Il canone in bolletta non è una novità, fu ipotizzata da Paolo Romani, da Ministro dello Sviluppo economico del governo Berlusconi IV, nel novembre 2010. Fu anche riproposta in un secondo momento, ma abbandonata per le proteste delle aziende fornitrici di energia elettrica e altre problematicità inerenti la sua attuazione. Lo slogan: “Lotta all’evasione: pagare meno, pagare tutti. Canone Rai a 100 euro”, non è molto esplicativo. Pertanto, risulta arduo non meravigliarsi del pagamento del canone RAI fatto mediante la bolletta elettrica della casa di abitazione e considerare questa strategia uno strumento utile per tamponare un ingente emorragia di “abbonati” RAI. Le critiche infatti, abbondano iniziando dalla mancanza di un nesso tra energia elettrica e canone tv, anche se la televisione per funzionare necessita indubbiamente di energia elettrica.
È legittimo che chi ha sempre pagato il canone risparmi, mentre chi non lo ha fatto sia obbligato a pagare. Tuttavia persiste il problema di coloro che sinora, essendo senza televisore, non hanno pagato il canone e che rischiano di essere penalizzati ingiustamente. Il canone in bolletta sarà una nuova voce che si aggiungerà alle molteplici altre già presenti con un impatto importante per i cittadini.
Il canone in bolletta per i residenti, potrebbe superare le altre imposte, collocandosi subito a ridosso della componente A3, che include gli aiuti alle fonti rinnovabili e assimilate. Negli ultimi anni contro gli aiuti vi è stata una guerra senza quartiere dato il loro ingente peso in bolletta. Pertanto, oggi su una torta che si richiede meno guarnita e con dimensioni minori, arriva dall’etere una fetta che da sola potrebbe pesare poco meno della metà del totale dei costi di approvvigionamento e di commercializzazione al dettaglio dell’energia. Di conseguenza ci si potrebbe domandare: qual è il contributo fornito dalla TV, per esempio, alla riduzione del riscaldamento globale? Oppure, se il canone non c’entra nulla con il sistema elettrico italiano, perché inserirlo in bolletta e perché inserire solo il canone e non ad esempio il servizio di igiene ambientale?
Il Governo nel disegno di legge sulla concorrenza ha puntato sullo scatenarsi della competizione nella vendita al dettaglio dell’energia elettrica, stringendo i già risicati margini di manovra nell’elaborazione delle offerte. Diluire e nascondere il canone in bolletta potrebbero forse addolcirne l’esazione, ma nel lungo periodo molto probabilmente inquinerebbero la concorrenza.
Uno spettro si aggira in Italia e riguarda il pagamento forzoso del canone RAI, a prescindere che si possieda o meno un apparecchio o che si fruisca o meno di un servizio televisivo pubblico ormai troppo spesso di discussa qualità culturale e informativa. La misura secondo cui tutti i titolari di un contratto per l’erogazione dell’energia elettrica sarebbero tenuti al pagamento del canone televisivo è un provvedimento pensato per risolvere il problema dell’evasione del canone.
La materia del canone Tv è regolata da una norma che risale al periodo prebellico, il regio decreto legge 21-2-1938 n. 246) e, dalla successiva legge n. 103/1975. Il regio decreto considerava il pagamento come un’imposta basata sul possesso di un’apparecchiatura atta o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni (articolo 1). Una norma concepita in un contesto dove le trasmissioni erano analogiche e tutti coloro che erano muniti di un apposito apparecchio ricevente, avevano un accesso pieno al servizio. Quest’ultimo era considerato pertanto un bene pubblico, la sua fruizione non era “escludibile” e, non si poteva evitare di far ricadere l’onere sui proprietari degli apparecchi. L’arrivo delle televisioni private fece apparire inadeguata la norma concepita per un monopolio pubblico, rompendo il legame tra apparecchio e servizio televisivo pubblico, premessa per la selezionata modalità di pagamento del canone.
