Alla ricerca dell’eternità
L’Italia è romanità, dal latino di Virgilio al “volgare” di Dante, dall’Umanesimo al Rinascimento di Lorenzo il Magnifico. Ha svolto, serba e propone una missione universale. L’Apostolo Pietro e San Paolo non rimasero in Palestina. Anche il Cristianesimo andava annunciato da Roma. Solo da lì sarebbe divenuto la Buona Novella per tutte le Genti. Anche a quel modo Roma, “caput mundi”, divenne la Città Eterna, di re, consoli, dittatori, cesari, pontefici… sintesi della Storia. Come narrarla? Attraverso i simboli, al di sopra di tempeste, guerre intestine e sconfitte, perché Roma fu sempre un’Idea, un Faro, al pari della Colonna di Foca svettante al di sopra della polvere che nei secoli seppellì mercati, templi, archi di trionfo e l’Aula senatoria… Le Idee sopravvivono a tutte le temperie.
Fu ed è la sorte del Risorgimento italiano e della “Nuova Antologia”, due volti di una medesima realtà, fondamenta e futuro dell’Italia odierna.
Dall’ “Antologia” (1821)…
Fu Maggiorino Ferraris (Acqui, 1856-Roma, 1929) a salvare e rilanciare nel 1897 la “Nuova Antologia”, la rivista più prestigiosa della Terza Italia. Dal 1821 al 1833 Gino Capponi e Gian Pietro Viesseux avevano dato vita in Firenze alla “Antologia”, rivista di lettere e arti, per ricollegare la loro età all’Umanesimo, fucina di pensiero politico attento alla sacralità del potere nel senso più alto: libertà di pensiero, diritti civili, uguaglianza dinnanzi alle leggi. Da secoli aristocratici e borghesi di cospicua fortuna gareggiavano nell’esercizio della filantropia. Ma dopo le guerre franco-napoleoniche la beneficenza non bastava più. Occorreva valersi dei pubblici poteri quali acceleratori dell’incivilimento. Già nei decenni d’oro dell’Illuminismo lo “Stato” (i “sovrani”, se bene consigliati e sensibili ai suggerimenti dei colti) aveva propiziato il progresso. Grazie all’incremento del “sapere”, malgrado la Restaurazione retriva del 1815, si poteva fare di più, di meglio e più rapidamente. Cinque anni dopo l’eclissi dell’“Antologia”, nel 1838 iniziò il decennio dei Congressi degli Scienziati Italiani promossi da Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino (esiste tuttora, sua benemerita erede, la Società Italiana per il Progresso delle Scienze), volano dell’unificazione politica. Senza ricorrere a pugnali e insorgenze atte solo a provocare in risposta carcere e patiboli, la Cultura puntò a ragionare in italo-europeo.
…Alla “Nuova Antologia” (1866).
Nel 1866, un anno dopo l’effettivo trasferimento della capitale del regno d’Italia da Torino a Firenze, venne fondata in Firenze la “Nuova Antologia”, che sin dalla testata si riallacciò agli albori del Risorgimento. La memoria degli antenati conforta nella prova più difficile, che non è il morire, ma il vivere. A fondarla e a dirigerla fu Francesco Protonotari, docente di economia all’Università di Pisa, città nativa di Angiolo (o Angelo) Sraffa (1865-1937), massone a 28 anni (iniziato ventottenne il 9 novembre 1893 ebbe il diploma 9.938), fondatore del diritto commerciale moderno, rettore dell’Università Bocconi di Milano, antifascista. Suo figlio Piero fu amico di Raffaele Mattioli e di Antonio Gramsci, i cui “Quaderni del carcere” portò in salvò in Gran Bretagna.
Il trasferimento della capitale del regno d’Italia da Firenze a Roma (andrà ricordato degnamente nell’ormai imminente ma sinora silente 150°, il 20 settembre 2020) fece segnare il passo alla rivista, perché la capitale politica richiamò a sé e assorbì tanta parte delle energie vitali di un Paese ancora lontanissimo dall’unificazione effettiva (non lo è neppure oggi, anzi si sta disgregando, non solo per regionalismi, campanilismi, ma anche per conflitti tra ceti e generazioni).
