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Riflettendo sull’indomani israeliano-palestinese

L’Occidente continua a invocare la pace in Medio Oriente, ma il conflitto israelo-palestinese si mostra sempre più complesso, con radici storiche profonde e un futuro incerto. Vincenzo Olita, Direttore di Società Libera, analizza le dinamiche storiche e attuali di questa crisi, proponendo una riflessione sul ruolo di un possibile Forum internazionale per la libertà e la vita dei due popoli. Un’utopia? Forse, ma rappresenterebbe un’occasione per riunire attori chiave come Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti e personalità religiose di primo piano per avviare un dialogo costruttivo. Questi temi saranno discussi il 26 novembre a Roma, presso la Sala di Confcooperative, in un evento dedicato che mira a immaginare nuove prospettive per la convivenza pacifica

di Vincenzo Olita | 15 Novembre 2024

L’Occidente continua a invocare la pace in Medio Oriente, ma il conflitto israelo-palestinese si mostra sempre più complesso, con radici storiche profonde e un futuro incerto. Vincenzo Olita, Direttore di Società Libera, analizza le dinamiche storiche e attuali di questa crisi, proponendo una riflessione sul ruolo di un possibile Forum internazionale per la libertà e la vita dei due popoli. Un’utopia? Forse, ma rappresenterebbe un’occasione per riunire attori chiave come Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti e personalità religiose di primo piano per avviare un dialogo costruttivo. Questi temi saranno discussi il 26 novembre a Roma, presso la Sala di Confcooperative, in un evento dedicato che mira a immaginare nuove prospettive per la convivenza pacifica

L’Occidente è attraversato da cupi fremiti che invocano, implorano, pretendendola, la Pace in Medio Oriente. Se ciò fosse possibile l’Umanità si sarebbe risparmiata migliaia di conflitti e milioni di vite, ma così non è. 

Soffermarsi su Gaza e Israele è impegno mediatico e quotidianità politica, giungere a ragionamenti di una qualche compiutezza non attiene né all’oggi né al domani ma al tempo dell’indomani, se vogliamo avvicinarci, a ciò che è utile da pensarsi.

Il problema palestinese si avvia verso i centocinquant’anni, datando i primi esodi 1881, quando la Palestina era ancora provincia dell’impero ottomano. Proprio l’impero ottomano e la sua espansione nei Balcani e in Medio Oriente offre una visione della complessità per gli intrecci tra conquiste territoriali e contrapposizioni etniche religiose.

Visione che sta ad indicare il diverso livello di contrapposizione e capacità di perdono delle genti, nei conflitti tra combattenti e quelli che interessano pesantemente anche i civili. Stermini di congiunti, estesi coinvolgimenti di famiglie non si tralasciano né si perdonano con tregue, armistizi, e a volte, neppure con la pace.

Caduto l’Impero Romano d’Oriente e presa Costantinopoli si avvia l’espansione ottomana nei Balcani che, per la convivenza, dopo cinquecento anni e l’ultimo conflitto tra Serbia e Kosovo, ancora oggi necessita di truppe internazionali d’interposizione.

Ecco un precedente storico, naturalmente con proprie specificità e condizioni, di un conflitto territoriale che si intreccia e avviluppa con determinazioni religiose. Cinquecento anni per i Balcani, ancora con i suoi strascichi, centoquaranta, tra turbolenze, rivolte e guerre, per la terra di Canaan. 

A fronte dei due milioni residenti in Israele, circa sei milioni sono i palestinesi rifugiati in vari Paesi, prevedibilmente terreni di coltura per coriacei oppositori di domani.

È un’illusione politica/militare credere che eliminare i terroristi di Hamas significhi la fine della convinzione e dell’anima terrorista. I discendenti dei morti odierni saranno gli oppositori di domani.

