
Finalmente appaiono degli articoli – mercoledì 21 maggio due, di Rampini e di Taino – che parlano apertamente del pesante clima restrittivo ormai incombente sulla libera informazione e sul confronto tra opinioni diverse. Soprattutto nei paesi europei.
Rampini sintetizza così “C’è una narrazione che descrive l’America come una democrazia in pericolo…gli impulsi autoritari di Trump. E c’è una narrazione simmetrica: uno sguardo anglo americano sull’Europa la vede preda di tentazioni illiberali, censura, limitazioni alla libertà di espressione e di pensiero. L’establishment ben pensante europeo non si fida più del popolo.L’accusa non riguarda solo la sinistra, ma anche le tecnocrazie moderate e centriste, tutte impegnate a disciplinare le democrazie europee, di fatto commissariandole”.
Rampini fa due esempi. Il primo è quello di Walter Mead, autorevole storico americano, conservatore ma non trumpiano. Afferma che il centro vitale della politica occidentale è sulla difensiva da circa un decennio, nel quale la democrazia ha subito un arretramento ovunque. Molti dei sostenitori della democrazia, soprattutto in Europa, confondono la democrazia intesa come processo — elezioni libere con una stampa libera per determinare chi governa un Paese — con i risultati elettorali.
Quindi mentre intendendo la democrazia quale processo, qualsiasi elezione ragionevolmente libera è una vittoria per la democrazia, anche quando vince un candidato pessimo, riducendo la democrazia a risultati elettorali, le elezioni in cui vincono i candidati “sbagliati” divengono antidemocratiche. Con una serie di conseguenza. Vanno soppressi gli oppositori interni. Vanno indagati i cittadini che si pronunciano contro i trans o gli immigrati. Vanno messi al bando gli antidemocratici, candidati o partiti, in quanto sostengono idee non democratiche (anche se sono idee popolari). Anzi. Più un’idea antidemocratica è popolare, più urge reprimere chi la sostiene. Secondo Mead, giustamente, un approccio simile è un disastro totale per la causa democratica.
Rampini annota che la democrazia concerne l’autogoverno, non il buon governo. È uno strumento attraverso cui la maggioranza può contenere le pretese di un’élite compiaciuta di sé.
Il secondo esempio è il settimanale The Economist (anti-trumpiano dichiarato) che nel suo ultimo numero pubblica un editoriale allarmato sull’attacco che l’establishment europeo, progressista o moderato-centrista, sta conducendo contro le libertà. Inizia con il ricordare che la risposta al Vice Presidente USA Vance che accusa l’UE di non tutelare la libertà di espressione, è dirgli che lui è un ipocrita (si pensi ai comportamenti della Casa Bianca). Ma, prosegue l’Economist, “ il fatto che sia un ipocrita non significa che abbia torto. L’Europa ha davvero un problema di libertà di espressione”.
A questo punto , l’editoriale compie una dettagliata carrellata sui maggiori paesi UE , più o meno trasgressori. Durante la carrellata, espone alcuni rilievi. Gli interventi per combattere il linguaggio d’odio puntano a promuovere l’armonia ma alimentano le divisioni. Perché I populisti prosperano sull’idea che la gente non possa dire ciò che pensa davvero, dato che i media mostrano parzialità politica. Le leggi sulla sicurezza online impongono multe salate ai social per contenuti illegali e così li spingono a rimuovere pure contenuti controversi, di fatto censurando. La formulazione generica delle leggi da ampi poteri ai burocrati e perciò sono un invito all’abuso. Per il motivo che i poteri relativi all’esprimere opinioni, sono più facili da usare, siccome su instagram le prove sono a portata di clic. Quando poi la legge proibisce di offendere, crea anche l’incentivo per le persone a dichiararsi offese. Mentre, voler eliminare le parole offensive (non solo punirle) innesca una spirale del tabù, in cui sempre più argomenti diventano intoccabili soffocando il dibattito pubblico. Insomma chi crede nella libertà di espressione difende anche i discorsi che non piacciono. L‘Economist conclude “gli europei sono liberi di dire ciò che vogliono su Mr. Vance. Ma non dovrebbero ignorare il suo avvertimento. Quando gli Stati hanno troppi poteri sulla facoltà di espressione, prima o poi li useranno”.
