Adesso c’è Renzi a palazzo Chigi. Punto. Poco importa se è veramente ciò che voleva o se, piuttosto, mirava alla crisi e ad andare a votare subito.

Lasciamoci tutto alle spalle. E ragioniamo su cosa significa per l’Italia il “governo Renzi” che fra poche ore nascerà. Noi, fatta la somma algebrica dei pro e dei contro, riteniamo che sia una chance. Che porta con sè, però, un grande problema: è l’ultima carta. Sì, sarà pure un jolly quello che ci stiamo giocando, ma è l’ultima carta che abbiamo in mano. Poi, per carità, la storia non finisce (con buona pace di Francis Fukuyama) ma certo è difficile immaginare cosa potrebbe succedere se, dopo lo scarso risultato di Monti e il fallimento (al di là dell’immaginabile) di Letta, pure Renzi dovesse inciampare. Anche perché gli italiani hanno caricato aspettative gigantesche sull’ormai ex sindaco di Firenze: a fronte di uno stato d’animo collettivo a dir poco sfiduciato, lui ( giovane, dinamico, cinetico, aggressivo, dal linguaggio poco politico pur senza scadere nel populismo d’avanspettacolo grillino ) ha suscitato e sta suscitando enormi attese. Anche chi non ha mai votato a sinistra, né lo farà perché c’è lui. Il desiderio che il tentativo riesca è generalizzato. E sincero. Ma, appunto, con un retrogusto che crea allarme in chi, come noi, non può ancorare l’analisi politica alla sola e generica “speranza”. È la percezione di un clima da “ultima spiaggia”, accentuato dalla tendenza di Renzi ad atteggiarsi come quello che “o la va o la spacca”. Insomma, il mood nel Paese è: speriamo che ce la faccia, perché in caso contrario non sapremo proprio a che santo votarci.
E allora, facciamo i conti fino in fondo con questa equazione, vedendo se e come ce la può fare, e ragionando fin d’ora su come affrontare “ il ciel non voglia) un eventuale “dopo Renzi”. Partiamo dalle premesse positive. Renzi ha dalla sua il Paese ( è vero, è capitato anche a Berlusconi un paio di volte, ma non con questa trasversalità e con l’anti-berlusconismo sempre in funzione) e la prospettiva di legislatura piena che si è voluto dare, tra l’altro cambiando le carte che lui stesso in precedenza aveva messo in tavola, che toglie al tentativo l’asfitticità che l’orizzonte temporale corto dava a Letta. Sono due vantaggi enormi, cui si aggiunge la condizione di un parlamento che, pentastellari a parte, starà comunque con lui, non fosse altro perché ha allungato a deputati e senatori la speranza di vita. Ma è un capitale facilmente deperibile. Per tenerlo vivo, Renzi come capo del governo dovrà fare l’esatto contrario di Letta: mettere di fronte al fatto compiuto, mostrare decisionismo (vero, non a chiacchiere) per evitare la logica della mediazione preventiva sui provvedimenti. I quali dovranno sì rispondere alla logica del “colpo di reni” e non più dei piccoli passi come si era (inspiegabilmente) intestardito a fare Letta, ma senza per questo lasciarsi prendere la mano dal desiderio di stupire a tutti i costi. Insomma, leadership vera, non un suo surrogato mediatico (lì per lì funziona, ma dura poco). Per riuscirci, Renzi dovrà avere due squadre: quella di governo, necessariamente figlia degli equilibri politici e nella quale sconsigliamo inserimenti mediaticamente paganti ma che potrebbero facilmente rivelarsi dei boomerang; e quella sua, fatta di consiglieri politici capaci di elaborare dossier e gestire relazioni.
Si può fare? È difficile, ma si può fare. Anche perché a Renzi una seconda chance non verrebbe data. E perché, in caso di suo fallimento, il Paese piomberebbe in una cupa disperazione da impotenza che rischierebbe di aprire la porta a fenomeni di ribellione al cui confronto i “vaffa” di Grillo e le manifestazioni dei “forconi” risulterebbero delle alzate di sopracciglia. La politica non è e non può essere solo Renzi. Ma ci vuole il tempo per costruire una nuova generazione di uomini e donne capaci di assumersi la responsabilità di guidare l’Italia fuori dal declino. E a Renzi andrà fatto un monumento se solo sarà capace di dare al Paese questo tempo.

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