Sarà che le stagioni ormai non esistono più, sarà che abbiamo avuto un inverno lunghissimo precipitato di colpo in un’estate africana, sarà che la primavera, di solito propizia al rinnovamento, l’abbiamo saltata a piè pari, ma negli ultimi giorni abbiamo assistito a risvegli molto tardivi che, più che ad una attesa fioritura troppo a lungo rimandata, odorano della solita italica ipocrisia dei conniventi che scendono dal carro giusto un momento prima che questo precipiti nel burrone. Non sapremmo come commentare altrimenti sia l’improvvisa consapevolezza che pare aver colpito il Corriere della Sera a proposito degli esiti nefasti della legge elettorale partitocratica ed illiberale che ci è stata imposta con il consenso di tutte le forze politiche, sia le sei pagine domenicali pubblicate dal Secolo d’Italia a sostegno di Fini e dei suoi fedeli seguaci che escono allo scoperto e passano dalla fronda interna ad un vero e proprio ultimatum a Berlusconi.
Sulla sortita del Corriere della Sera, tanto tardiva quanto irritante nel suo essere del tutto fuori tempo massimo – e l’archivio di questo sito ne fa fede, visto che sono anni che battiamo sul tasto della legge elettorale che ci ha esclusi da ogni possibilità di scelta e quindi anche di controllo, consegnandoci in mano alle lobbies politico-economiche – non ci attarderemo, poiché ne ha trattato il nostro Direttore nel suo editoriale e lo ha fatto da par suo. Invece, dopo aver letto la pappardella finiana, una domanda ci è sorta spontanea: ma Fini, è stato paracadutato in Italia nell’ultimo week end, proveniente da un altro sistema solare a noi del tutto ignoto, oppure pensa di rivolgersi ad un pubblico di sprovveduti immemori ed anche incapaci di porsi qualche lecito basico quesito sui fatti della vita?! Perché se è vero che cambiare idea è da persone intelligenti dotate di senso critico, è anche vero che qui si è talmente esagerato che più che di cambiamento bisognerebbe parlare di una banalissima e perciò francamente poco incisiva scoperta dell’acqua calda. Affermare oggi che il Pdl è un partito che non c’è è come dire che la mattina sorge il sole: dov’è la notizia?! E questa sbalorditiva scoperta, operata da chi ha partecipato alla fondazione del Pdl dall’inizio ed ha accettato consapevolmente di sciogliere nel mare magnum dell’indistinto la propria identità di partito, appare persino ridicola. Il Pdl, lo scriveremo fino alla nausea, è nato da un atto di cesarismo berlusconiano ed è destinato a non sopravvivere un solo secondo in più del proprio fondatore-leader-padrone, e non è neanche lontanamente ipotizzabile che un politico di lungo corso e di provata esperienza come Gianfranco Fini non si sia reso conto dall’inizio che la conditio sine qua non per partecipare a questa accozzaglia da brodo primordiale era la subalternità silente ed accondiscendente al capo. Cosa che peraltro allora andava benissimo, perché col capo si vincevano le elezioni ma, soprattutto, senza capo si rimaneva nel limbo irrisolto di An che da Fiuggi in poi non ha saputo trovare una identità forte capace di sostituire quella che era stata rottamata insieme all’Msi, intanto che la Lega, che invece sulla connotazione identitaria ha costruito un solido rapporto con i propri elettori, avanzava a larghi passi ed a colpi di vittorie elettorali sempre più eclatanti. Dunque, che Fini oggi rivendichi la necessità di operare un drastico ricambio generazionale nelle fila dei dirigenti del partito ed anche dei deputati, il bisogno di una dialettica interna costruttiva, la speranza di una apertura autentica alla partecipazione degli elettori, fin qui lasciati fuori della porta con l’arrogante beneplacito di tutti, ci appare davvero sconcertante, perché il Pdl, che ha appena un anno di vita, ricordiamolo, andava già pensato in questa chiave in fase di fondazione, e certo Fini avrebbe dovuto e potuto porre allora queste premesse sul piatto della trattativa, se solo gli fosse convenuto. Ma naturalmente non era così, e dunque scelse di tacere. Che parli oggi, che la disfatta appare evidente tanto quanto quella del Pd, in piena decadenza morale, nel dichiarato fallimento di ogni obbiettivo e nell’assoluta assenza di uomini e di idee, non ha molto senso né suscita grande effetto, se non quello di un tardivo risveglio alla realtà dettato solo ed esclusivamente dal disperato tentativo di salvare le penne – ed il potere, con tutto quello che ne consegue – un attimo prima che si scateni l’inferno. Forse saremo diventati eccessivamente cinici, o lucidamente disincantati, o magari solo straordinariamente disperati, ma la vocazione improvvisa che spinge Fini alla presunta salvezza del nostro paese non solo non ci convince ma ci irrita profondamente, perché tutti noi che con piccoli mezzi, armati di null’altro che della nostra ancora viva passione civile, ci siamo battuti per anni per spiegare agli italiani cosa stava accadendo sulla loro pelle, siamo sempre stati marginali ed emarginati da un sistema chiuso e forte del proprio potere assoluto, ma almeno abbiamo la coscienza a posto perché ci abbiamo provato. Ma chi poteva e doveva porsi certi obbiettivi alti e motivati e non l’ha fatto per mere ragioni di bottega, oggi taccia e ci risparmi le prove tecniche dell’ennesimo inciucio che ci dannerà definitivamente. A volte, bisognerebbe avere almeno la dignità necessaria ad affrontare le proprie debolezze senza desiderare di rivenderle al popolo come atti di un coraggio che non c’è.
ChiBo

Esatto Maria Rita, siamo stati da lungo tempo messi in condizione di accettare solo il meno peggio, eventualmente, mai di poter scegliere per il meglio ma, soprattutto, per il bene comune. E’il bipolarismo italiano, bellezza mia.
Bell’articolo Chiara, talmente chiaro e lucido da far venire i brividi anche perché sull’orlo del baratro ci siamo noi italiani e se non fosse che caduti dentro PD e PDL ci resterebbe solo la Lega, sarebbe da dare la spinta finale. Ma possibile che dobbiamo sempre continuare ad accontentarci del meno peggio?
Caro Puccio, la subalternità era condizione necessaria per entrare nel Pdl, un anno fa. Oggi Bossi dilaga perchè, ci piaccia o no, l’identità paga, e Fini che l’aveva e l’ha venduta ora è costretto a rincorrere.
…”subalternità silente ed accondiscendente al capo”…ma che dici ?! Proprio mentre si delinea la diversificazione : adesso per andare avanti occorre baciare l’anello al “Trota”…siamo caduti dalla padella -Di Pietro nella brace bossiana.
Fini che proclama banalità da statista super partes masticando mentine, soffre di chiara alitosi politica. Eppure se riesce a attirare su di sé il più sensibile giornalismo da bettola, anche i commessi di Montecitorio dovrebbero avere voce nel dibattito politico. E’ una questione di democrazia.
Fini che proclama banalità da statista super partes masticando mentine, soffre di chiara alitosi politica. Eppure se riesce a attirare su di sé il più sensibile giornalismo da bettola, anche i commessi di Montecitorio dovrebbero avere voce nel dibattito politico. E’ una que