Anche l’articolo di Taino cita la copertina dell’Economist con una cerniera che chiude una bocca, dal titolo, “Il Problema della libertà di espressione dell’Europa”. E riprende anche il dato secondo cui nel 1990 l’80% dei tedeschi diceva di sentirsi libero di esprimere le proprie opinioni, ora la percentuale si è più che dimezzata. Richiama pure il caso francese, in cui un pensionato, che in uno striscione ha invitato Macron ad “andare fuori dalle palle”, ha potuto evitare l’incriminazione solo attraverso un corso di rieducazione civica. E poi nel Regno Unito, ove la polizia preferisce pattugliare il web che le strade. La critica dura ai potenti è più rischiosa.
Rispetto all’Economist, Taino rileva poi come in molti Paesi europei, esista pure una censura più sottile. Su alcuni argomenti, è difficile essere franchi fino in fondo se si va contro le opinioni degli establishment. Viene osteggiata una conversazione sul come fare la lotta al cambiamento climatico o sulla retorica europeista. Il che significa, scrive Taino, che “discutendo solo tra chi è d’accordo non si correggono mai gli errori. Serve più luce sull’Atlantico”.
Questi due articoli di Rampini e di Taino costituiscono un’apertura importante su una questione chiave, in Europa e ancor più in Italia. Piaccia o no, l’esperienza negli anni (lo fa da secoli) mostra che il motore per migliorare il convivere è conoscere sempre più l’ambiente in cui si vive e far crescere diversificandola la produzione di risorse. E che il conoscere e la crescita maturano sotto la spinta delle idee e delle iniziative degli individui conviventi, cioè della loro libertà nell’esprimersi. Idee e iniziative sono per natura in reciproco conflitto (in modi via via più pacifici al crescere dalla conoscenza) e vengono sperimentati valutandone i risultati indotti nel concreto.
Una simile realtà dell’esperienza trova sempre meno spazio nelle culture prevalenti che governano al giorno d’oggi. Le continue sfide nei rapporti di convivenza non vengono affrontate in uno spirito aperto al cambiamento per conoscere di più e per accrescere la produzione vitale. Al contrario, è adottato uno spirito conservativo intento ad applicare ciò che dice la tradizione, commisto a quelli che sono al momento gli interessi dei potenti. Conformismo puro, ideologico o religioso.
Nella sostanza, le culture prevalenti oggi in Occidente, in specie in Italia, sono dominate da elites autoreferenziali convinte di sapere quale è il bene comune nonché lontane dall’ascoltare i cittadini e tanto meno dall’affidarsi alle loro decisioni. In pratica si comportano all’opposto a quanto richiede la massima caratteristica dell’Occidente. Che è mettere avanti tutto la libertà di scambio tra i singoli cittadini del mondo – rifuggendo invece quella libertà imperiale che della libertà di scambio è una degenerazione molto dannosa (si pensi al decennio di abbai della Nato alla Russia, che hanno finito per provocare la reazione dell’autocrazia con l’invasione Ucraina) – e insieme il non scandalizzarsi, evocando il populismo, il trumpismoo il governo Meloni, per idee e comportamenti diversi dal solito, che sono mossi dal volere nuove modalità di governo e intendono sostituire i gruppi dirigenti preesistenti e i loro apparati burocratici. Questo è il sale della democrazia, il conflitto secondo le regole. Oltretutto, il senso profondo dell’Occidente non è certo ricercare leader migliori. E’ appunto riscoprire il confrontarsi sulle idee e le proposte con l’obiettivo del conoscere e del produrre (anche se poi è meglio che i capi siano bravi e le elites non chiuse in sé). In ogni caso affidandosi alle scelte dei cittadini individui.
Raffaello Morelli

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