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Riscaldamento globale e se si capisse meglio guardando all’inverno?

In questi giorni il dibattito sul riscaldamento globale è tornato d’attualità, spinto da una fine di giugno che, per afa e temperature, somiglia già a un luglio inoltrato. Di fronte a questo caldo precoce l’attenzione dell’opinione pubblica si… infiamma, ma il confronto rischia di fermarsi alla solita contrapposizione: alcuni prendono atto del cambiamento del clima, altri sono spinti a rievocare le estati torride della metà del secolo scorso per ridimensionare l’emergenza attuale.

di Alfonso Piscitelli | 1 Luglio 2026

In questi giorni il dibattito sul riscaldamento globale è tornato d’attualità, spinto da una fine di giugno che, per afa e temperature, somiglia già a un luglio inoltrato.

Di fronte a questo caldo precoce l’attenzione dell’opinione pubblica si… infiamma, ma il confronto rischia di fermarsi alla solita contrapposizione: alcuni prendono atto del cambiamento del clima, altri sono spinti a rievocare le estati torride della metà del secolo scorso per ridimensionare l’emergenza attuale.

Per superare questa dialettica, si potrebbe proporre un esperimento mentale: riflettiamo sul mutamento climatico partendo non dal caldo estivo, ma dalla scomparsa dell’inverno. Ci accorgeremo forse che il cambiamento climatico ha un impatto molto più immediato sulle nostre coscienze se riflettiamo sugli inverni, che non sulle estati (ricordate invariabilmente come bollenti).

Per misurare il fenomeno attraverso l’esperienza quotidiana, è necessario rivolgere lo sguardo ai mesi che garantivano il freddo, anche con nevicate e gelate. Questa evidenza si manifesta specialmente se si osserviamo la realtà di certi piccoli paesi ai piedi dell’Appennino meridionale (come quello in cui vive chi scrive).
Chi ha vissuto l’infanzia negli anni Ottanta in un paese ai piedi dell’Appennino meridionale ricorda la normalità climatica di un tempo in quei territori collinari.

Ogni inverno, la fontana della piazza principale congelava i propri zampilli, formando il ghiaccio che nel linguaggio popolare prendeva il nome di “cannolicchi”. Con cadenza quasi annuale arrivava la neve; certo a quote non troppo alte era solo una nevicata estemporanea che non lasciava lunga traccia sulle strade o nel terreno, ma ogni quattro o cinque anni la neve si posava al suolo anche per più giorni, modificando il paesaggio: rendendolo più gioioso (per i bambini), più impervio per gli automobilisti.

Oggi l’osservazione dello stesso luogo rivela che l’acqua delle fontane rimane fluida anche a fine gennaio, durante i giorni tradizionalmente più freddi dell’anno: i cosiddetti “Giorni della Merla”. Nel contempo, i fenomeni nevosi nelle aree collinari del Mezzogiorno sono diventati una rarità che manca da oltre un decennio. Nel paese appenninico di chi scrive, i fiocchi di neve non si vedono più da dieci anni…
E’ tutto un “piccolo mondo antico” dall’aspetto presepiale che se ne va e non è solo un sentimento nostalgico (diffidare sempre dei sentimenti nostalgici…): questa transizione trova riscontro nei dati scientifici dell’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e del CNR: dagli anni Ottanta a oggi, i giorni di gelo in Italia si sono ridotti in media di oltre due settimane all’anno, mentre la linea dello zero termico ha subito un costante innalzamento.

È quindi infondata la tesi che attribuisce questi mutamenti a cicli naturali o a fluttuazioni dell’attività solare. I rapporti dell’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) documentano che l’irraggiamento solare nell’ultimo cinquantennio è rimasto stabile o in lieve calo. La prova della matrice antropica è scritta nell’atmosfera: le rilevazioni satellitari dimostrano che la troposfera, la fascia più bassa dove si concentrano i gas serra delle attività industriali, si sta scaldando mentre la stratosfera superiore si raffredda.

È l’azione industriale-antropica che trattiene il calore negli strati inferiori. I cicli naturali della Terra impiegano millenni per spostare la temperatura di un grado; l’azione umana ha prodotto lo stesso effetto in un secolo e mezzo di uso dei combustibili fossili.

Nonostante i dati fisici, le piattaforme social spesso rimangono occupate da tesi complottiste e da una narrazione alternativa in stile “Bioblu”. L’aspetto centrale risiede nel paradosso sociologico di chi sostiene queste posizioni.

Convinti di esercitare un pensiero indipendente contro il conformismo del sistema, questi utenti riproducono gli input che gli algoritmi di Facebook e di X diffondono su imbeccata dei gruppi industriali tradizionali. Sono i settori legati al carbone, al petrolio e al gas – i più penalizzati dalle politiche di contenimento delle emissioni – ad alimentare da decenni il negazionismo. Il sedicente libero pensatore della rete diventa così uno strumento di propaganda del capitalismo fossile, che difende i propri profitti a scapito della sicurezza del pianeta. Nel frattempo, la realtà climatica prosegue il suo corso: la neve si contrae e il ghiaccio sulle fontane dell’Appennino resta solo il ricordo di una stagione definitivamente trascorsa.

Il complottista che nega l’origine umana del surriscaldamento in atto pensa di attingere a un pensiero indipendente, “contro il sistema”, mentre in realtà lavora gratis a vantaggio dei gruppi paleoindustriali (gli stessi che hanno sostenuto Trump sotto lo slogan “Drill! Drill! Drill!”: trivella, trivella, trivella!) che temono di veder ridotti i loro profitti.

Alfonso Piscitelli

Riscaldamento globale e se si capisse meglio guardando all’inverno?
Pubblicato in : Dossier

Info Alfonso Piscitelli

Alfonso Piscitelli è un editorialista di “Avantionline.it”

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