Dai stiamo in casa e riscopriamo la nostra casa. Non viviamolo come un obbligo cattivo ma come una buona opportunità. Il bello di riscoprire la nostra casa. A me, che sono stato un giramondo, è capitato due o tre volte in trent’anni di stare tre o quattro settimane chiuso in casa per riabilitazioni o convalescenze post ernia o post aggressione. Ricordo che scoprivo bellezze e morbidezze della casa in angoli e prospettive che non erano così scontati nella frenetica vita ordinaria.
Vediamoci il bello e il buono. Vediamo il bicchiere mezzo pieno, non mezzo vuoto. Gira in questi giorni un simpatico e istruttivo messaggio colorato nei social della rete che dice: “Ricordiamoci che ai nostri nonni è stato chiesto di andare in guerra. A noi stanno chiedendo di stare sul divano”. C’è di che riflettere. Semplifichiamoci la vita.
Ricordo quei giorni di lentezza e profondità: rileggere un classico senza l’ansia di un orario, guardare un quadro scoprendo particolari negli angoli e nei lati che solo con l’occhio della tranquillità puoi rilevare, pranzare e cenare con i ritmi della festa e non nel vortice degli impegni e delle fughe. E poi ancora: assaporare una musica, impugnare una penna stilografica o anche una penna a sfera e scrivere qualcosa. E poi ancora: mettersi alla finestra e guardare l’orizzonte, appoggiare la guancia su un cuscino e sognare un po’, accarezzare il gattino, giocare con baubau, lavarsi le mani, lavarsi i denti con cura e gusto. E poi ancora: sedersi su una poltrona o anche stare in piedi davanti a un quadro o alle coste dei libri della libreria e pensare. Il bello di pensare senza fretta. Ricordo che avevo preso un quaderno antico delle medie e avevo cominciato una specie di zibaldone: frasi, massime, minime, temperature, parole in libertà, citazioni, ricordi, pensierini.
Molti di noi non hanno capito fino a pochi giorni fa la gravità della situazione e il grigio dell’orizzonte. Le folle più o meno affollate che fino all’inizio della scorsa settimana si trovavano davanti a certi locali facevano, come minimo, irritare. Non si scherza col fuoco, non si scherza col contagio.
Ma come? Da settimane giornali, televisione, radio, rete dicevano state a distanza di almeno un metro, non fate assembramenti, non uscite se non per gravi documentati motivi (ancora prima del decreto c’era questo consiglio raccomandazione) e invece eccoli lì a fare l’aperitivo o a discutere di chissà cosa.
Dai facciamo i bravi, torniamo sul divano. Chi deve andare a lavorare ci vada secondo norma e permessi e poi torni subito nella sua abitazione. Chi deve andare a fare la spesa per beni di prima necessità faccia questa spesa stia a distanza non si faccia prendere dal panico della spesa folle che poi è mezza da buttare , e poi torni a casa al suo divano, al suo salotto, alla sua tavola, al proprio pc.
Un bel film, un libro che volevate leggere da mesi o anni, un video gioco, un gioco da tavolo, vicolo Stretto, Parco della Vittoria, riscoprire i lavoretti di casa e di terrazzo, i vasetti dei profumi per la cucina, una pila di carte che da mesi aspettano un riordino. Quante belle cose possiamo fare nelle giornate e ore di casa. Eravamo abituati ad altro.
Altre abitudini, altri costumi, altre visioni. Ma cos’era davvero questo altro? Era un “altro” davvero “vero” per noi? Stiamo in casa e vediamolo come un regalo nell’emergenza, vediamolo come una occasione di stare con noi stessi invece di stare con uno spritz. Pensiamoci. In casa.
Fabrizio Binacchi

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