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Questa nostra Italia sempre in bilico

di Livio Caputo | 22 Novembre 2015

“Del doman non c’è certezza” – scrisse Lorenzo il Magnifico sei secoli fa – si pure in un contesto ludico più che politico. Ma il verso è perfetto per descrivere l’attuale situazione del nostro Paese. Ci sono troppe cose incerte, incompiute, indecise, troppi interrogativi cui è difficile dare una risposta attendibile.  E non parlo solo della politica e dell’economia, che sa sempre sono un terreno minato, ma anche della società. La domanda chiave – parafrasando un famoso giudizio di Berlinguer sulla Rivoluzione d’Ottobre, è se siamo un Paese che, dopo due generazioni di crescita anche spettacolare, in cui ci siano trasformati da Paese agricolo in potenza industriale membro del G7, ha esaurito la sua spinta propulsiva ed è condannato a un lento declino, o se – come ci ripete con una insistenza forse eccessiva il presidente del consiglio -abbiamo ancora la possibilità di riprenderci, anzi, siamo ormai sulla buona via, se non per conquistare il primato della UE, almeno per rimetterci in carreggiata.

In materia ci sono segnali contradditorie e il primo è proprio lo standing di Matteo Renzi, che suscita reazioni fortemente contrastanti. C’è chi lo considera un uomo nuovo che parla un linguaggio nuovo e che, effettivamente, sta cercando di muovere un po’ le  stagnanti acque della nostra politica. Ma c’è anche chi, a destra come a sinistra come negli ambienti giornalistici ed intellettuali, ne dà un giudizio nettamente negativo, accusandolo ora di essere un nuovo Berlusconi che alla testa di un partito di sinistra pratica una politica di destra, ora di essere una specie di giocatore delle tre carte che mente quotidianamente al Paese, o chi, come il mio amico Ostellino, lo definisce “un giovanotto che ci sa fare con le parole”. Chi ha ragione? Abbiamo l’uomo che rinnoverà il nostro Paese o che finirà di affossarlo?

Tutto il resto è così. Abbiamo da un lato la sorprendente vitalità delle nostre PMI, che riescono a sopravvivere anche nel mondo globalizzato, dall’altra il persistente arretramento dell’Italia nella classifiche che contano, come quelli della produttività o della libertà di operare, in cui ci troviamo spesso più indietro di nazioni del terzo mondo.

Abbiamo una disoccupazione che solo statisticamente è in calo, nel senso che, in realtà, ci sono oggi 20.000 posti di lavoro in meno dello scorso anno , una disoccupazione giovanile che viaggia intorno al 40%, ma abbiamo anche molti posti liberi nell’industria, nel commercio, nei servizi anche più umili,  dovuti alla riluttanza di tanti giovani a intraprendere mestieri che non sono di loro gusto o semplicemente a spostarsi da una città all’altra, come si è visto nella vicenda dei precari. Ma anche la scuola ha le sue colpe: è drammatico, per esempio, che agli esami per l’ammissione alle facoltà di medicina il numero di coloro che sono stati giudicati  insufficienti al test sia salito in un anno dal 41 al 52 per cento. C’è, e rimarrà anche dopo l’ultima riforma, un abisso tra ciò che si impara – o non si impara – sui banchi di scuola e quelle che sono le reali necessità del mondo del lavoro. Per di più, i giovani più promettenti e capaci se ne vanno in massa all’estero, perché è lì che vedono il loro futuro.

Abbiamo un sistema giudiziario che non solo funziona con lentezza esasperante, scoraggiando gli investimenti, ma che attraverso i TAR costituisce una delle tante ragioni per cui le nostre opere pubbliche hanno dei tempi di realizzazione biblici,  oppure non vengono mai terminate. Ma questa magistratura è anche costretta ad applicare leggi troppo lassiste soprattutto nei confronti di certi reati, e per giunta sembra interpretarle sempre a favore degli imputati. Ogni giorno si legge di assassini  che escono di prigione dopo pochi anni, di ladri che non finiscono mai dietro le sbarre,  senza contare  lo scandalo dei big che ricevono condanne per i reati più vari ma non li scontano mai. Invece, finiscono sul banco degli imputati, o anche in prigione, coloro che difendono la propria vita o le proprie proprietà anche usando armi legittimamente detenute proprio per scopi di legittima difesa. Pur in presenza di un numero di reati eguale se non superiore a quella di altri Paesi, abbiamo – per mancanza di spazio, cioè perché nessuno si è curato di costruire carceri a sufficienza o anche solo perché mancano le guardie carcerarie – la popolazione carceraria più bassa d’Europa rapportata al numero degli abitanti.

