
Mettetevi l’anima in pace. Questi scioperi “per i palestinesi”, con la solita coda di vetrine in frantumi, scritte sui muri, cortei egemonizzati dai centri sociali e dalla sinistra estrema, non sono un atto di pietà né un sussulto di coscienza civile. Sono, più semplicemente, una manovra per destabilizzare il governo italiano, sperando che l’onda emotiva faccia il lavoro che non riesce a fare un’opposizione senza alcun progetto.
La storia non si muove a colpi di scritte sui muri, bandiere israeliane e americane bruciate, vetrine sfondate e scontri con la polizia. Ha inerzia, attrito, costi. E l’inerzia oggi dice questo: il riconoscimento unilaterale di uno “Stato di Palestina” non è una bacchetta magica, è un atto simbolico che non cambia sul campo né le mappe, né le milizie, né i confini, né la sicurezza. Soprattutto se lo fai da Roma, o da qualsiasi capitale europea, senza che la Palestina abbia un’autorità unica, capace, legittimata e riconosciuta, che controlli davvero territorio. Una realtà fatta di armi, confini, tasse, tribunali. Stato, in latino, significa “ciò che sta”. Qui, di stabile c’è ben poco.
Il governo italiano, piaccia o meno, ha scelto una postura attendista. Non per codardia, ma per realismo. Perché il gioco in Medio Oriente non va in scena in piazza Navona. Si gioca tra intelligence, mediazioni silenziose, equilibri regionali, dossier energetici, interessi commerciali, pressione alle frontiere, alleanze che non puoi bruciare con un comunicato stampa scritto per strappare dieci minuti di applausi. È materia dove i titoli gridati valgono poco e gli errori costano moltissimo.
Chi oggi urla “riconoscimento subito” finge di non vedere l’alfabeto minimo della statualità. Un territorio frammentato, due leadership in conflitto fra loro, la penetrazione di gruppi armati che rispondono a sponsor esterni, la dipendenza economica cronicizzata, il nodo della sicurezza comune con Israele, la catena logistica di beni essenziali usata come arma di scambio. Se chiami questo insieme “Stato”, stai prendendo in giro le parole.
C’è di più. Il mondo arabo, quello reale e non quello da slogan, non ha alcuna fretta di farsi carico di un’entità statuale palestinese senza garanzie. I paesi che contano nella regione ragionano da anni in chiave di stabilità, investimenti, corridoi energetici, contenimento dell’Iran e normalizzazione pragmatica con Israele. Mettere la firma su uno Stato, che sulla carta non regge e sul terreno non esiste, significa comprarsi problemi interni, aprire spazi alle fazioni, bruciare capitali diplomatici. Libro di storia alla mano: ogni volta che l’ideologia ha sostituito la geografia e la sicurezza, è andata male.
E allora a cosa servono questi scioperi a orologeria, spesso di venerdì, con il weekend lungo in omaggio? Servono a creare l’illusione di un Paese in ebollizione, spingere i talk show a fare da cassa di risonanza, logorare il governo per via mediatica. Funziona? Poco. L’Italia non cambia linea estera perché un centinaio di caschi e sciarpe decide che Roma debba riscrivere i confini del Medio Oriente in diretta. Cambia quando cambiano i rapporti di forza reali, quando il tavolo internazionale si sposta, quando gli attori locali firmano compromessi possibili. Fatti, non cortei.
La sinistra che auspica il riconoscimento immediato gioca una doppia partita. Dentro, tenta di ricompattare un elettorato in apnea, offrendo un bersaglio morale facile: noi dalla parte dei deboli, loro complici dell’oppressore. Fuori, spera che l’Italia rompa le righe europee e si metta in posa da avanguardia etica. Peccato che l’Europa, quando prova a fare la ruota del pavone senza un piano condiviso, poi inciampi alla prima riunione dei ministri degli Esteri. Siamo un ponte, non una catapulta.
Qualcuno dice: se riconosci lo Stato, acceleri la pace. È il contrario. Senza condizioni minime, sicurezza reciproca, monopolio legittimo della forza, confini negoziati, governance unitaria, garanzie internazionali robuste, regali solo un totem. Il giorno dopo, sul campo, restano gli stessi check point, le stesse ramificazioni militari, gli stessi missili in cantina, gli stessi clan, la stessa economia dipendente. Il simbolo diventa un placebo che, in politica estera, è veleno lento.
L’Italia fa bene a tenere il punto. A investire in corridoi umanitari veri, non nelle passerelle. A sostenere la cooperazione che costruisce scuole anziché incendi università. A lavorare con chi, nella regione, sceglie l’ordine rispetto al caos. A garantire, quando possibile, che la pressione militare non cancelli la prospettiva politica e che la prospettiva politica non legittimi il terrorismo.
Chi vuole davvero la pace dovrebbe detestare le devastazioni in nome della pace. Dovrebbe pretendere serietà, non megafoni. Dovrebbe accettare che la pace non arriva per decreto, ma per accordo, non per slogan, ma per garanzia, non per tifoseria, ma per istituzioni. Il resto è fumo negli occhi, utile solo a chi sogna di far cadere un governo senza passare dal fastidio di proporre un’alternativa.
La storia è lenta, ma arriva. E quando arriva, chiede il conto. Oggi presenta due righe chiare: niente scorciatoie simboliche spacciate per soluzioni, niente piazze usate come clava interna. Se l’obiettivo è la pace, si lavora perché esista un interlocutore statuale credibile, non un fantasma su carta intestata. Se l’obiettivo è la politica interna, si abbia almeno il coraggio di dirlo. Tutto il resto è rumore.
Oggi come oggi, c’è solo una cosa certa: Conte, Schlein, Landini, Fratoianni e Bonelli sono un assegno in bianco a garanzia della Meloni.
Piero Terracina

Secondo me gli scioperi hanno senso solo se portano un messaggio chiaro e concreto. In questo caso rischiano di sembrare più uno scontro politico che un aiuto reale. La situazione è grave, servirebbero fatti, non solo simboli.