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Scrivere la guerra: Paolo Monelli

Dopo gli articoli su Giani Stuparich ed Umberto Saba,Giuliana Rovetta ci parla ora di “Scarpe al sole”,libro caro alla generazione del Carso;e dell’autore,Paolo Monelli,alpino nellA GRANDE GUERRA e scrittore di rara umanità. di Giuliana Rovetta

di Giuliana Rovetta | 27 Marzo 2008

          L’epopea della Grande Guerra si costituisce sulle pagine di chi, fra letteratura e storia, si è impadronito di uno specifico linguaggio per testimoniare una realtà inedita, difficilmente comunicabile. Mentre nei testi il mito prende forma, si sviluppa la narrazione di un tempo e di uno spazio in cui la violenza è norma, il nemico (senza volto, senz’anima) resta volutamente anonimo. Intanto i protagonisti attivi del conflitto acconsentono a un sistema che premia la virtù e rileva le colpe secondo codici morali rapportati all’eccezionalità del momento, cioè al modo di vivere e di morire non solo “al fronte”, ma anche nella vasta zona rispetto alla quale, di fatto, i diritti del singolo risultano sospesi. Tutti questi elementi sono riconoscibili nell’esperienza bellica del 1915-’18, esempio di “modernità” non solo nella innovazione dei mezzi, ma anche nella brutalità delle forme e nell’ampiezza degli effetti. Una guerra voluta, propiziata dalla classe intellettuale come rito di rigenerazione collettiva o, per altro verso, intesa patriotticamente quale strumento per completare l’ambita unificazione territoriale. Se al fronte il grosso della truppa sarà formato soprattutto da contadini, circa il 45% dei richiamati ( una “guerra dei poveri”, secondo Nuto Revelli) meno sensibili alla necessità o presunta utilità dell’iniziativa bellica, spetterà agli ufficiali di complemento, provenienti da un generico ceto medio (studenti, insegnanti, impiegati, professionisti) assicurare il raccordo con gli alti comandi in un contesto che -di occasione in occasione, di volta in volta- potrà presentare aspetti di umana solidarietà o di odio feroce, alimentato dall’urto fra la durezza degli ordini e l’enormità del sacrificio imposto.
          Mito nel mito, il corpo degli alpini, istituito nel 1872 per la difesa dei confini settentrionali, ha come caratteristica il reclutamento strettamente territoriale, requisito fondamentale per l’efficienza operativa, oltre che per l’affidabilità politica: le penne nere vengono selezionate fra gli uomini già abituati a confrontarsi con l’ambiente ostile e selvaggio della montagna e già pratici dell’insidioso territorio di confine in cui sono chiamati ad operare: un territorio –va detto- il cui ricco valore simbolico in qualche  modo si estende anche ai soldati prescelti per esserne i difensori e il principale baluardo.
          A consolidare e diffondere il mito degli alpini hanno contribuito grandemente alcune opere memorialistiche come il Giornale di guerra e di prigionia di Gadda, Con me o con gli alpini di Pietro Jahier, Trincee di Carlo Salsa. In questo filone si inserisce Le scarpe al sole (1921) di Paolo Monelli, rievocazione suggestiva e sobria di vita militare sul fronte nord-orientale. Modenese di nascita, poi studente a Bologna, Monelli (1891-1984) partecipa al conflitto come ufficiale di complemento sulla scorta di qualità sportive affinate in montagna come esperto sciatore e arrampicatore. E’, la sua, una testimonianza rigorosamente dal vivo, sviluppata su appunti presi quasi quotidianamente in luoghi rimasti indelebili nella memoria collettiva come il Monte Grappa, Cima Dodici o il Monte Cauriol, in un arco di tempo (dicembre 1915- novembre 1917) storicamente sgnificativo. Questo materiale, per una scelta di principio chiaramente espressa, non è stato sottoposto ad alcuna successiva (fosse anche migliorativa) rielaborazione: “I libri definitivi sono quelli scritti nel tempo della mischia, immediatamente fuori della mischia”. Niente ritocchi e abbellimenti, niente travisamenti retorici, niente enfatizzazioni costruite ad arte: “La memoria più fedele e più umile deforma i fatti lontani: le granate cadono più vicine, i gesti ingigantiscono, le vigilie perdono di profondità, i momenti intermedi scompaiono…”. 
          Libro pieno di umori, di personaggi in controluce, di passione umana e civile, Le scarpe al sole (espressione che nel gergo alpino allude alla morte in combattimento)si sviluppa in uno stile  letterariamente disarmonico, con alternanze di fatti d’arme cruenti, nel gelo degli accampamenti, nel rimbombare degli attacchi nemici, e di riflessioni a volte semiserie, a volte profondamente amare, in cui la nostalgia assume i nomi e i volti dei luoghi e delle persone care. Sono pagine fitte di ricordi, di intimi pensieri di un giovane che, finiti gli studi e in procinto di intraprendere l’attività forense, si sente inappagato e smarrito, diviso fra idee politiche contrastanti: un blando socialismo, un generico internazionalismo, un oscuro e torbido amor di patria. Non una scelta ponderata e decisa lo anima ma un vago impulso: “qualche sera di tempesta sulle montagne invernali, ai confini d’Italia, vedendo fumare la tormenta dalle valli oltre frontiera, fuggendo a testa bassa chino sugli sci, verso quelle terre non nostre, fantasticavo di giungervi così da soldato…”.
