L’altro giorno sul litorale di Ostia, Alfonso Sabella, il magistrato che ha fatto l’assessore alla legalità per quattro mesi nell’ultima Giunta Marino, ha raccontato a una collega come il sistema delle barriere costruito dai bagni in concessione bloccasse di fatto il libero accesso al mare di chi non voleva diventare cliente di un bagno.
Quasi un muro continuo tra la strada e la spiaggia. Una barriera tra il viale e il bagnasciuga. Con tutti i muri e le barriere che stanno costruendo qua e là, ci voleva anche lo steccato marino di Ostia a rincarare la dose.
A Ostia, come tutti sappiamo, non c’è solo un problema di eventuale cattiva interpretazione delle norme sulla concessione degli arenili ma ci sono anche problemi di legalità e infiltrazioni malavitose, tanto che quel municipio è stato commissariato.
Se l’accesso al mare diventa un problema di libertà è chiaro che non siano più nell’ambito delle norme amministrative più o meno ben applicate ma in quello ben più delicato dei diritti fondamentali come quello della libertà di movimento e dell’accesso ai beni di tutti, come è, ad esempio, il mare.
Il mare e la spiaggia, non c’è dubbio, sono anche affari lucrosi e interessi economici diffusi, e naturalmente l’imprenditore che prende in gestione un pezzo di spiaggia per gestire bar e arenile, giochi e ombrelloni ha tutto l’interesse a vendere al meglio la propria merce e cioè i propri servizi. Ma nulla vieta che pure in presenza di interesse economico legittime e ben amministrato, l’autorità pubblica garantisca e assicuri l’accesso al mare a chi vuole fare un bagno o prendere il sole senza affittare un lettino o un ombrellone.
Sulla carta è così ma nei fatti, nella vita quotidiana, non sempre è così certo.
Ci sono le spiagge libere ogni tot di metri di spiagge in concessione, ci sono pezzi di arenile più o meno difficoltosamente raggiungibili qua e là per le litoranee italiane, ma quel che fa pensare è che spesso nei lidi più “industrializzati” quelli alla moda e quelli del tutto esaurito nei week end, il reticolo delle concessioni sembra sigillare o rendere invisibile ogni varco di accesso. E, dove c’è, non sempre è possibile sostare nella fascia di passaggio. Tra l’onda e le prime file. Tra la risacca e il primo anello di lettini.
Al di là delle normative, che spesso differiscono tra regione e regione e a volte tra le diverse capitanerie di porto, ci sono anche prassi e tradizioni, più o meno inveterate, che complicano la vita al bagnante fai-da-te. A Jesolo per anni e decenni chi voleva prendersi sole e bagni davanti alle file degli ombrelloni poteva farlo senza temere alcun rimprovero o invito a sloggiare. Nelle settimane d’agosto frotte di giovani e famiglie si intermittevano liberamente e gioiosamente tra i pensionati della sdraio e le onde del mare. Pieni anche i pontili, non comodissimi a dir il vero, e forse all’origine di intere generazioni che hanno sviluppato cervicali acute.
Qualcosa del genere succedeva anche sulle spiagge di Rimini e Riccione, addirittura nello spiaggione dei lidi ferraresi, vista l’estensione da quasi deserto, i guardiani dei bagni non stavano a badare se uno o due si appoggiavano con l’asciugamano.
Diversamente in molte spiagge tirreniche,come quelle blasonate del Forte o di Camaiore se uno si mette sul bagnasciuga a prendere il sole con il proprio telo, ammesso che riesca ad arrivarci, viene inviato a togliersi subito. “Scusi non vede il cartello”, è stato il richiamo che a suo tempo ho personalmente sentito.
Via reietti o voi che non riuscite a pagare magari 50 o 80 euro al giorno di tenda e di sdraio che sembrano letti imperiali. Via da questa spiaggia o voi che non vi acconciate a entrare nel rito dell’ombrellone, lettino e servizi annessi.
In alcune spiagge delle Marche ti invitano proprio a metterti liberamente davanti alle prime file. In certi lidi non c’è spazio neanche per due file di ombrelloni e il problema è risolto, in certi arenili pugliesi vige la regola del chi-prima-rriva e poi si vede. Insomma una bella macedonia.
A senso ci vorrebbe, con leggi e norme, anche il buon senso.
Si chiamano concessioni non solo perché la pubblica amministrazione concede un uso di demanio per una certa attività e a certi parti ma, dico io, anche perché dovrebbero concedere nel senso più vero del termine, e non proibire. E non limitare. Altrimenti, scusate, cambiamo anche il nome::chiamiamole proibizioni o limitazioni. Almeno uno sa a cosa va incontro.
Pensieri così, all’inizio della nuova stagione estiva con i problemi vecchi come il mare. Appunto.

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