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Renzi fa bene a rifiutare l’abbraccio pentastellato ma ha torto quando pensa che se ora il referendum si rifacesse lo vincerebbe

Prima lo si è accusato di non voler mollare la presa, poi altrettanto giustamente di essere sparito. Ora come si fa ad azzannarlo perché ha detto la sua? Solo perché ha scelto un salotto televisivo?

di Enrico Cisnetto | 6 Maggio 2018

Stavolta non riusciamo proprio a dare torto a Matteo Renzi. Anche se ci resta difficile dargli ragione. Da quando ha deciso, probabilmente seguendo la sua vera indole, di fare il riformista dai tratti populisti nella (sciagurata) convinzione di poter battere i populisti sul loro stesso terreno e usando le loro stesse armi, non abbiamo mai mancato di esprimere con franchezza la nostra disapprovazione e il nostro disappunto. Ma proprio per questo oggi ci sentiamo nella condizione di condividere, almeno in parte, la posizione che ha assunto e soprattutto di non condividere affatto quella di chi in questa circostanza lo avversa. Intanto c’è un preliminare tema di metodo. Perché mai Renzi dovrebbe stare zitto, e in particolare in base a quale principio avrebbe commesso uno sgarbo nei confronti dei suoi compagni del Pd andando in tv da Fabio Fazio prima della direzione del partito, francamente non siamo riusciti a comprenderlo. Prima lo si è accusato di non voler mollare la presa, poi altrettanto giustamente di essere sparito, tanto che Ernesto Galli Della Loggia lo ha perentoriamente invitato a “uscire dalla tenda”. Ora come si fa ad azzannarlo perché ha detto la sua? Solo perché ha scelto un salotto televisivo? Si è detto: ma così ha condizionato l’esito della direzione. Se basta così poco perché un Martina sia passato nel giro di poche ore dal dirsi scandalizzato dal fatto che Renzi avesse parlato ad accodarsi alla sua linea – ottenendo così un prolungamento del suo mandato di “reggente” – il problema non è (solo) l’ex segretario quanto chi lo contesta (o vorrebbe farlo) e poi all’unanimità, naturalmente in nome della sacra unità del partito, vota le risoluzioni scritte sotto sua dettatura.

Ma veniamo al merito. Renzi dice due cose. La prima: mai con i 5stelle, noi stiamo all’opposizione. È la sua linea fin dalla tarda notte del 4 marzo. Chi crede che ci sia solo acrimonia e che lo faccia per ripicca, sbaglia. La sua idea è tanto evidente quanto banale: è convinto che sia opportuno che i pentastellati vadano al governo perché non saprebbero reggere la prova e dunque sono destinati a perdere voti. Anche perché probabilmente pensa che i cittadini si siano spaventati delle (non) scelte fatte in due mesi, e dell’immobilismo che ne è conseguito, e siano pronti a fare marcia indietro. Questa valutazione ha un qualche fondamento, ma lascia senza risposta la domanda sul perché il Pd e le altre forze più tradizionali e moderate abbiano preso una clamorosa batosta elettorale, perché il limite vero di Renzi – questo sì censurabile – è l’incapacità, ma verrebbe voglia di dire il disinteresse intellettuale, di capire le ragioni profonde del fallimento delle sue politiche. Analisi che se sia lui sia gli altri esponenti del Pd facessero, li indurrebbe a capire che non ci si può dichiarare riformisti e poi cercare il consenso assecondando di fatto le tesi populiste di quelle forze che vogliono cancellarli dalla faccia della terra. È vero cheil populismo se anche riuscisse ad andare al governo non potrebbe governare perché crea problemi all’economia e alla collocazione internazionale dell’Italia, ma è altrettanto vero che questo non basta ad accreditare i (peraltro presunti) non populisti. Dunque, tra un finto statista che fa l’imbonitore e un capo-popolo che manda tutto e tutti a quel paese, la gente finisce inevitabilmente per scegliere il secondo. E l’unico modo per invertire la tendenza è quello di esprimere linee programmatiche e scelte politiche da vero statista. Altro non è dato.

