esigenze delle imprese, ma anche per fronteggiare lo scempio di un paese che viene giù a pezzi ovunque, da Nord a Sud, dalla montagna al mare, perché non fa manutenzione del territorio e delle infrastrutture esistenti, per lo più costruite nell’immediato dopoguerra, e non ne realizza di nuove e più moderne.

A Torino si respira la stessa aria che nel 1980 si respirava quando la famosa “marcia dei quarantamila” mise fine non solo all’occupazione della Fiat, ma anche ad un’intera stagione, iniziata nel 1969, contrassegnata dallo strapotere di un fronte sindacale unito intorno alla parola d’ordine del “salario variabile indipendente”, che dopo Torino il segretario della Cgil, Luciano Lama, s’incaricò di archiviare per sempre. Ora è contro l’assurda avversità ideologica alla modernizzazione infrastrutturale del paese dei 5stelle – alla quale la Lega ha dato oggettiva copertura politica – che s’intende dare voce alla “maggioranza silenziosa” che c’è, come c’era allora, nelle poco indagate viscere della nostra società. E, a proposito di sindacato, fa ben sperare che sul fronte del Sì alla Tav si siano attestati diversi leader confederali, dai segretari della Cisl Annamaria Furlan e della Fim-Cisl Marco Bentivogli, a quel Vincenzo Colla che da riformista potrebbe battere (speriamo) il populista Maurizio Landini nella corsa alla successione di Susanna Camusso al vertice della Cgil. La stessa cosa si dovrebbe fare in Puglia, dove finora le “minoranze rumorose” contro la Tap hanno avuto il sopravvento mediatico, così come si è cominciato a fare a Roma con la partecipatissima manifestazione di denuncia del degrado della città organizzata da un gruppo di donne. La sindaca Raggi ha avuto l’ardire di derubricarla a rigurgito del Pd – ma quando mai questo Pd è in grado di mobilitarsi e di mobilitare?! – o, peggio, di un colpo di reni di Mafia Capitale (??). In realtà è solo l’inizio di qualcosa che – ne siamo sicuri – travolgerà la giunta pentastellare, specie se il referendum indetto nella Capitale per domenica 11 novembre per chiedere, a fronte del virtuale fallimento dell’Atac, la (sacrosanta) liberalizzazione del servizio di trasporto pubblico locale avrà il successo che il tema e il significato politico della consultazione meritano.

Insomma, c’è finalmente fermento nella società. Cosa indispensabile, visto che l’opposizione politica mostra un encefalogramma piatto – unico spunto degno di nota è, nel Pd, l’affacciarsi sulla scena di Marco Minniti – e che l’unico modo per spingere Matteo Salvini a imporre o un’altra politica economica o la rottura dell’alleanza con i 5stelle, sapendo che la prima cosa è propedeutica alla seconda, è fargli sentire la sua base elettorale. Quella già racchiusa nel 17% che aveva preso il 4 marzo e quella potenziale che gli attribuiscono i sondaggi, infatti, dopo l’ubriacatura (in grande misura solo mediatica) per la fermezza sull’immigrazione, ora vuole fatti concreti in economia e mostra preoccupazione per quanto ci è già costato e ancor più ci costerà la muscolare manovra di bilancio e i collaterali attacchi alla Commissione Ue e alla Bce di Draghi.

Tra l’altro, il modo per voltar pagina senza (troppo) colpo ferire, c’è. E, per paradossale che possa apparire, sta proprio in due pessimi dati relativi alla nostra congiuntura economica: da un lato, quello sulla mancata crescita del pil nel terzo trimestre dell’anno, accompagnato dalla previsione che negli ultimi tre mesi tornerà il segno meno; dall’altro lato, il crollo delle esportazioni made in Italy verso i paesi extra Ue, Russia e Cina in testa, ma anche Stati Uniti, che ci costringono a tenerci buone quelle verso l’area Ue, con tutto quello che ciò comporta in termini di relazioni con le principali cancellerie europee. Ora, di fronte al ritorno della stagnazione e al pericolo che viri in recessione, il governo – o meglio, la Lega – potrebbe decidere di riscrivere i termini della manovra. Non per recedere da quel 2,4% di rapporto deficit-pil, che tra l’altro è diventato un feticcio politico prima ancora che un obiettivo economico. Quanto, piuttosto, per accentuare il contenuto espansivo della finanziaria, che così com’è vede, all’interno di un perimetro complessivo formalmente di 37 miliardi e sostanzialmente di 42, quasi 20 miliardi di spese aggiuntive, di cui 14,6 miliardi di spese correnti, circa il triplo di quelle in conto capitale (5,2 miliardi). Insomma, la manovra è stata concepita più come somma di interventi perequativi e assistenziali – peraltro, tutti di cattivo conio – piuttosto che come investimenti diretti alla crescita. Ed è, invece, proprio nella direzione degli investimenti – diretti e sotto forma di defiscalizzazione mirata – che invece dovrebbe andare. E, tra questi, un piano straordinario di interventi infrastrutturali a tutela delle opere esistenti e a favore di quelle nuove, supportato da una revisione radicale della legge sugli appalti.

Si dirà: difficile farlo con un partito di maggioranza relativa che sta in piedi (nel senso che non si sfascia) nella misura in cui non demorde dalla difesa dei suoi cavalli di battaglia, trasformati in promesse elettorali, e fa argine alle proposte altrui, specie sulle infrastrutture (appunto) e sulla deregulation fiscale, che appaiono lontane dal comune sentire della sua base elettorale. Infatti, più che difficile, è impossibile, perché se anche Di Maio dovesse accettare, esploderebbero tutte le contraddizioni fin qui tenute faticosamente a bada dentro il movimento 5stelle, e con ciò salterebbe comunque il governo. Ma che debba saltare, e pure al più presto possibile, è la convinzione che ormai ci siamo fatti, e che ogni giorno di più si consolida in noi.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: battaglia, bce, camusso, cina, classe dirigente, commissione, confindustria, consultazione, conto capitale, democrazia, draghi, fallimento, finanziaria, genova, governo, grandi opere, istituzioni europee, italia, lega, manifestazione, manovra, mare, milano, movimento, pd

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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