L’acquese Maggiorino Ferraris: il Vecchio Piemonte che pensava europeo
A rialzarne le insegne fu appunto Maggiorino Ferraris, che la acquistò nel luglio 1897 e la diresse per trent’anni, quando, nel 1926, passò la mano al presidente del Senato, Tommaso Tittoni, più volte ministro degli Esteri e ambasciatore a Parigi. Ferraris fu e rimane un campione della dirigenza liberale subalpina nell’età da Cavour a Giolitti. Figlio di un fornaio, a vent’anni si laureò in giurisprudenza a Torino. Collaboratore della “Gazzetta del Popolo” e del “Diritto”, appena trentenne fu eletto deputato nel collegio circoscrizionale di Alessandria, già “feudo” della sinistra democratica di Urbano Rattazzi, a sua volta ripetutamente ministro e presidente del Consiglio. Ferraris fu puntualmente confermato sino al 1909, arroccato nel collegio uninominale della sua Città della Bollente. Con l’introduzione del diritto di voto maschile quasi universale il 26 ottobre 1913 fu sconfitto da Luigi Murialdi. Però l’Italia non poteva fare a meno delle sue qualità: competenza e dedizione alla Patria. Perciò su proposta di Giolitti (in politica ci si stima anche se se non ci si ama) il 4 novembre venne subito “risarcito” con il conferimento del laticlavio senatoriale.
Come tanti notabili della Terza Italia, Ferraris aveva lo zoccolo duro elettorale nelle sue terre d’origine ma combatteva a Roma, nella trincea più difficile, fatta di trabocchetti, piccoli e grandi scandali, meschinità, ondeggiamenti dei deputati dall’uno all’altro versante della Camera in caccia di successi personali assai più che per gli interessi generali permanenti del Paese. Celebre rimase il caso di Gabriele d’Annunzio che a fine Ottocento teatralmente passò dalla destra alla sinistra esclamando: “Vado verso la vita”: un gesto retorico.
La missione culturale della “Nuova Antologia”
In quel bailamme Ferraris tenne dritta la barra della produzione culturale italiana. La “Nuova Antologia” da lui diretta non fu spiaggia di venturieri, dei cosiddetti troppo celebrati “intellettuali”, ma palestra degli studiosi ispirati dall’idea alta dell’Italia, come già era stata la rivista dei Protonotari (a Francesco seguì suo fratello Giuseppe, dal 1888 al 1897). Nelle annate precedenti aveva contato su Alessandro Manzoni, Nicolò Tommaseo, Terenzio Mamiani. Ferraris ebbe Giosue Carducci, Giovanni Verga, Giovanni Pascoli, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Antonio Fogazzaro, Guido Gozzano…: il grande flusso di lettere, scienze e arti, come indicava il sottotitolo della rivista. Era l’Italia che entrava a vele spiegate nell’agone internazionale. Regista della “Nuova Antologia” per la parte letteraria fu il canavesano Giovanni Cena, poeta, romanziere, apostolo dell’istruzione popolare, in specie nell’Agro romano attardato di secoli rispetto al cuore pulsante della Capitale che, con Ernesto Nathan sindaco e Giovanni Giolitti presidente del Consiglio, stava festeggiando cinquant’anni di unità nazionale e quaranta dalla fine del potere temporale dei papi.
Ferraris mise del suo non solo con i quattrini ma anche saggi, articoli (non meno di 170) e una miriade di note sparse, siglate con pseudonimi bizzarri: Argentarius, Artifex, Bibliofilo, Italicus, Mercator, Nautilus, Politicus, Victor e, soprattutto, Spectator. Egli era, in effetti l’“Osservatore Italiano”, quasi in controcanto con quello “Romano”. Vedeva l’Italia dal cuore della Capitale ma con l’occhio di chi arrivava dalle colline della Valle Bormida e alla Città Eterna giungeva grazie alla strada ferrata fermamente voluta dal suo conterraneo Giuseppe Saracco, deputato, ministro, senatore, presidente del Senato e del Consiglio nei giorni tragici dell’assassinio di Umberto I. I Binari non servivano solo a far scorrere i vagoni: erano un messaggio, l’insegnamento della “dirittura”. Ferraris lo sapeva bene sin da giovane, quando si era specializzato in studi di economia e finanza viaggiando, a proprie spese, a Londra e Berlino per capire la centralità dei trasporti ferroviari nello sviluppo del Paese, suo cavallo di battaglia per la rapida ascesa politico-parlamentare che lo vide a soli 37 anni ministro di Poste e telegrafi nel governo presieduto da Francesco Crispi (15 dicembre 1893).