Abbiamo una crisi demografica ormai permanente, che altera progressivamente il rapporto tra vecchi e giovani e tra chi è in età lavorativa e chi va, o pretende di andare in pensione il più presto possibile, rendendo precari i futuri conti dell’INPS. Inutile sperare in una ripresa delle nascite, anche in presenza di una politica fiscale più favorevole alle famiglie e a un’offerta di strutture che aiutino madri e bambini: la tendenza colpisce tutti i Paesi avanzati, America esclusa, ed è dovuta a una trasformazione della società e dei costumi non reversibile.  Ma, a chi suggerisce di sopperire a questo problema intensificando l’immigrazione, si oppone una parte crescente della popolazione  che, rifacendosi anche ai casi di altri Paesi stranieri, rifiuta una società multietnica con argomenti anche validi: differenze culturali e religiose, costi elevati dell’assorbimento di stranieri che hanno bisogno di case, di scuole, di assistenza sanitaria e le cui abitudini sono spesso incompatibili con le nostre, con il pericolo di creare dei ghetti che possono diventare terreno fertile per estremismi vari, come è già avvenuto in Francia e in Gran Bretagna. Senza contare il periucolo di infiltrazioni terroristiche.

Abbiamo un sindacato che continua a vivere nel passato, formato quasi per la metà da pensionati che spesso vi sono stati iscritti automaticamente al momento di lasciare il lavoro, e che con una ostinazione degna di miglior causa difende i diritti solo della parte più protetta dei lavoratori senza troppo curarsi degli altri. Credo che abbiano ragione coloro, con in testa il presidente di Confindustria Squinzi, che vedono nel sindacato – che non per nulla continua a perdere iscritti – uno dei maggiori ostacoli alla crescita del Paese.

Dobbiamo sorbirci una dose quasi quotidiana di scandali, quasi tutti coinvolgenti la pubblica amministrazione, e che hanno trascinato nel fango la capitale, al punto da indurre il capo della commissione antimafia a dire che Roma, al contrario per fortuna di Milano, non ha gli anticorpi per lottare contro il malaffare. Lo spettacolo cui abbiamo assistito in questi giorni in Campidoglio credo non abbia eguali in alcun Paese avanzato, e quello di Napoli non è meglio. La denuncia della corte dei conti, che ha calcolato il danno erariale provocato dalla disonestà o anche dalla semplice negligenza di pubblici funzionari in 5 miliardi e 700 milioni solo negli ultimi 18 mesi è agghiacciante.

Siamo passati dalla prima alla seconda e ora alla terza repubblica senza una vera riqualificazione della classe politica, sempre più investita dagli scandali e oggetto dell’ostilità e addirittura del disprezzo della popolazione, come dimostrano – tra l’altro – il continuo calo della percentuale dei votanti e, proprio in questi giorni, la ricerca – molto difficile -di candidati sindaci nella società civile. I tentativi di rinnovamento, sia da parte del PD, sia della Lega, sia del  Movimento Cinque Stelle, non sembrano rispondere almeno per ora alle esigenze di un elettorato sazio di belle parole e ansioso di vere riforme. Oggi non sappiamo con quale legge andremo a votare, non siamo ancora  certi con quali meccanismi sarà abolito il bicameralismo perfetto che tanto ha ritardato qualsiasi processo di rinnovamento, non sappiamo neppure se – nonostante la manifestazione di  Bologna si manterrà il bipolarismo che ha caratterizzato la seconda repubblica o torneremo a essere governati da un centro che si definisce di sinistra, o se ci sarà ancora nel nostro futuro un centro-destra competitivo come esiste in tutti i Paesi avanzati d’Europa. Il governo promette riforme a raffica, e bisogna riconoscere che alcune le ha anche portare in porto, ma le più attese dai cittadini,  come quelle della pubblica amministrazione, del taglio della spesa pubblica, della giustizia, del ridimensionamento degli enti locali, incontrano resistenze tenaci e talvolta insuperabili , generalmente  da parte di quegli stessi che dovrebbero attuarle.