Ecco perché ci sentiamo nella condizione di non dar torto a Renzi quando rifiuta di accodarsi alle lusinghe di Di Maio – peraltro tardive, visto che prima gli ha preferito Salvini – e nello stesso tempo di non dargli ragione quando si limita ad autocollocarsi all’opposizione di una maggioranza che ancora non c’è. Non per la moralista ragione di chi gli assegna il dovere di dare un governo purchessia al Paese, ma perché sarebbe tosto ora che spieghi qual è la sua strategia, che dica con chiarezza quale futuro immagina per sé e per il suo partito, che resti il Pd o che eventualmente sia uno nuovo che abbia intenzione di creare.

Ma qui veniamo alla seconda cosa che Renzi ha detto da Fazio: c’è bisogno non solo di una diversa legge elettorale, ma anche di un nuovo assetto istituzionale. Alcuni ci hanno letto una qualche disponibilità, seppur condizionata, ad un governo del presidente. Altri esattamente il contrario: il suo no non sarà preventivo, ma l’effetto dell’eccesso di condizioni scientemente poste. Non sappiamo quale delle due tesi sia quella giusta: speriamo la prima, temiamo la seconda. Ma importa relativamente poco. Ciò che conta è aver rimesso al centro del ring la questione istituzionale. Noi di TerzaRepubblica, modestamente, lo abbiamo fatto prima di lui, quando la settimana scorsa abbiamo (ri)lanciato l’idea dell’Assemblea Costituente. Con una differenza fondamentale: noi proponiamo che il governo, necessariamente di breve durata, che speriamo il Capo dello Stato sia in grado di far finalmente prendere forma, abbia tra i suoi compiti fondamentali quello di far approvare dal parlamento la legge che convoca l’Assemblea che deve riscrivere le regole del gioco, in modo che quando si tornerà alle urne lo si farà sia per elezioni politiche sia per eleggere l’Assemblea Costituente. Lo dicemmo nel momento in cui esprimemmo il nostro convintissimo No alla riforma costituzionale voluta da Renzi, e lo ribadiamo oggi: le regole del gioco vanno rivisitate, l’architettura istituzionale del Paese, specie quella pletorica del decentramento, va risolutamente ridisegnata. Certo non come fece l’allora presidente del consiglio e segretario del Pd, sia per ragioni di merito (le sue riforme erano nello stesso tempo sbagliate e poco coraggiose) che di metodo (ormai dopo tanti fallimenti, è evidente che non può essere il Parlamento la sede per una serena e ragionata revisione della Carta).

Renzi, invece, continua a pensarla allo stesso modo, e ripropone il bicameralismo come il nodo da sciogliere. Anche qui, perché da parte sua mai è stata fatta una seria analisi delle ragioni dell’esito del referendum da lui voluto. Quasi che voglia dire all’opinione pubblica “avete visto che avevo ragione io?”, nella convinzione che una parte significativa di essa si sia amaramente “pentita” di come sono andate le cose quel 4 dicembre e che se oggi quella consultazione si rifacesse la vincerebbe a mani basse. Può darsi, quindi, che da parte di Renzi l’aver tirato fuori la questione istituzionale sia solo una furbata. Tuttavia, siccome il tema c’è tutto, perché non prenderlo sul serio e incalzarlo con una proposta seria? Anche perché, a furia di demonizzarlo i suoi oppositori, dentro e fuori dal Pd, espliciti o nascosti, finiranno col riuscire in una mission impossible: resuscitarlo.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: capo dello stato, consultazione, elezioni, elezioni politiche, fallimento, galli della loggia, governo, legge elettorale, matteo renzi, merito, parlamento, pd, presidente del consiglio, referendum, renzi, riforme, valutazione

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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