Allora, cosa è da pensarsi? Occuparsi di ragioni e torti del passato, sarebbe fuori tempo. E’ del tutto evidente che le maggiori responsabilità sono da addebitare ai vincitori delle due guerre mondiali che in un mix di malafede, incompetenza e pressappochismo, per decenni, hanno creduto in un facile e semplice innesto di una popolazione in un territorio già popolato.

È superfluo girarci intorno, in questo tempo non si avvertono vie d’uscita, solo pericolosi, sdrucciolevoli cammini capaci di perpetuare la grigia esistenza di questi popoli.

Il nostro sillogismo ci induce ad una immaginazione sul post domani.

Se si attenuassero i contrasti tra i Paesi guida o coinvolti, si potrebbero individuare cammini di sensato intelligente dialogo.

Arabia Saudita, Autorità Nazionale Palestinese, Cina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Giordania, Hamas, India, Iran, Israele, Lega Araba, Libano, Oman, Palestina, Qatar, Russia, Siria, Turchia, USA, Gran Rabbinato d’Israele, Gran Mufti d’Egitto e Imam Sciiti potrebbero unirsi in un Forum per la libertà e la vita dei due popoli.

Utopia? Sicuramente un passo avanti alla pochezza di tanta politica internazionale. È preferibile il potere dell’immaginazione, se diretto a comprendere complessità storiche e contemporanee. In tutti i casi, ancora preferibile un libero ragionamento all’inutilità delle grida di questi tempi.

Vincenzo Olita
Direttore Società Libera

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, cina, convivenza, crisi, discendenti, futuro, gran bretagna, india, iran, kosovo, lega, roma, siria, stati uniti, usa, utopia

Info Vincenzo Olita

Laureato in sociologia, si è occupato di sociologia del lavoro e di gestione delle risorse umane in aziende di grandi dimensioni. Dirigente del Partito Repubblicano, è stato Consigliere regionale in Lombardia. Negli anni ‘90 ha fondato il mensile Nuove Direzioni e dato vita alla casa editrice di matrice liberale Società Aperta. Interessato alla sociologia politica, nel 1997 è tra i fondatori dell’Associazione culturale Società Libera, di cui diventa presidente nel 2016, un esempio di istituzione privata che si occupa di cultura politica senza essere parte politica. Dal 1998 ad oggi è Direttore di Società Libera

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Avv. Fabio Loscerbo

    20 Novembre 2024 alle 18:12

    L’articolo offre un’analisi puntuale e critica sulla difficile situazione israelo-palestinese e sulle sue implicazioni politiche. Tuttavia, sarebbe interessante riflettere su come il conflitto, oltre ad avere conseguenze dirette in termini di diritti umani, influisca anche sul fenomeno delle migrazioni. La guerra e la continua instabilità in Medio Oriente hanno da decenni causato spostamenti massicci di persone, con milioni di palestinesi che si trovano a vivere in campi profughi e in paesi limitrofi, esposti a violenze, condizioni precarie e senza una prospettiva di ritorno.

    Le migrazioni provocate da conflitti come quello israelo-palestinese sono un riflesso delle dinamiche geopolitiche globali che, troppo spesso, non riescono a trovare soluzioni durature. In questo contesto, è essenziale porre attenzione alle politiche migratorie europee, che spesso non riescono a rispondere adeguatamente a queste crisi, considerando l’impatto sociale, culturale ed economico dei rifugiati e dei migranti.

    Il conflitto non solo crea flussi migratori, ma alimenta anche divisioni politiche tra i paesi di accoglienza, che devono affrontare la difficoltà di bilanciare le necessità umanitarie con quelle politiche interne. Pertanto, è fondamentale che la comunità internazionale non solo lavori per una soluzione politica duratura nel conflitto, ma sviluppi anche politiche di accoglienza che considerino le implicazioni umane delle migrazioni forzate.
    Avv. Fabio Loscerbo

    Rispondi
  2. Andrea De Regis

    20 Novembre 2024 alle 17:34

    Sono interessato alle problematiche trattate. Mi sono iscritto alla newsletter. Grazie.

    Rispondi

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