
“Vorresti giudici dipendenti dalla politica?”, manifesto del comitato ANM, e “Gli italiani stanno con il carabiniere, non con i giudici”, titolo di apertura ieri su La Verità, sono due modi uguali e opposti di ridurre la discussione sul referendum costituzionale al lancio di uova marce fra opposti gruppi di ultras. È la trasformazione del confronto pubblico in una rissa simbolica, dove non contano più i contenuti ma solo l’appartenenza.
Se la contrapposizione fra carabinieri e giudici ha un che di eversivo, l’immaginaria fusione fra politica e giudici sa di un diversivo, introdotto in modo serpentino per rianimare il fuoco populista e giustizialista che sembrava in parte sopito nella pancia del Paese.
Questa narrazione suggerisce che lo Stato non sia un sistema di istituzioni che cooperano nel rispetto della legge, ma un ring in cui si affrontano “buoni” e “cattivi”, “popolo” ed “élite”. È una rappresentazione tossica: senza giudici indipendenti non esiste lo Stato di diritto, ma senza forze dell’ordine rispettate non esiste lo Stato in senso proprio. Metterli in competizione non è un modo per difendere qualcuno, è un modo per indebolire tutti.
Speculare, e altrettanto fuorviante, è l’evocazione della “fusione” tra politica e magistratura. Qui il tono cambia, ma l’effetto resta identico: non si chiarisce nulla, si sposta soltanto l’attenzione. Si insinua l’idea che dietro ogni riforma possa celarsi un disegno di asservimento dei giudici al potere politico. È una chiave polemica potente, perché tocca corde profonde: la diffidenza verso la politica, il timore dell’abuso di potere, la memoria – reale o mitizzata – di stagioni in cui la giustizia è stata percepita come ultimo baluardo contro la corruzione.
Invece di discutere i meccanismi concreti delle riforme, ci si aggrappa al populismo. È una tecnica comunicativa collaudata: quando il merito è scomodo, lo si sostituisce con la morale; quando l’argomentazione è faticosa, la si rimpiazza con l’indignazione. Chi è con noi difende la legalità, chi non lo è sta con i potenti, con i corrotti, con i “nemici del popolo”.
Così il referendum smette di essere ciò che dovrebbe: un momento di scelta consapevole su assetti istituzionali destinati a durare nel tempo. Diventa un plebiscito emotivo, un test di fedeltà tribale. Non si vota più su come rendere la giustizia più efficiente e più giusta, o su come garantire meglio l’equilibrio tra i poteri, ma su chi si sente di difendere in una battaglia simbolica: la toga o la divisa, la “casta” o il “popolo”.
E questa è forse la deriva più grave: la politica che rinuncia a spiegare e preferisce arruolare, che smette di convincere e si limita a mobilitare. Un Paese adulto dovrebbe discutere di riforme; un Paese infantilizzato viene chiamato a scegliere una squadra. Se il referendum diventa l’ennesimo pretesto per rinfocolare l’odio contro “i giudici” o per brandire lo spettro della “politica padrona”, allora non stiamo difendendo né lo Stato di diritto né la democrazia.
Stiamo solo confermando che, in questo Paese, l’unica riforma che non si vuole fare è quella più necessaria: ridare senso a un concetto – quello di opinione pubblica – devastato da decenni di disinformazione militarizzata.
Marco Taradash

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