
Sergio Ramelli era tutt’altro che un “picchiatore fascista” o, comunque, un pericoloso estremista.
Era un ragazzo di 18 anni.
Non omologato al mainstream sinistrorso che, allora, vigeva in tutte le scuole superiori.
E la cui unica colpa era quella di aver scritto un tema sulla primissima azione omicidiaria delle BR in cui vennero uccisi due militanti in una sede del MSI.
Unica e sola colpa per cui, prima, fu ripetutamente molestato in quello stesso istituto. Poi costretto a lasciarlo (tra due ali di studenti che lo sputazzavano unitamente al padre che lo accompagnava).
Infine ammazzato a colpi di chiave inglese (non era la famigerata Hazet 36 ma, comunque, una Comet di vanadio pensate un paio di chili) in una delle tipiche azioni squadristiche di Avanguardia Operaia in quegli anni.

Venti contro uno sotto casa. Peggio della peggiore delle squadracce negli anni 20.
Davanti alla memoria, ormai cinquantennale, di un fatto così vile, tragico, doloroso e inumano si dovrebbe solo portare rispetto.
E invece questi deficienti, in una sorta di riflesso pavloviano del tutto insensato ai giorni nostri, non sanno fare di meglio che inscenare questo triste teatrino del “fuori i fascisti”.
Sono talmente cretini e ignoranti che non riescono nemmeno a farmi schifo.
Ma solo pena.

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