Oltre il declino, l’Italia
Paradossalmente “Nuova Antologia” declinò proprio durante la Grande Guerra, quando più v’era bisogno di una parola alta, capace di guardare oltre i massacri e le rovine per scongiurare il “tramonto dell’Occidente” intuito da Spengler prima ancora che iniziasse. Furono rare le voci dissonanti dagli urli ormai dominanti le piazze e loro tramite la “politica”. Solenne fu quella di Romain Rolland (1866-1944) autore di “Au-dessus de la mélée” (1914) e della” Dichiarazione di indipendenza dello spirito” (1919), sottoscritta da Einstein, Russell, Croce e Gorkij. I costi della carta e della manodopera tarparono le ali della gloriosa rivista, costretta a ridurre i fascicoli, sino alla sospensione.
La ripresa coincise con il ritorno di Ferraris al governo nel Ministero Orlando, sia pure per pochi giorni, quale ministro per approvvigionamenti e consumi alimentari. Nella “sua” rivista egli propugnò il ruolo che lo Stato doveva assumere alla guida della ricostruzione economica postbellica, attirandosi severe e non sempre condivisibili critiche del liberista Luigi Einaudi. Ministro per la Ricostruzione delle terre liberate con Luigi Facta (1922) si batté strenuamente per il pareggio del bilancio e la difesa della moneta, punto di convergenza tra Giolitti e il ministro Alberto De Stefani.
A settant’anni lo Statista acquese decise che un ciclo ormai era chiuso e cedette “Nuova Antologia” al presidente del Senato, Tommaso Tittoni, che gli riservò a vita una stanzetta nella redazione. Lì Ferraris continuò a ricevere gli amici “con lo scaldino di terracotta tra le mani, vestito di velluto marrone come un cacciatore, il berrettino di lana sulle ventitré”. Era l’immagine vivente del Piemonte che credeva nella Città Eterna, come aveva scritto il vercellese Giovanni Faldella (1846-1928), giornalista, deputato, senatore, in “ Un viaggio a Roma senza vedere il papa” (1880). Era la “Roma borghese”, fedele alla monarchia.
Come la maggior parte dei notabili della sua età (anche a questo riguardo Giolitti fu esemplare), Ferraris non ebbe eredi politici” nella sua terra. Come quella del conterraneo Giuseppe Saracco (Bistagno, Acqui, 1821-1907), la sua memoria rimase consegnata allo sviluppo urbano di Acqui negli anni fulgidi delle Terme frequentate da aristocratici, ministri, letterati celebri, come negli stessi anni era Sanremo. Diretta da Luigi Federzoni tra il 1932 e il 1943, dopo molte traversie nel dopoguerra “Nuova Antologia” alzò la prora e riprese la rotta con Mario Ferrara (1945-1956) e Giovanni Spadolini, che la restituì allo splendore delle origini e la diresse sino alla morte, un quarto di secolo fa.
Sia per meritorio ricordo del “Senatore” per antonomasia, sia di Maggiorino Ferraris, il Premio Acqui Storia 2019 ha tributato una speciale Targa a Cosimo Ceccuti, direttore della Rivista, presidente della Fondazione “Giovanni Spadolini-Nuova Antologia”, storico, da quarant’anni cattedratico, da mezzo secolo autore di saggi innovativi, a cominciare dal “Concilio Ecumenico Vaticano I nella stampa italiana, sull’editore Le Monnier, Ugo Ojetti e su Mussolini nel giudizio dei primi antifascisti.