            E la guerra arriva davvero, trascinando nel gorgo i rudi montanari che bevono e bestemmiano, gli abili conduttori di muli che trasportano munizioni e vettovaglie su e giù per sassaie e dirupi, i giovani ufficiali che col loro bagaglio di idealità tardo-romantiche e di moderno scontento fuggono dal tedio e dal grigiore della vita borghese. Così, nella notte di Natale 1915, Monelli inizia la sua guerra: “Poi a mezzanotte, partenza. Nel paese immerso nella chiarità lunare il groviglio, l’affaccendarsi…Battere di chiodi sul gelo. Pallore di stelle”. Trapela in questa scrittura una vena e una forma mentis giornalistica, professione che poi in effetti Monelli svolgerà con successo (Il Resto del Carlino, La Stampa, Il Corriere della sera) attraverso servizi brillanti e incisivi, come il resoconto divenuto famoso sull’alluvione del Polesine. E anche nei racconti (Sessanta donne, Morte del diplomatico) e nei romanzi (Avventura nel primo secolo, 1958), la linea di demarcazione fra i generi –letterario e giornalistico- resta incerta, autorizzando Carlo Bo a sottolineare una troppo evidente intenzionalità di impressionare il lettore, propria dell’inviato o del cronista.
           Sempre oscillando tra tentazione retorica e valorizzazione di alcuni aspetti problematici, tra inventiva e adesione alla realtà, il libro di Monelli si costruisce per antitesi: la guerra alpina contrapposta a quella combattuta sugli altri fronti, la guerra-festa, “lievito di giovinezza”, contrapposta alla guerra-macchina che tutto stritola nel suo ingranaggio, la vita militare contrapposta all’esistenza borghese. E’ forte la volontà di individuare e isolare un mondo, quello degli alpini, di cui si vantano valori fondanti come l’umiltà, l’abnegazione, la dedizione e la solidarietà fra commilitoni, senza mai però dimenticare il dramma che ha colpito una generazione, immolatasi nel confronto col nemico e con una natura ostile. A completamento del processo tipizzante delle penne nere Monelli adotta volentieri il gergo militare nelle forme del dialetto locale (la scelta stessa del titolo rinvia a un linguaggio convenzionale da iniziati, e i pochi che non sono del posto, come l’alpino Satta d’origine sarda, imparano subito la parlata dei compagni). Inoltre introduce nel testo canti della tradizione alpina, a volte anche corredati della partitura musicale, che col tempo entreranno nell’uso corrente come cori di montagna decontestualizzati dall’occasione bellica. 
          Le ambivalenze tipiche della letteratura di guerra (modernità e barbarie, norma ed eccezione, produzione e distruzione) si inseriscono in un percorso di maturazione personale dell’autore: la descrizione di Monelli della battaglia dell’Ortigara, un’offensiva durata 15 giorni e costata 25.000 uomini tra morti, feriti e dispersi, parla atrocemente di “cadaveri gonfi”, di “un teschio [che] sghignazza lucido, accanto alla larva livida di un morto di ieri”. Davanti a simili orrori il tono con cui pacatamente, qualche volta con leggerezza, si è glorificata la naja e assecondata l’immagine dell’alpino coraggioso, sempre pronto agli ordini, si fa più cupo e inquisitorio: quello che viene in luce è la sproporzione tra il sacrificio e l’esito dell’iniziativa strategica voluta da Cadorna, è l’assurdità dei comandi senza apparente adesione alla realtà. Se sull’Ortigara Monelli, ridimensionati progressivamente i valori in cui aveva creduto inizialmente, lascia sul terreno le proprie illusioni, dopo lo sfascio di Caporetto (e la conseguente sua prigionia) non si sente di condividere la versione ufficiale secondo cui la colpa della disfatta è da attribuirsi alla crisi morale delle truppe, ma avanza accuse ai capi (“quei vigliacchi”) che usano ogni soldato come  un “arnese buono e pronto all’uso” diretto da una volontà inesorabilmente estranea.
        Tuttavia la logica interna a quest’opera è nel senso di valorizzare l’accettazione dell’ordine superiore, per quanto possa essere vissuto come personalmente contraddittorio, nel segno di una fatalistica rassegnazione –senza mozioni idealistiche come nel caso di Jahier, ma piuttosto in un registro laico e scettico- che accomuna la truppa  nella condizione inevitabile e permanente di un burattino nelle mani del burattinaio ignoto. “L’ipotesi fa gelare il sangue, eppure è questa la legge della guerra. Domani ci diranno: Alt e muori qui. E si morderà la neve lì, ignorando se ciò ha giovato o no”.

BIBLIOGRAFIA
P. Monelli, Le scarpe al sole:cronache di gaie e di tristi avventure d’alpini di muli e di vino, Treves 1921.
A.Gibelli, L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, 1991.
C. Tron, Il sevizio militare, Libreria editrice Claudiana, 1968.
C.Betocchi, L’anno di Caporetto, Il Saggiatore, 1967.
N. Revelli, Il mondo dei vinti, Einaudi, 1977.

Pubblicato in : Primo piano

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