In occasione di una sua conferenza all’Istituto Bruno Leoni la vigilia di tornare a Washington, ho chiesto a Carlo Cottarelli, penultimo commissario alla spending review, nomi e cognomi di chi lo ha ostacolato nel suo lavoro. Ha sorriso, guardato ostentatamente l’orologio e risposto: “Non ne avrei il tempo”. E c’è chi sostiene che senza la rimozione, vietata da leggi che risalgono a tempi diversi, di 500 o anche mille alti burocrati non ne usciremo mai.

 Come sfondo, c’è, soprattutto nel Meridione, una tolleranza nei confronti delle mafie, quasi un consenso sociale, come documentato in maniera ineccepibile dal magistrato ed ex sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano nel suo libro “ I rispettabili”.

Ma è nel campo economico che prevalgono le maggiori incertezze sul domani, quelle che più pesano sulla vita e le decisioni dei cittadini. I nostri governanti grondano, o almeno fingono di grondare, di ottimismo, assicurando che siamo usciti dalla crisi, che non siamo ancora la maglia rosa dei Paesi europei ma siamo tornati saldamente nel gruppo di testa e promette tutto a tutti, come se avessimo improvvisamente le casse piene: abolizione della imposta sulla prima casa, taglio di tasse varie, ritocchi a quella legge Fornero che, piaccia o non piaccia, ci salvò dalla bancarotta nel 2011,  investimenti di ogni genere, ma senza spiegare in modo convincente dove, tra difficoltà di cassa e vincoli europei,  prenderà i soldi. Aumentare il deficit, sia pure con il riluttante benestare di Bruxelles e rinviare il pareggio di bilancio non è una soluzione, è semplicemente un modo di scaricare sulle generazioni future, che già hanno la prospettiva di vivere peggio di noi, i nostri problemi. E vantarsi di una crescita dello 0,9 %  il 2015  e dell’1,5 per il 2016, sempre sotto la media europea, è perfino un po’ patetico.

Detto tutto ciò, abbiamo elencato solo una piccola parte dei mali che tengono il nostro Paese, per rifarmi al titolo, in perenne bilico. Non sarò certo io a negare che l’attuale governo sta facendo uno sforzo di rinnovamento che gli ha attirato il consenso anche di elettori provenienti da altre sponde ideologiche, ma, per il ritardo dei decreti attuativi di competenza della burocrazia, molte riforme tardano in maniera scandalosa a entrare in funzione, cioè esistono in realtà solo sulla carta. Mi rifiuto, cioè, di entrare nella famigerata categoria dei gufi. Ma tutto è circondato da un’aria di approssimazione e di precarietà, e un po’ anche di incompetenza e di dilettantismo, per cui, avendo cominciato con una citazione poetica, chiudiamo con un’altra: siamo, come diceva dante, tra color che son sospesi. E chiedo scusa a coloro che, seguendo giornali e TV, tutte queste cose le sapevano già.

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, abolizione, amministrazione, anni, berlusconi, bipolarismo, bologna, bruxelles, campidoglio, classe politica, commissione, confindustria, consenso, conti, corte dei conti, costi, crisi, dante, disprezzo, francia, futuro, giornali, giovani, governo, gran bretagna

Info Livio Caputo

Giornalista e scrittore consigliere comunale a Milano dal 1997 al 2006, gia Direttore del quotidiano milanese “La Notte” (gruppo Rusconi) attualmente collabora al “Il Giornale” e ad una catena di giornali provinciali (Giornale di Brescia, Eco di Bergamo, Provincia di Cremona, Libertà di Piacenza, come editorialista di politica estera..

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