
La premier Meloni, non molto tempo fa, dichiarò che l’Italia è la seconda meta al mondo, una “superpotenza turistica”.
È un settore che vale il 10,8% del Pil e il 13% dell’occupazione. Sicuramente importante.
Ma questa narrazione rischia di coprire l’altra faccia del Paese: la manifattura in affanno, la crisi di settori industriali, la cassa integrazione e soprattutto i salari bassi.
Il turismo è stato raccontato per decenni come la cura alla deindustrializzazione.
Un’ idiozia totale soprattutto se il settore si basa sulla domanda instabile del turismo proveniente dall’estero e non anche su una forte e costante domanda interna.
L’instabilità economica internazionale, i dazi e forse anche il nuovo clima di tensioni nazionalistiche hanno spinto molti stranieri a restare a casa.
E così hanno fatto molti italiani.
Dal 2019 i prezzi legati alle vacanze sono schizzati in alto e sempre più italiani non fanno vacanze o scelgono destinazioni più economiche.
I dati Istat completi arriveranno a fine stagione, ma gli operatori parlano già di calo: ombrelloni chiusi, alberghi meno pieni.
Il potere d’acquisto delle famiglie si è eroso mentre i listini turistici corrono più dell’inflazione: strutture ricettive, benzina, autostrade, ristorazione e costi dell’ombrellone.
Poi ci sono anche i bassi salari e la precarietà dei lavoratori del turismo al punto che il settore fatica a trovare personale. Non a caso protestano persino i bagnini di Rimini.
Se davvero vogliamo le spiagge piene senza scivolare nella retorica della “superpotenza turistica”, occorre una scelta netta: lavoro stabile e tutelato, contrattazione collettiva forte, salari più alti, qualità dell’occupazione.
Intanto la ministra del turismo Santanchè è rinviata a processo per falso in bilancio e sottoposta a indagini per truffa ai danni dello Stato.
Se Meloni decidesse di mandarla a casa almeno risparmieremmo il suo stipendio pagato da noi tutti inutilmente.
Enrico Rossi

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