Molti furono conquistati da quell’utopia, altrettanti furono privati del loro futuro
Premio Venice Days 2014 , votato dal pubblico, amato dalla critica , Cantet fa parlare i cubani e racconta come affrontare i segreti e i fantasmi del passato.
C’erano una volta quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Nel film ci sono cinque amici che il mondo credevano di averlo cambiato. In 90’ Laurent Cantet su sceneggiatura sua in collaborazione con lo scrittore cubano Leonardo Padura racconta i sogni e le disillusioni dei protagonisti la cui amarezza dovrebbe avere la forza di riportare con i piedi per terra , guarendolo dalla sua utopia, perfino Gianni Minà.
Battute a parte , in un lungo pomeriggio di sole che si trasformerà prima in sera poi in notte per diventare finalmente alba, su una terrazza che dà sui tetti de L’Avana cinque amici si ritrovano dopo 16 anni. Qualcuno torna da un esilio volontario, certo di poter vivere finalmente in patria, altri sono rimasti vivendo la delusione e il disinganno un giorno dopo l’altro.
Quello di Cantet è un film anche sull’amicizia, ma soprattutto sulla rabbia: si parla, ci si racconta, si ride, si beve, si mangia, si balla, si scambiano accuse reciproche , si svelano segreti, si confessa l’ indicibile, si ricorda.
“Cuba mi affascina ma non ci capisco niente, la nostra generazione e la sinistra hanno mitizzato Cuba” dice il regista che ama questa terra ma ha la lucidità di non cedere alla seduzione.
Il regista gira come per una pièce teatrale in unità di luogo, tempo, azione, utilizza due camere in accorta alternanza di campo e controcampo “volevo che niente distraesse lo spettatore dai loro discorsi … ho lasciato spazio a loro , come si guardavano, quali distanza mantenevano fra di loro.”
Gli attori sono tutti noti a Cuba sia nel cinema che nel teatro e, letta la sceneggiatura, sono stati felici di poter raccontare “la storia della nostra vita, della nostra generazione” . Sono tutti artisti, intellettuali e sognatori, gli amici ch si ritrovano e, anche se disillusi c’è ancora chi afferma “lasciatemi credere di crederci ancora”.
“Noi ci credevamo e quei bastardi hanno instillato in noi la paura. Avevamo sbagliato noi o ci avevano preso in giro? La paura ti toglie la vita, il dubbio fa molto di più, ti toglie la speranza” afferma ad un certo punto Tania (Isabel Santos)
Un film che è anche una catarsi; avere finalmente la possibilità di dire quello che a Cuba tutti sanno, ma c’era bisogno di uno straniero per poter dire con ironia ma anche con tanto dolore “… eravamo il fiore all’occhiello del mondo … abbiamo scritto la storia”
I due sceneggiatori (Cantet e Padura) affermano che è stato possibile girare il film perché era il periodo giusto. Cuba stava uscendo dal “periodo speciale” (iniziato negli anni ’90) e la sceneggiatura ha ottenuto le autorizzazioni ufficiali senza bisogno di variazioni, anzi l’ Icaic (Istituto Cubano delle Arti e dell’Industria Cinematografica) non solo ha approvato la sceneggiatura ma i suoi tecnici hanno anche lavorato sul set.
Si sono girate prima le scene negli interni, poi quelle con le luci artificiali (la notte) e infine gli esterni con i dialoghi più fitti; la stanchezza ( girato in 20 giorni /17 notti) ha certamente contribuito all’aumento dell’emotività.
Infine è un film sull’esilio, sulla partenza, sulla rinuncia, sulla fuga dalla dittatura, sull’idealizzazione di quella che è stata una dittatura e lo è tuttora anche se, con Roul Castro sembra che le cose lentamente stiano cambiando, si sta aprendo un periodo di maggiore libertà di pensiero e parole .

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