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Scusi, lei è un intrepido?

di Paolo Marini | 16 Settembre 2013

Il film di Gianni Amelio è una panoramica profondamente amara – non solo una vicenda di precariato lavorativo e sociale – della nostra contemporaneità, in particolare italiana e un po’ italiota.

intrepidoNon so se “intrepido” sia l’attributo idoneo a descrivere la figura di Antonio Pane. Nel vocabolario, cui spesso mi rimando per non dover mai dare alcunché di scontato, leggo che è intrepido “colui che affronta impavido i rischi e le prove più gravi”. E con ciò immagino Ulisse che affronta il Ciclope, Blaise del Monluc all’assedio di Siena, Manfred von Richthofen che ingaggia un duello aereo, Hermann Buhl che lancia la sfida alla ‘montagna fatale dei tedeschi’, il Nanga Parbat. Ma qui il rischio, la prova più grave è qualcosa che incombe ogni giorno, è la vita intera. Allora, è corretto chiamare intrepido l’uomo che riesce a guardare con occhiali tutto sommato rosa un’esistenza in cui tutto gli si nega? Non solo la giusta mercede per i saltuari lavori da ‘rimpiazzo’ (una drammatica evoluzione del lavoratore interinale, dove l’agenzia mittente non è più una  impresa regolare ma un losco figuro attempato e ammalato), non solo un orizzonte di vita che vada più in là della giornata o della settimana, non solo una famiglia, un affetto  e la stessa possibilità di comprendere i ‘rovelli’ interiori del figlio ma anche una banale risposta dai vari ‘prossimi’ che gli accade di interpellare amorevolmente in occasione dei rimpiazzi: donne anziane, bambini, persone che vivono probabilmente in un buio più nero del suo, dal quale a differenza di lui non possono o non sanno riscattarsi. Il film di Gianni Amelio è una panoramica profondamente amara – non solo una vicenda di precariato lavorativo e sociale – della nostra contemporaneità, in particolare italiana e un po’ italiota. Nella vita di molti concittadini il presente –  non già il futuro – è sempre di più percepito come un deserto di opportunità, di relazioni, di sicurezza, di comunicazione. Se non sto io stesso esagerando – dato che la vicenda di Antonio Pane è di per sé, come nella migliore tradizione dei personaggi interpretati da Antonio Albanese, parossistica – il morbo dell’afflizione, della rassegnazione, del ripiego e più in generale un vuoto di fiducia stanno lentamente pervadendo ed erodendo, anche se non ce ne accorgiamo, l’ampio contesto nel quale viviamo e forse ciascuno di noi. Eppure, nel pantano della sua quotidianità, Antonio Pane è malgrado tutto un ‘motorino’ di ottimismo, un ingranaggio che si alimenta da sé, una tenace sorgiva di bonomia, pazienza e perfino delicatezza, che però non scade mai nella dabbenaggine. Il denaro non è tutto, per Antonio Pane, anche quando sarebbe immediatamente necessario; così, il suo potere non scalfisce la sua dignità, non lo distoglie dal faticoso itinerario, non addormenta la sua coscienza. Allora, riprendendo la domanda iniziale, è intrepido un uomo (che si comporta) così? A ciascuno, se lo ritiene, l’onere della risposta.

Pubblicato in : Cinema

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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