
La traiettoria politica di Renzi sembra spostarsi sempre più a destra.
Ognuno va a cena dove vuole e con chi vuole e il fatto che un gruppo di alti dirigenti renziani abbia cenato al Twiga insieme a Santanchè non è di per sé significativo.
Ma se, oltre alla cena, si sommano alcune intese di fondo, sulla giustizia, sulla previdenza integrativa, sul reddito di cittadinanza e sul salario minimo allora vuol dire che si è oltre le mere coincidenze.
Soprattutto se accade come in Molise, dove Italia Viva ha sostenuto la destra.
Su questa scia, proprio ieri a Firenze, un esponente di Fratelli d’Italia, Marcheschi, ha fatto legittimamente a Renzi un’apertura per le prossime elezioni comunali esortandolo a decidersi di stare con loro. Finora non si è letto nessun rifiuto da parte di Italia Viva; segno che si intende mantenere aperta quella porta.
Renzi che, in certi momenti, non ha risparmiato critiche a questo governo, sembra puntare ad occupare un centro politico pronto, se ci sarà bisogno, a trovare intese con il governo Meloni.
Questo posizionamento mette Italia Viva in stretto contatto con Forza Italia e può, in prospettiva, preparare il terreno ad un incontro delle due forze.
Non a caso, Renzi ha dichiarato, dopo le elezioni in Spagna, che il centro sarà il cuore della politica italiana.
Renzi, diversamente dal suo mentore Andreotti, pensa a un centro che guarda a destra e di cui aspira ad essere leader.
Trattandosi di Italia Viva che ha appena il 2,5% dei consensi, la cosa non meriterebbe commenti se a guidare l’operazione non fosse colui che è stato, per un certo tempo, segretario del maggiore partito della sinistra in italia.
Come sia potuto accadere che Renzi sia riuscito in questa operazione di conquista della direzione politica di un partito, in grande parte erede della storia del PCI, proprio a partire dal cuore rosso di Firenze e della Toscana, è un tema che non è stato ancora sufficientemente analizzato.
Io penso che si dovrebbe ragionare su quanto l’abbandono di una visione critica del capitalismo abbia lasciato spazio, anche a sinistra, alla egemonia culturale berlusconiana.
Inoltre, il superamento della forma partito, organizzato e presente nei territori e nella società, la selezione della classe dirigente con le primarie aperte a tutti e le correnti di potere hanno completato l’operazione, trasformando la struttura interna del PD in una specie di comitato elettorale a servizio di un notabilato politico.
Schlein ha prodotto una svolta nel PD che merita di essere sostenuta con convinzione.
Ma proprio per dare a questo cambiamento spessore politico e solidità, a mio avviso, è necessario discutere sia un nuovo manifesto di valori sia i temi dell’organizzazione e della democrazia nel partito.
Enrico Rossi

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