L’espressione oscena, l’espressione volgare, l’espressione colorita appartengono al linguaggio non meno delle parole che comunicano cortesia, eleganza, gentilezza, rispetto. Ciascun parlante, infatti, dispone di una molteplicità di registri linguistici, che varia e impiega in base principalmente ai contenuti del discorso affrontato, all’interlocutore che ha davanti, al contesto situazionale. Il fascino di un romanzo come il “Satyricon” di Petronio risiede, tra le altre cose, proprio nel sapientissimo mescolarsi di codici linguistici differenti: il sermo familiaris, il sermo doctus, il sermo plebeius (ricco di volgarismi, solecismi, grecismi, sgrammaticature). E ciascuno di questi si adatta alla perfezione e realisticamente a quelli che sono gli stati d’animo, l’educazione, l’indole dei personaggi, come testimonia il celebre episodio della Cena Trimalchionis.
Ma quali possono essere le ragioni di questo fenomeno, di cui, a livello letterario, già Pier Vittorio Tondelli, Niccolò Ammanniti, Aldo Nove, Enrico Brizzi, avevano dato conto, cogliendone l’incidenza? Ritengo che, al di là del desiderio per alcuni di atteggiarsi a grandi e di imporsi al cospetto dei propri coetanei (questo, infatti, vale per i dodicenni, per i tredicenni), le spiegazioni siano fondamentalmente due, strettamente intrecciate tra di loro. La prima rimanda all’impoverimento linguistico dei nostri ragazzi, di cui già parlava qualche anno addietro Umberto Galimberti, nel corso di una lunga intervista rilasciata a Marco Alloni: “A quell’epoca (nel 1976) uno studente ginnasiale conosceva millecinquecento parole, mentre vent’anni dopo, nel 1996, ne conosceva appena seicentoquaranta. Oggi, secondo me, ne conoscono ancora di meno”. Una riduzione del linguaggio, questa, che comporta come conseguenza immediata che i termini acquistino un senso figurato, non vengano usati i sinonimi (che non si conoscono), si faccia un largo impiego delle ripetizioni. La seconda ragione, invece, riposa nella cultura eminentemente visiva dei nostri ragazzi, la quale non solo determina una drastica riduzione della capacità di astrazione – non ho bisogno di immaginare ciò che mi trovo raffigurato nella sua concretezza –, ma anche abitua l’orecchio all’espressione bassa e triviale. La navigazione in quella no man’s land che è la Rete, l’ultimo video su Youtube di un rapper di successo, una conversazione rubata ai protagonisti di un reality show, una serie televisiva o un film d’azione d’oltreoceano: è così che molti degli adolescenti acquistano informazioni e si creano un loro vocabolario. E se poi consideriamo che leggono pochissimo – magari proprio quegli autori che sia a livello di ritmo narrativo che di linguaggio impiegato si pongono in stretta continuità con la cultura audio-visiva – non deve stupire se poi il membro maschile viene impiegato per esprimere noia, fastidio, sorpresa, curiosità, soddisfazione, paura, anche quando si potrebbe dire tranquillamente “Che cosa vuoi?” o “Mi hai stancato” o “Ma cosa dici?” o “Sì, ci sono riuscito!”; soprattutto, se la conversazione si svolge pacatamente, mentre ci si dirige verso scuola con i compagni di classe o si attende di salire sull’autobus o sul treno che ci riporta a casa. Anche perché, come la letteratura latina non si riduce esclusivamente ai Carmina Priapea (“I carmi priapei”, che prendono nome da Priapo, dio degli orti, raffigurato negli affreschi e nei mosaici con un enorme fallo) o a qualche lascivo epigramma di Marziale, così il patrimonio di parole della nostra lingua (parlata e scritta) possiede una vastità – e i nostri ragazzi non dovrebbero mai dimenticarlo – che va ben oltre il linguaggio da caserma o da bordello.

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