La prima volta che ho percorso la strada che dall’interno del Cilento porta a Salerno, passando per Ogliastro, l’antico borgo che si affaccia sulla Pianura di Paestum, sono rimasto folgorato dalla bellezza del panorama che si perde a vista d’occhio per 50 chilometri, da Agropoli a Salerno. Qualche giorno fa ho ripercorso la stessa strada, dalla quale si dominano i fertili terreni bagnati dal fiume Sele, che i greci scelsero per fondare uno dei più importanti centri dell’antichità: Paestum, la città che ancor oggi custodisce templi dorici in perfetto stato di conservazione, a testimonianza dell’antica civiltà della Magna Grecia. Sono passati 60 anni da quella prima volta; un arco storico limitato se rapportato ai 2500 anni dei templi di Paestum. Purtroppo sono stati anni in cui sono state inferte ferite profonde all’intero territorio della piana di Paestum. Lungo tutta la strada che collegava Agropoli a Salerno, distesi ad intervalli regolari, facevano bella mostra i pini marini. Gli alberi, fra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70, furono abbattuti per allargare la strada; una vera follia. Per sapere di cosa stiamo parlando, gli italiani che decideranno di visitare la valle dei templi, potranno ammirare i pini marini superstiti lungo la strada all’ingresso e all’uscita della città antica. La natura è stata mortificata, deturpata e sciupata, lasciando il posto ad antiestetici capannoni sparsi alla rinfusa; qua e là case costruite in qualche modo, senza uno stile ed una continuità urbanistica. Basta raffrontare questo tipo di realtà con i paesi del Cilento costruiti in pietra faccia vista dai nostri antenati, per rendersi conto di come quest’ultimi 60 anni siano stati devastanti. La natura è stata offesa e non si è fatto nulla per continuare gli scavi archeologici e riportare alla luce l’anfiteatro tagliato in due dalla strada sovrastante. Da 250anni, da quando Carlo di Borbone fece costruire nel 1762 l’attuale statale 18, nessuno dei governi che si sono susseguiti in due secoli e mezzo ha pensato di deviare la strada e riportare alla luce l’anfiteatro. Così come nessuno cerca di fare qualcosa verso gli operatori turistici a livello internazionale, quelli che portano gli stranieri sulla costiera Amalfitana e nelle isole, ma non a Paestum che rimane marginale rispetto ai grandi flussi di visitatori stranieri. In questo si evidenzia un fallimento generazionale delle classi politiche che hanno governato nel Dopoguerra, che non hanno saputo guidare una crescita ordinata, valorizzando il patrimonio archeologico e difendendo la natura circostante. Paradossalmente, la metafora di Carlo Levi che dà il nome al suo libro “Cristo si è fermato ad Eboli”, si presta ad una lettura alla rovescia. I paesi a Sud di Eboli si sono salvati dal saccheggio urbanistico. Non erano adatti per attività commerciali e insediamenti turistici. Per questa ragione si sono salvate località come Castellabate con Santa Maria; Pollica con Acciaroli; Ascea, Pisciotta, Palinuro e Marina di Camerota, tutte località appartenenti alla subregione chiamata Cilento. Forse, per risvegliare il Sud, per riportare alla luce l’anfiteatro di Paestum, bisogna ripartire dal Cilento, che è sempre di più chiamato ad esempio non solo per le sue bellezze naturali preservate nel tempo, ma anche per la capacità della sua gente di rimanere con i piedi per terra, rifuggendo dalle luci della ribalta. Per avviare un programma di risanamento della pianura di Paestum, per riportare alla luce l’anfiteatro bisognerebbe avere degli amministratori locali capaci e combattivi come Angelo Vassallo, il sindaco martire, che ha pagato con la vita l’amore per la nostra terra.



Splendido e sacrosanto articolo. Ma c’è chilo legge?
Perché non indagate su quello che sta succedendo a Ogliastro Marina, uno dei posti più belli,
a proposito di fogne sottomarine che scoppiano e inquinano il golfo, e c’è chi ci guadagna?