
Ormai non passano mesi senza che si ritorni sulla vicenda umana e politica di Bettino Craxi (1934-2000). Nel corso del 2024 in occasione del novantesimo della nascita, molti autori si sono impegnati a descriverne opere e problematicità. Da Fabio Martini, editorialista de “La Stampa”, con ‘ Controvento. La vera storia di Bettino Craxi’ (Rubettino); allo storico Andrea Spiri, con ‘Bettino Craxi. Lettere di fine repubblica’ (Baldini+Castoldi); da Massimo Franco, editorialista del “Corriere della Sera”, con ‘Il fantasma di Bettino Craxi. Perché l’ombra di Craxi incombe ancora sull’Italia’ (Solferino); al libro dal titolo più schietto ‘Craxi, l’ultimo vero politico’, scritto da Aldo Cazzullo per Rizzoli.
Già dai titoli dei libri si può capire l’interesse e l’attualità delle ricerche su Craxi. Ma il testo più sorprendente è ora quello di Carmine Fotia, «notista al quotidiano comunista “il manifesto” negli anni del potere craxiano». Il titolo predice il contenuto: ‘Scusaci Bettino’. E in una domenica di questo inizio primavera, con un titolo inequivocabile «Quello che la sinistra può ancora imparare dalla lezione di Craxi», lo presenta addirittura “la Repubblica”, storico giornale avversario della politica craxiana. È il giornalista Concetto Vecchio che scrive questo articolo che tutta la sinistra dovrebbe incorniciare. Sì, ci vorrebbe – asserisce Vecchio – «una discussione serena sulle idee di Bettino Craxi… un proposito meritorio nel deserto di pensiero nel quale siamo immersi». Un deserto che non è venuto avanti per caso. È stato un altro competente commentatore progressista come Piero Sansonetti a scrivere pochi giorni fa su “L’Unità”: «Siamo un Paese che ha visto una eccellente classe politica, quella della Prima repubblica, azzerata da un’inchiesta giudiziaria». Ma torniamo al libro di Fotia: Perché chiedere scusa a Craxi? «Per non esserci ribellati al clima di odio contro di lui negli anni di Tangentopoli. Mani pulite – continua Fotia – si trasformò in una infernale macchina di distruzione della politica e dei partiti e quindi della democrazia repubblicana».
Quale insegnamento può dare Craxi, secondo l’articolo di “Repubblica”? La risposta è come una sentenza: «ad essere davvero uomini di sinistra». Spiega Walter Veltroni: «La sua politica estera fu grande. Ci fu l’episodio di Sigonella ma anche la scelta di tenere l’Italia nella sfera occidentale, senza intaccare autonomia e dignità del Paese». Ecco, l’articolo di “Repubblica” diventa uno stupefacente esempio di revisionismo mediatico, esercitato con l’esaltazione della scrittura di Fotia: «Craxi fu un uomo coraggioso, capace di sfidare la dittatura di Pinochet per rendere omaggio alla tomba di Salvador Allende. Fu uno statista capace di tener testa all’aggressività sovietica e alla prepotenza americana e un leader politico moderno cui toccò di guidare un Paese ancora tramortito dal terrorismo, impaurito e fermo. Un innovatore della tradizione socialista, riscattandola dalla subalternità ai comunisti e per questo da essi contrastato con odio».
Ora ci sorge un dubbio: quel mondo giornalistico che ai tempi di Mani pulite, come ricordava il menzionato Sansonetti, si dava appuntamento sul far della sera per concordare la linea e i titoli dei propri giornali – parliamo proprio di “Repubblica”, “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “L’Unità” – ci sta prendendo in giro?
Per trent’anni ci hanno costruito sopra una narrazione che ha portato a quel deserto politico evocato più sopra, distruggendo le vite e il percorso di una classe politica largamente migliore di quelle successive, promuovendo carriere e salotti da cui irridere gli avversari annichiliti dalle procure giudiziarie. Ci ho riflettuto sopra un poco: no, mi son detto, l’ampiezza della revisione – a partire dai libri menzionati all’inizio, per finire all’articolo di “Repubblica” – è di tale portata per cui si può dire che siamo di fronte ad un pentimento ammirevole. Tardivo e colpevole senza dubbio, ma ammirevole.
Nicola Zoller
(collaboratore della storica rivista socialista “Mondoperaio”)

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