La legge n. 103/1975 riconfigura la natura tributaria del canone, trasformando l’originaria tassa per l’erogazione di un servizio in un’imposta sganciata della sua effettiva fruizione. Secondo l’articolo 15 della legge, il canone era infatti dovuto anche per la detenzione di apparecchi atti alla ricezione di programmi via cavo o provenienti dall’estero. Fu così decretata la scissione tra obbligo impositivo e godimento del servizio, passaggio sottolineato dalla Corte costituzionale quando ha affrontato la materia. I dubbi di legittimità costituzionale della norma sono stati aggirati asserendo che non era irragionevole considerare che il possesso di un apparecchio televisivo costituisse un “indice di capacità contributiva” tenuto anche conto del “modestissimo tributo annuo che l’utente è tenuto a pagare”. (Corte costituzionale, ordinanza 20/4/1989, n. 219).
Nel frattempo però è subentrato un importante fattore di mutamento: le trasmissioni televisive possono essere fruite anche mediante altri hardware diversi dal televisore e il costo delle varie apparecchiature (anche della Tv) può essere inferiore all’abbonamento annuale. L’ordinanza della Corte costituzionale appare pertanto obsoleta nei fatti, consentendo di eliminare il riferimento alla Televisione, che erroneamente continua a evocare un nesso tra canone e fruizione del servizio.
Un’alternativa possibile potrebbe essere quella di tornare alla filosofia del regio decreto, conferendo nuovamente al canone Tv la natura di imposta associata all’effettiva fruizione del servizio. L’evoluzione tecnologica rende questa soluzione di facile attuazione. Le trasmissioni RAI impiegano la tecnologia “digitale”, pertanto il servizio televisivo è “escludibile”. Per risolvere l’evasione basterebbe criptare le trasmissioni RAI e fornire una “card Rai” a chi paga il canone. In questo modo si potrebbero abolire anche i tetti pubblicitari per l’emittente pubblico. Di conseguenza chi sceglie di non voler usufruire del servizio RAI può farlo senza dover pagare il relativo canone.
Tutto ciò non necessariamente porterebbe alla fine del servizio pubblico, come alcuni temono. La RAI non è soggetta agli stessi criteri di profitto di un’impresa privata e dispone ancora di importanti asset non disponibili per altre emittenti. Inoltre, proporre un criterio di pagamento del canone che rende palese l’irrilevanza della sua fruizione stride col concetto di servizio pubblico.
La RAI patisce anche altri problemi: il paradosso dei bilanci di viale Mazzini, un network che più produce più è in perdita. Le particolarità di questa emittente nascono da singolari dinamiche inerenti alla diminuzione dei ricavi e all’incapacità di contenere i costi industriali, le spese di gestione e del personale. Perchè è sempre il cittadino che deve coprire anni e anni di milioni di euro regalati a un servizio inesistente?
Viene da chiedersi se non sia più giusto che i debiti RAI vengano pagati dai responsabili e non siano un’imposta di socializzazione di essi. Sarebbe auspicabile far diventare soci i cittadini che scelgono di usufruire del servizio RAI quali veri azionisti di un’impresa rendendo così obbligatoria la trasparenza, mediante una dettagliata pubblicazione dei bilanci, delle spese, degli stipendi e degli incarichi. Inoltre, un’ombra sembra disegnarsi: il passaggio dalla “RAI dei partiti” alla “RAI del Governo”. Secondo alcuni la nuova norma vorrebbe insediare in RAI un nuovo meccanismo di matrice governativa funzionale alla nomina degli organismi di direzione dell’azienda.
Vista anche l’obsolescenza della normativa italiana relativa alle trasmissioni televisive, sarebbe opportuna una sottoscrizione di firme pubbliche per abolire l’ormai superato impianto del canone e l’antiquata concezione italiana di servizio pubblico.

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