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Renzi nella trappola

di Davide Giacalone | 3 Novembre 2013

Giustizia e bipolarismo

L’invocata semplificazione del linguaggio politico è cosa buona, ma il semplicismo ne è la versione impotente e comiziante. 

Matteo Renzi a Leopolda 13“Riformare la giustizia” è intento nobile e coretto. Ma detta così non significa nulla. Proprio nulla. Nel caso di Silvio Scaglia descrivemmo come orribile quella custodia cautelare nel momento stesso in cui fu eseguita, non dimenticandoci di ricordarlo più volte, nel mentre si protraeva. Matteo Renzi se n’avvede tardi, dopo la sentenza (assolutoria) di primo grado, più affascinato dall’affabulazione indotta dall’omonimia che non disposto a dire cose semplici: chi sbaglia deve pagare; chi priva un cittadino della sua libertà, per un anno, e poi non dimostra le accuse deve pagare; chi ti toglie il pane di bocca, sequestrandoti tutti i beni, salvo poi dimostrarsi che quei soldi erano correttamente guadagnati, deve pagare. E questo non è contro i magistrati, ma contro gli irresponsabili. Il tema non è intonso, proprio perché l’Italia ha la peggiore giustizia del mondo civilizzato. Proposte concrete esistono. A uso e consumo della Leopolda le avevano (ancora una volta) riassunte e puntualizzate. Purtroppo hanno preferito fermarsi al generico: la giustizia va riformata. E’ vero: la pasta scolata, la torta sfornata, la terra arata e così via. Come, quando, da chi?

Capisco i problemi di Renzi: partito con una forte (e sana) azione di rottura, rispetto al passato della sinistra italiana, propostosi come (efficace) aggregatore di consensi, anche al di fuori del tradizionale seminato, battuto alle primarie per la partita più importante, vale a dire la guida del governo, è ora impegnato nella gara per la guida del partito. Fra tutte le cose per cui il suo talento sembra essere portato, forse la meno adatta. Comunque: in bocca al lupo. Fatto è, però, che l’allungarsi dei tempi, questa maledizione italica del discutere negli anni quel che si dovrebbe decidere nelle settimane, finisce con il diluire gli entusiasmi e annacquare i contenuti. Nonché indurre equivoci. Ad esempio: va bene affermare che si deve farla finita con le larghe intese, ma poi si deve dire come agguantare giuste riforme altrimenti sguscianti.

Renzi non è entrato nel dettaglio della giustizia non perché distratto o ignorante, ma perché sa benissimo che già è tanto dire che va riformata. Se si azzarda a sostenere quel che è necessario fare (lo sanno tutti benissimo) gli si rivolta contro il popolo della sinistra ideologica e antropologica. Posto che così stanno le cose, come pensa di provvedere, una volta eventualmente giunto al governo? Vale la stessa cosa per la scuola, la sanità, le riforme costituzionali e così via discorrendo. Se si vota con sistemi di stampo proporzionale ne discende che si continua a governare con le intese, larghe o smilze che siano. Se si vota con sistemi di stampo maggioritario si formano alleanze, per vincere, nelle quali i riformisti si trovano poi in minoranza. Caspita: è la storia degli scorsi diciannove anni, qualche cosa si deve pur imparare!

Quindi: va bene essere difensori del bipolarismo, ma diventa una posizione sciocca se non preceduta da riforme costituzionali che assegnino al vincitore il potere di decidere e realizzare. Ma quelle riforme le fai solo e soltanto con le larghe intese, perché altrimenti caschi nel loop di voti anticipati successivi, ciascuno dei quali non assegna vittorie reali e ha come rimedio le larghe intese. Sono già due legislature, che andiamo avanti così. Sicché, a questo punto giunti, la domanda è: credete voi che le larghe intese odierne portino con sé la possibilità di quelle riforme? Se la risposta è positiva, possiamo anche tenerci Letta che sostiene la stabilità dia da mangiare e Saccomanni che vede la luce. Se la risposta è negativa, allora, meglio non perdere tempo. Renzi è nella trappola: gli tocca dire che il governo deve durare, pur non credendo minimamente che le riforme si possano fare.

Ci fosse solo lui, nella trappola, gli diremmo che chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Ma ci siamo tutti. Siamo fermi. E mentre sostiamo ad ammirare quanto siam bravi nel detestarci a vicenda l’Italia che corre prende legnate nelle ginocchia e l’Italia che galleggia imbarca acqua. L’invocata semplificazione del linguaggio politico è cosa buona, ma il semplicismo ne è la versione impotente e comiziante. Continuo a credere che, in questo mondo politico, Renzi sia uno dei migliori. Purtroppo ciò dimostra che questo genere di politica è fuori dal mondo.

Davide Giacalone (terzarepubblica.it)

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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