Di fronte agli effetti non desiderabili di una globalizzazione asimmetrica, diseguale con esiti diffusi di iniquità assieme alle opportunità emergenti dalla formazione di un villaggio globale interdipendente delle idee, delle creatività e delle tecnologie innovative oltre che delle migrazioni, occorre valutare strumenti di azione e intervento, ancorché temporanei e sperimentali come è il caso del reddito di base.
Temporaneità e sperimentalità utile ad accompagnare le trasformazioni di un capitalismo planetario “camaleontico” che non è tuttavia in grado di trovare in forme autonome il proprio (auto)equilibrio. Che era il pensiero dei neo-liberisti e dei monetaristi o dei seguaci della curva di Laffer come fu Ronald Reagan, forse imitato ora da Trump.
In particolare di fronte ai tassi crescenti di povertà relativa (se non di quella assoluta) e di diseguaglianza nella disponibilità di reddito da una parte e alle spinte tecnologiche sostitutive di lavoro in assenza di crescita dall’altra servono misure di post-welfare, ossia capaci di intervenire non solo nei punti di caduta della domanda ma di anticipare e prevenire quelle cadute per un nuovo “Patto Sociale”.
Da qui la necessità innanzitutto di strutturali alleanze pubblico-privato che supporti la cooperazione per competere, nuove interconnessioni dinamiche stato-mercato (per esempio, scuola-lavoro), nuove collaborazioni scienza-natura (sui diritti senza tarpare le ali allo sviluppo scientifico).
Riavviando anche meccanismi di welfare di secondo livello con misure “private” (contrattazione su salario variabile, orari flessibili, incentivi formativi e alla salute per i dipendenti) capaci di coinvolgere e motivare, attrarre talenti, accrescendo congiuntamente creativita e produttivita’ (cognitiva in particolare via traiettorie di digitalizzazione di cluster, filiera e territorio) lungo linee gestionali più partecipative (agli utili ma anche al capitale dove si può per socializzare il rischio esplosivo della economia della conoscenza). Riattivando la catena del valore lavoro-impresa-innovazione-ricerca.
Ma nelle fasce dai 18 ai 28 anni abbiamo bisogno di strumenti aggiuntivi forti, ora! Leve capaci di avviare e/o riavviare al lavoro lungo linee di formazione qualificata e canalizzata in parallelo con apprendistato e alternanza scuola-lavoro.
Il reddito di base può essere utile in questa direzione, non come misura generalizzata, ma attentamente delimitata nelle età dei giovani “bersaglio” cui erogare le risorse, verificando nel tempo l’efficacia nell’avvio al lavoro (anche socialmente utile o di volontariato) e/o lungo percorsi formativi di riqualificazione professionale e imprenditoriale. Peraltro forse capace anche di “sganciare” i giovani italiani dalla eccessiva dipendenza familiare (oltre il 60% dei 18-35, tra gli ultimi nella UE).
Il basic income non è idea nuova nella storia economica moderna, ma ora sembrano emergere condizioni strutturali che lo potrebbero rendere di qualche efficacia (povertà, sfiducia, consumi calanti, neet, discriminazioni di genere, innovazioni radicali come l’Intelligenza artificiale, mercati iper-competitivi, ecc.). Il costo è certo rilevante se pensiamo ad una platea italiana di 2 milioni di giovani (50% dell’Universo) a 650€ mese pari a 1,3 miliardi/€ (dunque solo per giovani “bisognosi” impegnati a cercare lavoro e/o fare impresa e/o a studiare), ma non impossibili da reperire, guardando ai vantaggi potenziali anche da minori sussidi.
Un costo che vale la pena sperimentare e valutare in cicli biennali per efficacia ed esiti, in termini formativi, di lavoro e d’impresa. Un volano per l’economia e la società che negli ultimi 25 anni hanno visto incepparsi i meccanismi di ascensione sociale che invece necessitano di essere ri-modellati robustamente, evitando di allargare il baratro tra chi può e chi non può, tra chi ha voce e chi non ne ha, tra chi accede agli studi e chi no.
Nei paesi industrializzati se diminuiscono le tasse come negli ultimi 35 anni (mediamente dal 61 al 35%), cresce il gap demografico (invecchiamento e denatalità), decrescono le nuove imprese e aumentano vecchie e nuove povertà si richiedono interventi strutturali che riavviino nuove motivazioni, competenze, innovazione e domanda in forme congiunte risospingendo forze di ascensione sociale riducendo le diseguaglianze, soprattutto nell’accesso alle risorse, materiali e immateriali. Ma se ci sono altre idee costruttive e realistiche ben vengano e la politica farà bene a confrontarsi senza pregiudizi !
Luciano Pilotti (http://www.mu-me.it)

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