
Se l’episodio fosse passato sotto silenzio e i panni sporchi fossero stati lavati in famiglia il ministro dei Trasporti avrebbe forse dovuto rinunciare a un nuovo bagno di visibilità. Una rinuncia dolorosa. Invece le reazioni indignate di Giorgetti che grida “non mi dimetto” quando nessuno glielo aveva chiesto hanno rimesso Salvini al centro del palcoscenico. Ancora una volta. Con applausi o fischi poco importa. L’importante è che le luci siano accese. Il fatto in sé per l’immagine del Governo è serio ma non sorprende. Salvini da anni costruisce consenso a colpi di provocazioni. Nel 2019 da segretario della Lega sfiorò il 34 per cento puntando tutto sulla retorica anti migranti e sullo scontro permanente. Sempre in quel periodo fu protagonista del caso Diciotti. La strategia è nota notorietà e polemica come binomio politico. I contenuti vengono dopo. A volte molto dopo. Ora come allora la visibilità è la sua prima moneta. E chi gli offre anche solo un mezzo appiglio pubblico rischia di fargli un favore. Basta ricordare l’estate del Papete quando tra un mojito e l’altro chiedeva pieni poteri gonfiati da un battage mediatico che forse non meritava tanto clamore ma che funzionò benissimo. Anche oggi coltiva ambizioni ministeriali e sogna il ritorno al Viminale per una nuova stretta sull’immigrazione e magari contro il parere della Presidente del Consiglio chiudere pure i centri in Albania. Obiettivo conquistare consenso in vista del 2027 e sorprendere non solo la premier ma anche le opposizioni che lo attendono come un personaggio fisso di stagione. Eppure nonostante questo instancabile protagonismo l’equilibrio di governo per ora non sembra vacillare. Proprio per questo sarebbe forse bastato il silenzio sulle divergenze con Giorgetti. Un classico. Meloni avrebbe potuto richiamarlo all’ordine con un gesto simbolico. Poche parole. Nessuno scontro pubblico. Invece è esplosa la polemica. E Salvini l’ha trasformata nel solito show. Sipario aperto. Regia sua. Il contesto aiuta poco. Le buone maniere sembrano un reperto archeologico del Novecento. I social amplificano tutto. Ogni caduta di stile diventa un evento. Tutti si improvvisano esperti di economia. E ogni esempio sbagliato fornisce al ministro nuova benzina. Un po’ come nello scontro tra Trump e Zelensky a febbraio quando l’aggressività diventò spettacolo globale. Modelli da osservare e replicare. Per Salvini episodi così sono una scuola politica. Segnali da imitare per restare al centro della scena e coltivare il sogno di essere incoronato candidato premier nel 2027 magari accompagnato da una processione simbolica di migranti che gli lanciano rose bianche scolpite sulle Alpi Apuane. La politica come allegoria permanente.
Ora la sfida entra a sorpresa nel vivo prima del referendum per incendiarsi davvero dopo i Giochi invernali di Milano Cortina quando capro espiatorio ideale delle opposizioni gli imputeranno il disastro trasporti. Ma poco male. Sempre visibilità. Sempre pubblico. Sempre campagna elettorale.
Angelo Santoro

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