Romano Ugolini: il Risorgimento “atanòr” della coscienza nazionale
L’Acqui Storia 2019 ha premiato opere di stringente attualità, come, fra altre, “Quando c’era l’Urss. 70 anni di storia culturale sovietica” di Gian Piero Piretto (ed. Raffaello Cortina) e “Prove tecniche di rivoluzione. L’attentato a Togliatti, luglio 1948” di Giuseppe Pardini e ha conferito riconoscimenti speciali a Jared Diamond, Premio Pulitzer con “Armi, acciaio e malattie”, a Stefano Zecchi (già vincitore dell’Acqui Storia nel 2011 con “Quando ci batteva forte il cuore”) e all’inviato speciale del TG1 Amedeo Ricucci, sempre “in diretta” per vedere, documentare e proporre i drammatici eventi dell’età presente e autore di “Cronache dal fronte” (Castelvecchi). Ha infine conferito il Premio alla Carriera a due storici insigni, di orientamento molto differente ma accomunati da identica passione per la concezione civile della propria “missione”. Il primo (in ordine alfabetico) è David Sassoon, docente emerito di storia europea comparata alla Queen Mary University di Londra, noto al pubblico italiano per “Cento anni di socialismo” e il recente “Sintomi morbosi. Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi” (Garzanti) e “Quo vadis, Europa?”, mentre è imminente la traduzione del suo poderoso “The Anxious Triumph”.
Il secondo, Romano Ugolini, torinese di nascita capitolino di vita, assistente universitario dal 1969 e cattedratico dal 1980 a Palermo e a Perugia, in veste di segretario generale e presidente dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano (ISRI) ha moltiplicato e rafforzato i comitati dell’Istituto in Europa e in Paesi remoti, dalle Americhe al Giappone. Nel solco dei suoi Maestri (Alberto Maria Ghisalberti ed Emilia Morelli), da presidente della Commissione per l’edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, nell’organizzazione di congressi di studi e con la promozione di saggi in anni sempre più difficili, Ugolini ha strenuamente difeso la memoria del Risorgimento quale fondamento dell’Italia attuale, europea sin dalla sua genesi (tra illuminismo e liberalismo costituzionale) come attestato dai suoi eroi eponimi: Vittorio Emanuele II, Camillo Cavour, Giuseppe Mazzini, Garibaldi e lo stuolo di patrioti che tra esilio e cospirazioni, in Parlamento e nei governi gettarono le fondamenta della Terza Italia. Con equilibrio di storico al di sopra dei preconcetti, Ugolini ha anche esplorato a fondo i governi degli ultimi papi-re, Gregorio XVI e Pio IX, riconoscendo a ciascuno il suo: come ha recentemente documentato Francesco Margiotta Broglio annettendo Roma l’Italia salvò il “papato” dal fallimento economico al quale era ormai condannato (un secolo e mezzo dopo la “finanza” rimane il tallone d’Achille della Santa Sede).
Villa Ottolenghi: il Giardino più bello d’Europa
Tra i Testimoni del Tempo l’Acqui Storia 2019 ha tributato speciale omaggio a Liliana Segre, nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: una scelta emblematica per la città che tra le sue maggiori attrattive vanta la prestigiosissima Villa edificata dai conti Arturo Ottolenghi e Herta von Wedekin zu Horst che si valsero di architetti di fama mondiale, Marcello Piacentini e Pietro Porcinai, ai quali si deve un gioiello, il cui giardino (36.000 metri quadrati) nel 1911 fu riconosciuto il più bello d’Europa.
L’Italia nata dal Risorgimento fu liberale nel senso più elevato e piano, come ha ricordato il conduttore della premiazione e componente di una delle giurie del Premio, Roberto Giacobbo. L’articolo 24 dello Statuto del regno di Sardegna promulgato da Carlo Alberto di Savoia e poi “passato” all’Italia fu chiarissimo: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono uguali dinanzi alle leggi”, qualunque fosse la loro confessione religiosa, come poi ribadito dalla Costituzione della Repubblica, altrettanto esplicita e, anzi, rafforzativa e persino un po’ ridondante: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Nel rispetto degli ideali che ne ispirarono la genesi e al tempo stesso innovato, come nel passaggio da Carlo Sburlati all’assessore alla cultura Alessandra Terzolo, da tre anni suo responsabile esecutivo, malgrado i suoi 52 anni di vita il Premio Acqui Storia insegna che in Italia la libertà è antica. La cultura è la sua spina dorsale. Costa fatica, ma è ripagata dalla Memoria.
Aldo A. Mola


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